Sorrisi di una notte d’estate

Sorrisi di una notte d’estate

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Raffinata opera che suggellò il successo internazionale di Ingmar Bergman, Sorrisi di una notte d’estate è un’agrodolce «commedia romantica» di marca elisabettiana che, nei suoi intrighi amorosi, innesta alcune fra le ossessioni più care all’autore, dalla psicologia del desiderio allo sfiorire della giovinezza, dal conflitto generazionale al vacillare della Fede, dalle ambiguità dell’animo umano alla fragilità delle relazioni. Frizzante quanto amaro, ironico e sensuale, fu al tempo in Italia fortemente censurato nei rapporti di parentela, nei dialoghi più allusivi e nei dubbi religiosi. Torna ora in versione originale integrale al Palazzo delle Esposizioni, proiettato in 35mm per la rassegna Bergman 100, organizzata da CSC-Cineteca Nazionale e La farfalla sul mirino.

Otto personaggi in cerca d’amore

L’avvocato Fredrik Egerman e la sua giovanissima moglie Anne accettano l’invito di Desirée, un’attrice che in passato è stata amante di lui, a trascorrere il weekend in una villa di campagna assieme ad altri ospiti: Henrik, figlio di primo letto di Frederik che corteggia Anne facendo ingelosire il padre, e il conte Malcolm attuale amante di Desirée con sua moglie, la contessa Charlotte da sempre amica di Anna. Con loro Petra, la servetta a servizio dagli Egerman, e Frid, il maggiordomo dell’anziana madre di Desirèe, in una girandola di equivoci e innamoramenti, di burattinaie e burattini, di sentimenti che stravolgono le convenzioni sociali in attesa dei tre sorrisi della notte d’estate. [sinossi]

È bella Desirée sul palco, straordinariamente bella, forse fin troppo bella. La sua entrata in scena è un trionfo, come sempre, il pubblico in visibilio, l’inchino prima di cominciare, il sorriso verso il palchetto sul quale l’avvocato Frederik Egerman, suo antico amante, ora siede in compagnia della giovanissima moglie Anne, diciannove anni e una verginità che blocca nell’amore e nel rispetto, ma non nel desiderio, il vecchio e ancora lussurioso edonista. «L’amore è come un giocoliere con tre clave: cuore, parole, sesso. È molto facile giocare con le tre clave, ma è anche molto facile farne cadere una per terra». Desirée declama i suoi versi da attrice talentuosa e consumata, non ancora consapevole che di lì a poco sarà proprio lei, donna di teatro, il deus ex machina di quella quotidiana rappresentazione chiamata amore, il Cupido che muoverà i fili amorosi di tre (anzi quattro) coppie fino a far incastrare tutti i tasselli in un nuovo equilibrio. Quando al giocoliere cade una delle tre clave si crea una frattura, un punto debole, che non vuole necessariamente dire che l’amore sia finito ma ne indica la fragilità, ciò che apre alla solitudine anche all’interno di una coppia. È questo il momento per intervenire, per aiutare il destino a fare il suo corso, per lasciar deflagrare la sensualità e prendere gli uomini al laccio. Basteranno un weekend, una villa in campagna, un’alleanza fra donne rivali e la debolezza insita nella virilità dell’uomo: che si tratti di uno smarrito avvocato, di un parodistico militare o di un impacciato studente di teologia, nessuno di loro potrà alcunché di fronte all’astuzia e all’istinto femminile. L’amore è come un gioco, è quello stesso scambio e turnazione che a intervalli regolari affrontano i pupazzi – fra i quali non può mancare la Morte come fine e nuovo inizio – che popolano l’ingombrante orologio che scandisce le ore nella villa. Oppure, forse, come suggerito durante il banchetto, centrale spartiacque nel congegno narrativo, l’amore è una vera e propria guerra di tattiche e nemici, di agguati e di vittime, di vincitori e vinti, di coperture saltate e di romantiche fughe in carrozza, sempre consci che probabilmente nemmeno questi idilli appena (ri)trovati saranno per sempre. Per sempre ci sarà, forse, un nuovo weekend in campagna nel quale rimettere a posto le coppie, nel quale vincere ancora una volta la battaglia d’amore, nel quale trovare un nuovo equilibrio o un nuovo duello, magari alla roulette russa, nella tensione e nella disperazione che porta, e poi nella sua negazione con il colpo a salve, scherzo sadico in cui ἔρως e θάνατος, evocati e poi derisi, si sfiorano senza potersi toccare, o forse coincidono nella monotonia dell’uomo e della sua costante provvisorietà.

