Frost

Il regista lituano Sharunas Bartas sposta la sua macchina da presa verso sud, fino in Ucraina, per riflettere sugli orrori del conflitto fratricida in Donbass. Acuto e dolente, Frost mette in scena un viaggio verso il cuore degli scontri che poi è un viaggio verso la consapevolezza, dove la ricerca di libertà e di indipendenza non può prescindere dai proiettili, dove nessuno può più dirsi innocente, dove la morte ha un ben preciso odore. Presentato nel concorso lungometraggi del 29esimo Trieste Film Festival.

Patria o morte

Rokas e Inga, due giovani lituani, decidono di offrirsi volontari per portare un furgone di aiuti umanitari da Vilnius fino in Ucraina. Nel corso del viaggio, però, le cose cambiano, e si ritrovano abbandonati a loro stessi: attraversano così le vaste terre innevate della regione del Donbass in cerca di un rifugio e di qualcuno che li aiuti, finendo per incontrare solo persone distrutte dalla guerra. Man mano che si avvicinano al fronte, incuranti del pericolo, si rendono conto di essere sempre più presi l’uno dall’altra, e iniziano a comprendere che cosa significhi vivere in tempo di guerra. [sinossi]

Non è nella sua linea narrativa, che come d’abitudine nel cinema lirico e dilatato del lituano Sharunas Bartas è semplicissima, quasi minimale, che il nuovo e per molti versi spiazzante Frost cerca e trova le sue molte stratificazioni. E forse non è nemmeno nella potenza delle immagini, che questa volta spezzano i lunghi piani sequenza sui quali Bartas ha fondato la sua carriera in un montaggio rapido, preciso, che al posto dei paesaggi naturali e degli sterminati campi lunghi di Peace to us in our dreams preferisce restituire sullo schermo i volti, le mani, i dettagli, la vicinanza assoluta della macchina da presa, e quindi dell’autore, ai protagonisti e alle loro dolorose prese di coscienza. Tutte le complessità, tutte le ambiguità e tutti i molteplici livelli di lettura di Frost nascono invece, paradossalmente, da un solo punto cardine, la guerra, quella guerra in sostanza civile, forse ancora più complessa e ambigua delle altre, che è esplosa nel 2014 in Ucraina e che ancora oggi imperversa, impoverisce, stravolge, uccide, devasta ogni strato dei due popoli confinanti. Dalla crisi in Crimea agli scontri di piazza Maidan, dalla presa dei palazzi governativi di Donetsk e Kharkhiv da parte dei gruppi separatisti filorussi all’esercito in lotta contro i compaesani in Donbass, dagli interventi al limite con l’invasione da parte della Federazione Russa di Putin alle derive dilaganti che spaziano dal culto per Stalin al neonazismo, il conflitto d’Ucraina è una matassa inestricabile di fonti parziali e contraddittorie, dove ognuno ha le proprie ragioni ma nessuno ha pienamente ragione, dove ognuno ha le proprie colpe ma nessuno si può additare come vero e unico colpevole, e soprattutto dove ognuno è costretto a una dolorosa presa di posizione: l’Ucraina o la Russia, una lingua o l’altra, una parte o l’altra, uccidere o essere ucciso.

Sembra in questo senso scegliere un lato anche Sharunas Bartas, tenendo alla base di Frost il punto di vista degli ucraini che «lottano per tenere unita l’Ucraina», quello di chi si arruola perché ama profondamente la propria patria e non vuole vederla divisa e martoriata. È ai soldati dell’esercito regolare schierato in forze contro i separatisti, infatti, che è destinato il furgone di aiuti umanitari che Rokas e Inga portano verso sud dalla loro Lituania, ed è inevitabilmente con i militari che li fermano nei sempre più drammatici posti di blocco che scorrono i dialoghi con i quali i protagonisti, da “stranieri”, progressivamente acquisiscono consapevolezza sulla situazione e sui suoi devastanti effetti. Il girare intorno alla prospettiva dell’esercito, tuttavia, più che una vera e propria scelta di campo è più semplicemente per Bartas una sorta di punto d’osservazione, l’angolazione dalla quale continuamente confutare e mettere in dubbio, dalla quale costantemente riflettere, dalla quale tuffarsi nell’angoscia di una situazione insostenibile eppure così facilmente replicabile in quasi ogni altro Paese del mondo. Fra le tesi e antitesi di Frost non ci sono “buoni” e “cattivi”, ci sono solo uomini che soffrono, vittime della guerra che (soprav)vivono sospese, martoriate, lontane dalle loro famiglie, costrette a premere il grilletto prima che qualcuno lo faccia contro di loro. Il regista lituano rimane intelligentemente lontano dal film a tesi o dall’ideologia: alle risposte Frost preferisce le domande, ben conscio della sostanziale impossibilità di decodificare sino in fondo le coordinate di un conflitto così oscuro, complicato, privo di risposte univoche quanto strabordante di strazio.

