Djon África

Presentato in concorso all’International Film Festival Rotterdam, Djon África è un viaggio iniziatico verso le radici ancestrali, una riscoperta della propria anima panafricana da parte del protagonista, un ragazzo portoghese di origine capoverdiana. Felice esordio nel cinema di fiction da parte della coppia di documentaristi João Miller Guerra e Filipa Reis.

Il gusto del grogue

Miguel – alias Tibars, alias Djon África, di origine capoverdiana ma nato e cresciuto in Portogallo – è un rastafariano dal cuore generoso che ama le donne e vive un’esistenza spensierata. Se qualcuno lo critica, cita la canzone di Frank Sinatra: “I do it ‘My Way'”. Un giorno uno straniero gli dice che è l’immagine sputata di suo padre, che lui non ha mai conosciuto. La nonna finalmente gli racconta qualcosa, di come suo padre sia stato in prigione. Miguel parte per Capo Verde alla ricerca delle sue origini. [sinossi]

Presentato nell’Hivos Tiger Competition dell’IFFR, Djon África è una fresca opera prima di fiction da parte della coppia di documentaristi lisbonesi João Miller Guerra e Filipa Reis, un progetto realizzato dalla compagnia di produzione Terratreme, fondata da un collettivo di giovani filmmaker con lo scopo di coalizzarsi, come i pescatori di Aci Trezza del viscontiano La terra trema da cui la società ha preso il nome. E in generale Djon África rientra in quel fermento proprio del nuovo cinema portoghese, avendo peraltro come sceneggiatore Pedro Pinho, regista di A fábrica de nada che sta mietendo successi ai festival internazionali.

Capo Verde, un arcipelago di isole al largo del Senegal, è un paese che rappresenta doppiamente il saccheggio, lo sfruttamento, i soprusi perpetrati storicamente dall’uomo bianco nel continente africano. Una ferita scolpita nella storia dell’umanità. Prima come scalo marittimo per il traffico di schiavi, poi come colonia portoghese che ha ottenuto l’indipendenza solo nel 1975.

Miguel è l’esponente rappresentativo dello spirito libero africano che sopravvive meticcio in terra europea. Lo vediamo subito nella prima scena tagliarsi i capelli facendosi le tipiche trecce da rasta con sottofondo di musica rap, anche se al momento sembra più un qualcosa di istintivo piuttosto che appartenere a una consapevolezza di appartenenza africana. È un ragazzo robusto, dalla fisicità imponente che si impone prepotentemente sullo schermo cinematografico. Ingenuo, puro, uno spirito libero, soffocato in un contesto urbano degradato, fatto di palazzoni anonimi e autostrade in città. Ama varie donne. Vive di espedienti, con la fidanzata simula il furto in un negozio di abbigliamento, in modo da tenere impegnate le guardie e permettere a lei di fare il vero taccheggio.

Djon África comincia ufficialmente dopo circa venti minuti di prologo. Solo nel momento del viaggio, dell’approdo catartico alla scoperta delle proprie radici, solo partendo per quel mondo di colori sorprendentemente vivi, blu, arancio, come percepiti dallo stesso Miguel, solo a questo punto i registi possono permettersi di mettere i titoli di testa. João Miller Guerra e Filipa Reis realizzano un viaggio autentico, che non ha nulla della superficialità turistica, nella cultura indigena capoverdiana, avamposto di una più ampia civiltà africana. Nei segreti della cucina, della cachupa, uno dei piatti tipici, e del grogue, la bevanda alcolica nazionale. Per i paesaggi sterminati, verdi o brulli, di terreni aspri e desolati percorsi da asinelli, per le scogliere sull’oceano. Un mondo che si preannuncia surrealmente come edonistico, con le ballerine discinte già sull’aereo e che Miguel ritroverà numerose nella sua perlustrazione. Cibo, natura, promiscuità. Dove in famiglia si dorme tutti insieme nel letto. Una cultura dello spontaneismo che prevede anche una diversa concezione del lutto, della morte come facente parte naturalmente del ciclo delle cose. Sarà poi nel legame che Miguel instaura con l’anziana donna, una sorta di madre Africa, che si arriva alla quintessenza di questo mondo antico, alla sua ancestrale saggezza. La vecchia che sbuccia fagioli e si fuma dei cannoni, che parla di sesso. Alla ricerca di notizie sul padre, Miguel trova molto di più, e si ritrova lui stesso padre.

In Djon África trapela la cultura documentarista dei registi, ma non nel senso di un approccio didattico. Sanno per esempio usare le immagini João Miller Guerra e Filipa Reis. Come quella ricorrente della roccia che si staglia sull’oceano, quel mare da cui partivano le navi cariche di schiavi, quel rimosso pesante e ingombrante della Storia che riaffiora. E nell’ultima scena che funziona catartica che vale come manifesto di un orgoglio panafricano. Dove, dopo aver visto delle acrobazie, segno dell’energia dei capoverdiani, Miguel passeggia per le strade della città, i passanti guardano in macchina. E parte la canzone Aleluia del cantante capoverdiano anni ’70 Pedrinho, le cui strofe recitano: ” Alleluia, allegria, costruiremo il nostro futuro africano, un’Africa indipendente”.

Info
La scheda di Djon África sul sito dell’International Film Festival Rotterdam.
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