Il porto delle nebbie

Il porto delle nebbie

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Mettendo in gioco conflitti mitici e archetipici, Il porto delle nebbie di Marcel Carné esula dalle strette definizioni di “realismo poetico” verso una riflessione sulla fragilità dell’essere umano e sulla tormentosa inconsistenza del vivere. Tra i film preferiti di Ingmar Bergman, in programma al Palazzo delle Esposizioni per la rassegna Bergman 100 organizzata da La farfalla sul mirino e CSC – Cineteca Nazionale.

Gli schiaffoni di Jean Gabin

Nei dintorni del porto di Le Havre giunge il disertore Jean, che ha abbandonato l’esercito coloniale francese fuggendo dal Tonchino. Jean incontra Nelly, una giovane donna invischiata con la malavita locale e vittima di un rapporto ambiguo col suo anziano tutore Zabel. Tra i due sboccia l’amore, osteggiato dalle figure che ruotano intorno alla donna. Jean progetta di fuggire imbarcandosi su una nave e propone a Nelly di seguirlo… [sinossi]
“Je te fais horreur eh?
Moi aussi, je me fais horreur parfois,
mais ça m’empêche pas de vivre pourtant.”
(il tutore Zabel a Nelly)

Ancora le sabbie mobili del termine “realismo”. Sia pure “poetico”, ma il termine realismo apre di per sé un ampio dibattito, che del resto è stato già largamente sviscerato nella letteratura critica dedicata al cinema prodotto negli anni del Fronte Popolare francese. Alla definizione storica di “realismo poetico” Marcel Carné per primo preferì sempre le “fantastique social”, espressione che di per sé coniuga una dichiarata sensibilità per temi e classi popolari a uno sguardo lirico e trasfigurante.
Il porto delle nebbie (1938), prima vera affermazione di Carné, sposa infatti la fonte ricavata dalla letteratura populista (il romanzo di Pierre Mac Orlan, colui che per primo coniò l’espressione di “fantastique social”) a una composizione figurativa che resta legata alla “realtà” per fili tenui e profondamente rielaborati. Banalmente, se in ambiente di cinema per “realismo” si è spesso inteso il rifiuto del teatro di studio in favore degli ambienti naturali (una delle tante letture di un termine quantomai scivoloso), d’altro canto Il porto delle nebbie mostra un apparato visivo che predilige la ricostruzione, affidata alle splendide composizioni di Eugen Schüfftan e alle scenografie di Alexandre Trauner. È anzi uno dei valori aggiunti del film, che ricava gran parte del suo fascino esattamente dall’insistenza sul tema visivo della nebbia e dei paesaggi finzionali di gusto pittorico.
Oltre a questo primo dato filmico e profilmico, ne emergono altri ugualmente incisivi: i personaggi, sia pure calati negli strati sociali dei reietti, assumono caratura fortemente mitica e simbolica. Le psicologie sono disegnate per tratti macroscopici e archetipici, altrettanto i loro conflitti, e gli stessi luoghi di scena sono costantemente piegati all’astrazione. Basti pensare alla locanda in cui il disertore Jean trova rifugio, associata al nome di Panama: porto franco, terra di nessuno, terra di transito per anime senza passato e senza futuro, una sorta di duplicazione dell’ambientazione portuale, in sé non-luogo di sradicati e figure transeunti. Del passato delle singole figure umane si conosce solo lo stretto necessario al racconto, e al contempo il loro futuro non è in alcun modo prefigurabile, secondo un’idea di schiacciante predestinazione alla sconfitta. La stessa configurazione visiva della locanda conferisce a essa un’atmosfera volutamente sospesa, come staccata dal panorama circostante, non-luogo purgatoriale in cui possono raggrupparsi varie personificazioni di reietti sociali in cerca di un’amara solidarietà reciproca. Amara e frammentaria, durevole giusto il tempo di un boccone e un bicchiere condivisi, prima di disperdersi di nuovo nell’indistinto del reale. Non sarà un caso se il suicidio, collocato appena alle prime battute del film, è riservato a un artista disincantato e consapevole, ulteriore archetipo di figura per sua natura disallineata, che non può amare la vita contingente poiché troppo angusta per la sua anima.

Un ulteriore contributo di astrazione è dato dall’insistenza decadente dei dialoghi a cura di Jacques Prévert: Jean e Nelly, ma anche molti dei comprimari (specie i compagni di nottata nella locanda), sono portatori di una consapevolezza pressoché totale della propria condizione priva di speranza, adagiati in scambi di battute pienamente (talvolta un po’ pesantemente) intrisi di insistito e manierato lirismo. Rimangono evidenti insomma i segni di un fin troppo cosciente progetto filmico a monte nutrito di un preordinato compiacimento poetico, funzionale al dipanarsi di una vicenda che contiene nelle sue premesse già la propria conclusione, secondo la logica di una fatale tragedia.
Più che il sostenitore di un arrembante realismo, Carné appare semmai l’ultimo dei romantici, in cerca di nuovi eroi da immolare sull’altare del sentimento in mezzo a contesti sociali cinematograficamente più o meno inediti. Il pittore suicida ne è un primo marcatore, rispondente a un’idea fortemente romantica della figura dell’artista. L’incontro tra Jean e Nelly disegna a sua volta la possibilità dell’amore come frammento in qualche modo “sacro”, fugace e inevitabilmente votato alla dispersione nello squallore del reale. Un’illuminazione istantanea e momentanea, che nell’attimo stesso del suo accendersi prefigura la propria sconfitta. L’attimo, in quanto tale, acquista senso solo come rottura rispetto alla norma, e per distinguersi da essa non può durare, per l’appunto, che un attimo. Secondo coordinate un po’ diverse viene insomma a ricostituirsi quella dicotomia tra due tempi che possiamo ritrovare in seguito in varie opere di Ingmar Bergman, che infatti nel 1994 segnalò anche questo film nella lista dei suoi titoli preferiti della storia del cinema.
Benché Carné rifletta con minore intensità e consapevolezza intorno all’idea di sacro, Il porto delle nebbie propone a sua volta il disperato conflitto tra un attimo che intrinsecamente non può essere perpetuato, e il magma profano del fluire del tempo che tutto schiaccia e nullifica. In tal senso è spiegabile anche la caratura mitica e ieratica dei personaggi narrati: la figura di Jean si mostra con i tratti marcati dell’antieroe, un disertore nutrito di distaccato disprezzo per la società costituita, e anche per le forme deviate di quella stessa società, che siano criminali organizzati o corruttori di giovani donzelle. Ma al contempo Jean è anche squisitamente eroe, di profilo nuovo nei suoi tratti popolari ma tutto d’un pezzo, di poche parole, che ama le maniere spicce e che risponde a tali coordinate pure tramite la conclamata plasticità del corpo robusto di Jean Gabin. Al fondo del disertore Jean emerge una nuova personificazione del “buono di cuore”, al quale può affezionarsi significativamente un cagnolino nel giro di due inquadrature. All’altro lato dello scontro, si delineano il profilo bizzoso e infantile del criminale Lucien, di proverbiale volto antipatico, e il tutore Zabel, figura eticamente più problematica.