Anzi, in un certo senso la contestualizzazione ucraina è importante solo fino a un certo punto: il conflitto in Donbass si pone come emblema di tutte le guerre, come paradigma, attuale e bruciante, di ogni fronte e di ogni dolore bellico. Quello che davvero conta per Bartas, del resto, non sono le eventuali e forse attualmente impossibili conclusioni politiche, ma gli effetti della guerra sull’uomo, sulla sua vita quotidiana, sulla sua psiche e sulla sua anima.
Frost si addentra e analizza una situazione che rimarrà inevitabilmente sospesa e sfumata per ragionare in realtà sulle sue ripercussioni, su chi è costretto a viverle come sugli occhi distanti che ci si posano quasi per caso e che non riescono più in alcun modo a distogliere lo sguardo. A Bartas, autore profondamente umano, ben più che dire la sua sulle ragioni e sui torti internazionali interessano i traumi, interessano le prese e i drammi di coscienza, interessano le ferite invisibili, quelle sul cuore, strazianti forse ancor più dei colpi d’arma da fuoco. Il suo sguardo autoriale si posa sull’aiutarsi reciproco nella massima povertà, sullo scoramento di chi ogni giorno si occupa della raccolta dei cadaveri, sui silenzi sempre più imbarazzati di chi scopre forse troppo tardi che cosa voglia dire vivere in territori belligeranti, e soprattutto sul progressivo prendere corpo del conflitto, non più spettro ma pallottola, non più curiosità ma pericolo imminente, paura palpabile, strazio ancestrale. La guerra si dischiude agli occhi di Rokas e Inga come un qualcosa di fronte a cui non ci si può fermare, e al contempo come un qualcosa di fronte a cui le relazioni si cementano anche sopra alle bugie e ai tradimenti, proprio mentre i sensi di colpa, quando ci si ritrova messi di fronte al proprio disinteresse e alla propria inadeguatezza, si fanno sempre più insostenibili. Fino a cristallizzarsi nell’ultima missione, eroica, innamorata, (consapevolmente) suicida, sacrificio forse inutile eppure ormai inevitabile.

Rokas non aveva intenzione di addentrarsi in una guerra non sua, verso un qualcosa che a stento conosceva, sul quale non aveva competenza storica né uno sguardo che andasse oltre agli scontri di piazza Maidan visti su YouTube giusto la sera prima di partire. Il suo volontariato non nasce da reali competenze e riflessioni: decide di partire per sostituire un amico, per fare un favore, per curiosità e per gioco, spinto forse dalla noia, spinto forse dalla smania di vivere un’avventura, spinto forse dalla voglia di vedere la guerra così come si guarda una scimmietta allo zoo, attratto dal conflitto come se fosse una bella donna con la quale lanciarsi. Quelle che spingono Rokas ad accettare di partire sono le stesse dinamiche di attrazione che porteranno Inga a letto con Andrzej, proprio colui che avrebbe dovuto aiutare Rokas a superare le frontiere, e che porteranno Rokas a bussare ad altre porte d’albergo anziché aspettare il ritorno della sua donna, per poi potersi ritrovare il giorno dopo, capendosi a vicenda e amandosi ancora di più. Nei meccanismi costruiti da Bartas, i giochi di sguardi e gli sfioramenti trasformano la gelosia in ripicca, il desiderio in passione, il tradimento nella bugia di chi nega l’evidenza, e infine la consapevolezza in perdono, perché amore e dolore sono due facce della stessa medaglia, inscindibili l’una dall’altra, sempre a compensarsi e bilanciarsi a vicenda. Rokas parte per l’Ucraina senza pensare ai pericoli, senza pensare che la guerra cambia le persone e che una volta entrati nel conflitto non se ne può forse mai più uscire, e trascina con sé Inga, messa di fronte alla decisione già presa, ma mai prona, mai passiva, mai disposta a mettersi da parte. Procedendo verso sud-est, il loro viaggio si inoltra sempre più nella povertà, nella devastazione, nell’amarezza, nel gelo di una coltre di neve sempre più spessa, e mano a mano Rokas inizia a guardarsi intorno, a percepire il dolore e la complessità, a fotografare e a girare, come se qualcosa scalfisse il suo egoismo, come se essere messo in faccia alla divisione di un Paese e alla guerra lo portasse a riconsiderare tutta la sua vita.