Sin dai titoli di testa, che sulla simbolica immagine di un bassorilievo di Cupido recitano «Una commedia romantica di Ingmar Bergman», Sorrisi di una notte d’estate già preannuncia in un certo senso tutti quelli che saranno gli opposti concettuali da sempre cari al cineasta svedese. L’amore è un gioco di incastri in cui devono necessariamente convivere aspetti antitetici come la razionalità e l’istinto, come l’ardore e la (perdita di) dignità, o come i sentimenti e le convenzioni sociali, ed è in queste dicotomie che si innesta questa volta quell’ambiguità psicologica che è ossessione ricorrente nel cinema del regista. A partire dal titolo, Sorrisi di una notte d’estate si innesta sulle forme del teatro elisabettiano, in una commedia scandita sostanzialmente in due atti che sospira al Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare con le sue tre coppie (più una, in questo caso) intrecciate, con le sue venature di amarezza che si inoltrano nel tono frizzante della commedia fino a virarne l’umorismo in sarcasmo, con la sua mappatura umana, psicologica e comportamentale che emerge dai singoli personaggi e dai loro rapporti di coppia intrecciati, con il suo scorrere dei dialoghi che battuta dopo battuta si fanno sempre più allusivi e caustici, con il suo costante accostamento di tematiche e di emozioni antitetiche e non certo in ultimo con quello stesso elemento fantastico – il filtro d’amore come dichiarazione di virilità, oppure il meccanismo segreto per portare la fanciulla «nella stanza del re» – che sarà fondamentale perché l’elaborato piano di Desirée per riconquistare l’amato (o per lo meno il desiderato) Frederik vada in porto.
Sono le donne a stabilire le regole del gioco, dalla casta Anne che continua a non voler consumare il matrimonio ma nel frattempo sospira al figlio del marito a Charlotte, innamorata del proprio odio nei confronti del marito fedifrago al punto di fare qualsiasi cosa per lui, dalla libera e provocante Petra che porterà al punto di ebollizione gli ormoni di Henrik per poi lanciarsi fra le braccia di Frid alla grande burattinaia Desirée che ordisce e porta a termine il suo gioco/inganno d’amore. Eppure, nel ricalcare i codici della commedia romantica e del teatro elisabettiano, Bergman li destruttura, li ribalta dall’interno, giungendo a un qualcosa di inedito, misterioso, conturbante, fatto di allusioni e sensualità, di ambiguità e di sentori di morte, di paradossi e di apparenze destinati a cadere uno dopo l’altro, come maschere di quel continuo teatro che è la vita. Toccherà poi nell’82 a Woody Allen portarne avanti il lavoro con la sua Commedia sexy in una notte di mezza estate, che è dichiaratamente ispirata al film di Bergman, e che porta sullo schermo altre tre coppie di intrecci amorosi e di psicologie fragili che si corteggiano in una casa di campagna. Ma questa, purtroppo o per fortuna, è un’altra storia.

«Un’antica leggenda dice che questo vino proviene da uve il cui succo sprizza come gocce di sangue su una candida pelle. Aggiunge inoltre che in ogni botte riempita di questo vino pregiato era versata una goccia di latte dal seno di una donna al suo primo puerperio e una goccia di seme di un vigoroso stallone. Questa mistura dona a questo vino un potere misterioso e seduttivo, e chiunque si accinga a berlo lo fa a suo rischio e pericolo per le eventuali conseguenze». Saranno i Sorrisi di una notte d’estate a consacrare i vecchi e nuovi amori, a vegliare su di loro con le increspature appena percettibili delle nuvole, con quella stessa magia del filtro fatato che la madre di Desirée, come un novello Puck, offre agli ospiti durante la cena proprio mentre emerge, non più dissimulato, il sentimento corrisposto fra Henrik e la matrigna coetanea Anne.
«La notte d’estate sorride tre volte», dirà il nerboruto Frid alla provocante Petra. Sorride «ai giovani innamorati che si aprono il cuore a vicenda», baciati da un amore raro e che travalica ogni tipo di interesse come quello fra il giovane studente di teologia e l’illibata moglie di suo padre. Sorride «agli incoscienti e sciocchi senza alcuna speranza» come Frid e Petra, servi consapevoli del fatto che non cambieranno la propria classe così come sono consapevoli della cagionevolezza di quasi ogni storia d’amore, resi saggi dalla propria libertà e dalla propria carne. E infine la notte d’estate sorride «a coloro che sono tristi e scoraggiati, agli insonni e alle anime perse, a coloro che hanno paura e si sentono soli», proprio come il conte Malcolm “fedele a modo suo” a una moglie innamorata forse non tanto di lui, ma dei sentimenti contrastanti, commistione di amore e odio, che prova nei suoi confronti, o proprio come Fredrik e Desirée, tornati insieme eppure isolati come quel figlio di Desirée che non viene mai esplicitato essere di Fredrik, e che in un certo senso già sublima il loro amore in qualcos’altro, in un lascito, in una maternità che materializza l’assenza e forse l’impossibilità di un reale e duraturo legame.
Sono coloro «che l’amore ha sfiorati come un dono e una punizione», rimanendo in superficie, senza riuscire a entrare in profondità, ma venendo recitato, quasi simulato, per salvare le convenzioni e le temporanee convinzioni. Sdraiati ai piedi dell’albero a godersi il loro novello amore, o per lo meno la loro soddisfazione dei sensi e delle carni nella contingenza degli eventi, tocca non certo a caso ai servi, alla più umile fra le coppie, all’unica senza illusioni perché «L’amore degli amanti ci è negato, non abbiamo questo dono» («Né questa punizione»), il compito di esplicitare il significato poetico di Sorrisi di una notte d’estate, il compito di ragionare, come una quarta coppia che in un certo senso veglia sulle altre tre, sulle inadeguatezze esistenziali e comportamentali dei propri padroni, e su come forse, in un mondo di adulteri conservatori, la vera rivoluzione e l’unica vera forza sovversiva stiano proprio in chi si ama teneramente, per amore, come Anne e Henrik e i loro sentimenti «rari, di quelli che si contano sulla dita di una mano».

