O Termómetro de Galileu

O Termómetro de Galileu

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Presentato nella sezione Signatures dell’International Film Festival Rotterdam, O Termómetro de Galileu è il racconto di un’estate trascorsa da Teresa Villaverde ospite della casa di campagna piemontese dell’amico Tonino De Bernardi.

Ricordi di una casa di campagna

Un’intera estate trascorsa da Teresa Villaverde in compagnia di Tonino De Bernardi. Si siede nella tavolata all’aperto con tutta la famiglia, nel sedile di dietro nella macchina nel viaggio di ritorno a casa, o ascolta le storie della signora da cui il regista è solito comprare uova e formaggio. [sinossi]

Il termometro di Galileo è un particolare termometro, alternativo, elaborato dallo scienziato pisano e dai suoi allievi, che funziona con una serie di ampolline contenenti liquidi di diversi colori, che fluttuano e si dispongono in un certo modo, permettendo di desumere la temperatura, all’interno di un cilindro contenente alcol. Uno di questi marchingegni decora la casa di campagna vicino a Chivasso dove trascorrono le loro giornate il regista underground Tonino De Bernardi, la moglie Mariella, e la loro famiglia. La collega e amica portoghese Teresa Villaverde si immerge in quella vita tranquilla e selvatica, fuori dal mondo, condivide con loro le lunghe giornate di un’estate. Il termometro di Galileo non rimane nel film se non come titolo. Ma il termometro di Galileo assurge a metafora di una vita underground come quella di Tonino: si può fare cinema, un cinema sotterraneo, alternativo, senza i mezzi di Hollywood o Cinecittà così come si può misurare la temperatura senza usare il mercurio. E il termometro di Galileo appartiene anche a quegli oggetti che decoravano le case di una volta, come l’uccello che beve, il pendolo di Newton, il sollevatore di pesi in equilibrio, il cui senso estetico si basa sullo stupore di un principio fisico. Così è la vita di Tonino e Mariella, semplice, basata sui ritmi della natura e della campagna, la gestione del casolare, le feste e le tavolate all’aperto con tanti ospiti, la potatura delle piante, capaci di commuoversi di fronte a un vitellino, e gravida di una cultura spontanea estranea alle accademie o alle istituzioni ufficiali. Di chi ha accolto nel proprio casolare il Living Theatre, di chi ha costretto la Rai ha strutturare il piano di lavorazione di Elettra in base agli orari di lavoro di regista e attori, tutte persone del posto, di chi accoglie a casa propria anche una persona di etnia hazara che rievoca i Buddha di Bamiyan distrutti dai talebani, di chi conosce il poeta latino Terenzio ben oltre le competenze richieste a un’insegnante.

La casa di Tonino e Mariella è ricolma di quegli oggetti di una volta, che portano ricordi o racchiudono immagini. Come quegli album fotografici dalle pagine inframezzate con carta velina, da cui escono le scene di una vita, i personaggi famigliari, quelli che non ci sono più. Sono persone d’altri tempi gli stessi Mariella e Tonino, come si capisce da quell’impostazione dolce della voce di lei, da insegnante d’altri tempi, che sfodera mentre dà ripetizione di latino al nipote o mentre legge la poesia all’amica scomparsa. D’altri tempi la stessa televisione dal formato a tubo catodico che all’inizio, immagine sospesa, squarcia il nero prima con quella nebbiolina da mancanza di segnale e poi con il film televisivo di Tonino, Elettra.
Con una struttura circolare Teresa Villaverde chiude ancora con un richiamo meta-cinematografico. Stavolta si avverte la presenza della telecamera che Tonino vorrebbe spegnere per tornare a situazioni di intimità, peraltro nell’unica scena in cui si vede la regista nell’inquadratura. Sia la prima che l’ultima scena sono accomunate dalla buffa goffaggine di Tonino, che non riesce né ad accendere né a spegnere il dispositivo. Da un lato c’è l’esigenza di filmare, che si vede anche quando Tonino riprende la lettura della poesia, ma anche dall’altra la consapevolezza di essere filmati e la necessità di un termine, o di una pausa, alle riprese e alla loro pervasività. Quello stesso pudore che Teresa Villaverde aveva mostrato in uno stacco dell’intervista ai nipoti, mentre il più piccolo aveva un momento di imbarazzo, salvo poi dimostrare un’enorme spontaneità.

“L’arte è il bisogno primario di creare qualcosa che nel mondo non c’è ancora” dice Tonino. L’arte di Teresa Villaverde in O Termómetro de Galileu è quella di saper cogliere le cose e saperle ordinare, seguendo una poetica, con il montaggio. Con momenti sublimi, come quando Mariella si addormenta mentre Tonino racconta del nonno morto suicida. O come quel momento straordinario, e del tutto casuale, in cui prima della lettura della poesia Lettera a Pasolini, suonano improvvisamente le campane. Tanti rintocchi, non sono quelli che normalmente scandiscono la giornata. “Sarà un funerale?” si domanda Mariella.
L’arte di Tonino De Bernardis, e quella di Teresa Villaverde, è piena di quell’humanitas che Mariella e nipote trovano in Terenzio durante la lezione di ripetizione. Poeta che rispetto a Plauto era andato incontro anche a insuccessi, perché trattava temi più complicati, che potevano disorientare il pubblico.

Info
La scheda di O Termómetro de Galileu sul sito dell’International Film Festival Rotterdam.

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