L’inoltrarsi in una realtà bellica dapprima solo evocata e poi sempre più materica, atroce e bruciante, fatta di sangue, dolore e rimpianti, porterà i protagonisti a imparare ad amarsi senza più egoismi, senza più gelosie, senza più tradimenti e ripicche, mentre li spingerà con la forza di un gorgo sempre di più verso il cuore degli scontri, ben oltre il punto prestabilito, come ipnotizzati da un viaggio diventato missione, scopo di vita, obbligo morale. Come ricordato dalla reporter interpretata da Vanessa Paradis, desiderio fugace e passione negata di Rokas, il giornalismo è anche trovarsi nel posto giusto al momento giusto, magari non mossi da una vocazione radicata, ma semplicemente dagli eventi e dalle circostanze. Nelle circostanze della guerra in Ucraina, il progressivo bisogno di Rokas di vedere diventa ben presto il suo bisogno di documentare: guardare per poter raccontare, spingersi oltre per poter fotografare e per poter filmare, per poter portare un po’ di verità in un mondo che, da fuori, senza vivere il conflitto sulla propria pelle, non ne può sapere nulla. L’immagine fotografata con lo smartphone diventa un nuovo punto di vista, un qualcosa per cui avanzare fino alle linee e fino ai mirini del “nemico”, alla ricerca di uno scatto di realtà, o forse più semplicemente dell’unica possibile via d’uscita dalla guerra. Nella spirale delle sofferenze belliche, lo stesso atto del guardare obbliga a una responsabilità, e la stessa immagine non può che porsi come scelta, come necessità intima, come presa di posizione contro l’oblio. Come una vera e propria parte in causa, come un qualcosa da interrogare per tentare di vedere dall’altra parte, per cercare di capire, e al contempo come un qualcosa su cui interrogarsi e continuamente sperimentare a costo di trovare solo la sua decomposizione, come quando dal furgone in corsa i rami che scorrono fuori dai finestrini sembrano fondersi perdendo la loro forma in un qualcosa di impercettibile, adattandosi al caos di una situazione intricata, fumosa, complessa, priva di risposte univoche.

Allargare il campo, nella rigorosa messa in scena di Frost, è raro e sempre funzionale, e intende tentare di risolvere una situazione, oppure rendersi conto dell’impossibilità di farlo, mentre ci si addentra sempre più in quello che il manipolo di giornalisti e diplomatici che Rokas e Inga incontrano in hotel non si fa alcun problema a definire «A big mess», un gran casino. Ben conscio di tutte le ambiguità storiche, politiche e mediatiche causa del controverso conflitto ucraino, Sharunas Bartas si inoltra da cittadino che fu sovietico in un altro Paese che fu sovietico per rappresentare lo shock emotivo di una guerra nella quale «Non puoi scegliere la tua realtà, la situazione è quella che è, che ti piaccia o no», procedendo nella spirale d’oblio fino a quando un altro corpo non sarà destinato a confondersi col paesaggio, con la neve, inghiottito, fagocitato, forse dimenticato. Frost parte dalla necessità di una presa di coscienza negli occhi dei suoi protagonisti e negli obiettivi dei loro smartphone, si inoltra nella necessità di vivere sulla propria pelle il conflitto, e proprio mentre l’orrore bellico progressivamente prende corpo mette in scena la necessità di aprirsi all’amore, alla cooperazione, al perdono, all’umanità. Rokas vive la sua missione fino in fondo, fino a sacrificarsi per un’immagine che è il termine, o forse l’apice, del proprio egocentrismo, di quello stesso egoismo che ha trascinato Inga sul furgone fino in Ucraina e di quello stesso masochismo che ora la abbandona nel letto per spingere Rokas verso il suo destino.
Il punto di Frost è far vivere il dolore del conflitto attraverso il flusso emotivo fatto di silenzi e occhi sempre più lucidi che Rokas porta avanti fino alla fine, fino a quando non sarà troppo tardi, fino a quando non rimarranno solo i rimpianti: il vero motore del film sono gli incontri lungo la strada, sono i dialoghi che dischiudono lo strazio delle anime, sono le ambientazioni che si fanno sempre più soffocanti mano a mano che si dirada la nebbia, mano a mano che Rokas e Inga procedono verso le zone più pericolose, dove il rischio ha una sua fisicità e dove aleggia l’odore soffocante della morte.

I soldati, magari figli di madre russa e di padre ucraino, combattono «per ciò che è nostro», non per invadere, e da questo postulato Bartas lavora sulla complessità della situazione e sull’obbligo morale che anche chi viene da lontano non può che sentire sempre più avviluppante. Fra posti di blocco forzati per errore e le reazioni sempre più dure di chi è preposto all’ordine, Sharunas Bartas innesta in Frost una scrittura al contempo emotiva e politica, sagace e poetica, perfettamente calibrata fra le tante parole e i lunghi e asfittici silenzi, e al contempo acuta e rispettosa della complessità della matassa sociale che i giornali di tutto il mondo liquidano frettolosamente come “conflitto in Donbass”.
Acuto e dolente, profondamente umano e ben lontano dal consolatorio, Frost è uno straziato punto di sintesi fra tematiche ed emozioni, fra scrittura e messa in scena, fra lirica e sapidità dei contenuti, fra rapporti umani e consapevolezze che cambiano insieme a un’ambientazione che progressivamente, fra incontri più o meno futili, si fa sempre più scioccante, lancinante, bruciante come l’avvicinarsi dei protagonisti alla Crimea/trincea. Quel luogo nel quale, di fronte alla reale sofferenza, non si può che scoprire forse per la prima volta, e forse troppo tardi, l’amore, quello vero, disinteressato, disperato. Rimane un monologo shakespeariano, rimane l’ultimo pensiero a lei, così bella anche quando mentiva, rimane l’ultima bugia a fin di bene: «Ne usciremo, torneremo a casa». Poi c’è spazio solo per la neve, sempre più spessa, sempre più bianca, sempre più abbagliante. Sempre più beffarda.

Info
La scheda di Frost sul sito del Trieste Film Festival.
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