Al conflitto tra attimo e fluire del tempo risponde sul piano morale la dualità tra purezza e perdizione: nei grigi orizzonti di un contesto corrotto e violento, Jean e Nelly cercano l’opposizione a esso tramite l’incontro intimo, proteso alla scoperta o riscoperta della purezza del sentimento. Al sacro esibito come cascame culturale nella musica religiosa amata da Zabel si contrappone la verità del sentimento di Jean e Nelly, che non ha bisogno di esibirsi per essere vero. In tale quadro di opposizioni mitiche, al di sopra del tempo contingente, si mette di traverso la figura di Zabel, bieco e corruttore, che Jean, nel suo proverbiale mondo in bianco e nero, definisce non meritevole di vivere sancendone la fine. Ma è proprio a Zabel che sono riservate alcune delle battute più significative; se su un piano macroscopico il conflitto morale resta nettamente tagliato tra evidenti opposti, vi è d’altronde intorno a Zabel una zona d’ombra che problematizza il racconto. Il tutore di Nelly porta su di sé le difficoltà dell’etica nel panorama contingente della fragilità umana. L’uomo è fragile, vulnerabile, inevitabilmente più frammentato e problematico rispetto alle certezze che l’etica pura e assoluta esige. Se Jean e Nelly sono portatori dell’amore “giusto”, di contro Zabel occupa lo spazio dell’amore negato, della mancanza d’amore generata dalla repellenza della sua figura, non soltanto legata all’età avanzata. In uno degli ultimi confronti con Nelly, Zabel sembra profilarsi come uno dei mostri malinconici di romantica discendenza, un nuovo mostro di Frankenstein tragicamente votato allo scacco nella ricerca di risposte al suo bisogno d’amore. È insomma assai faticoso, tormentoso e tragico, pare vogliano dire Carné e Prévert, vivere nell’etica poiché essa è costantemente sottoposta alla vulnerabilità dell’individuo, alle sue esigenze e al suo senso di vuoto in assenza di affetti. Di nuovo, il contingente è dolore e travaglio rispetto al miraggio del sacro. L’etica vive nella nebbia persistente di un porto, dove le certezze si sgretolano e dove resta dominante un insopprimibile sentimento di precarietà.

A conti fatti, Il porto delle nebbie conserva poco o nulla di ciò che tradizionalmente e storicamente s’intende in arte per realismo. Lo spirito rimane fortemente romantico, così come è evidente l’intenzione di aderire a modelli di tragedia riaggiornati sulla base di nuove coordinate letterarie. Resta l’adesione istintiva e affettiva verso i poveri del mondo, che in quanto tali incarnano un’aprioristica giustezza. Ma ciò rimane anche come profilo a monte, come dato assunto nelle premesse del racconto. Dal cuore del film emergono invece nuove vesti per figure mitiche, antiche come il mondo, antiche come il nodo tragico tra salvezza e condanna. Antiche come l’idea di un Fato al di sopra dei personaggi, che decide per loro, che spesso pare mosso dalla pagana invidia degli dèi, costantemente interessati a intralciare la strada a esseri umani che pretendono di vivere in una dimensione di totale libertà anarchica e autodeterminata (Jean). L’esistenza umana assume così tratti di tormentosa inconsistenza di fronte al proprio mistero. In cerca dell’attimo in cui essa manifesti il proprio senso tramite una decisiva illuminazione. E se questa arriva, un attimo dopo si spegne, travolgendo nel suo carattere frammentario anche chi ne ha avuto esperienza.

Curiosità: nel finale si rilevano interessanti somiglianze con lo scioglimento di Carlito’s Way (1993) di Brian De Palma. Il rapporto tra Jean e Lucien si riflette nelle dinamiche tra Carlito Brigante e Benny Blanco, e la conclusione tragica si manifesta secondo scelte narrative decisamente simili. Per un autore cinefilo e citazionista come De Palma non sarebbe insensato ipotizzare un omaggio al film di Carné. Del resto l’intero Carlito’s Way è costruito su un archetipico schema di fuga impossibile e di redenzione tramite l’amore di una donna ben ravvisabile nel rapporto Jean/Nelly.

Info
Il trailer originale de Il porto delle nebbie.
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