Si svolge tutto in pochi giorni, in un impianto teatrale che Bergman filma con la grazia di un Ophüls, con tanto di figure in cammino che si riflettono in una pozzanghera, con giochi di specchi, con stanze barocche, con lunghi corridoi e con balle di fieno. Realizzato insieme a buona parte di quel gruppo di attori e amici (Eva Dahlbeck, Gunnar Björnstrand, Björn Bjelfvenstam, Jarn Kulle, Margit Carlqvist e la carnale Harriet Andersson che già due anni prima gli aveva regalato il rivoluzionario sguardo in macchina di Monica e il desiderio) con cui Bergman già aveva lavorato e che lo accompagneranno più o meno per tutto il percorso autoriale, Sorrisi di una notte d’estate fu per il maestro svedese un film cardine, il film per premiare il quale il Festival di Cannes istituì in sostanza un riconoscimento su misura, per l’“umorismo poetico”, ma fu soprattutto il film con cui il regista acquisì fama internazionale e il sufficiente potere contrattuale per poter finalmente riproporre ai produttori, dopo i ripetuti rifiuti, la sceneggiatura di quello che pochi mesi più tardi sarebbe diventato Il settimo sigillo.
Bergman stava per entrare nella fase più prolifica e ispirata della sua carriera, ormai perfettamente a suo agio con il mezzo e con la sua tecnica, ormai perfettamente formato nella scrittura e nella sua densità visiva, ormai ineguagliabile conoscitore della psicologia esistenziale e della fragilità dei rapporti, sentimentali e non, fra gli esseri umani. Eppure, anche nella sua consacrazione, era un autore dalle tematiche evidentemente “scomode” per il nostro Paese, ed è per questo che la censura italiana del tempo intervenne fortemente su Sorrisi di una notte d’estate, fino a creare una versione edulcorata del film che ha costituito per troppi anni una sorta di falso d’autore, in cui il figlio che si innamora della matrigna fu precauzionalmente trasformato, per evitare ogni possibile rischio di pensieri incestuosi, in un nipote, e i suoi studi di teologia furono trasformati in generica filosofia tagliando ogni riferimento a Lutero e vanificando nei relativi dialoghi buona parte del rapporto con un padre ateo e provocatoriamente caustico, così come il senso della rabbia di Henrick nei confronti del conte Malcom scagliatosi in originale contro il clero «pagato per farci sentire in colpa», e nella versione italiana contro le presunte orge di Henrick. Ma oltre alla religione c’era anche il sesso, in Sorrisi di una notte d’estate, ed ecco quindi che il finale fu banalizzato in un «aver trovato l’anima gemella» che non rende alcun tipo di giustizia alla complessità e all’ambiguità di coloro che sono «tristi e scoraggiati, insonni e anime perse, impauriti e soli», e quasi ogni tipo di riferimento malizioso più o meno esplicito venne modificato o tagliato, con un dialogo su verginità, desiderio e (in)fedeltà degradato a puro chiacchiericcio e con i fotogrammi in cui Petra si lascia palpare da Henrick e si rotola nel letto con Anne semplicemente eliminati, come se non fossero mai stati parte del film. Ma la censura italiana di metà anni Cinquanta, per fortuna, nulla potè sulla versione originale, ed è proprio la versione originale, integrale e priva di interventi censori, disponibile già da qualche anno in home video, quella che verrà proiettata in 35mm al Palazzo delle Esposizioni in occasione della rassegna Bergman100, in una riappropriazione del metraggio e della sceneggiatura originali che non si può non leggere come un vero e proprio atto di giustizia.

La sceneggiatura, perfetta negli incastri e nei tempi di un congegno narrativo fatto di approcci, paradossi, scambi, equivoci, appuntamenti, sguardi maliziosi, elementi fiabeschi e occhi preoccupati da dietro un vetro, procede sagace e non di rado allusiva (quando non apertamente sfacciata) nelle situazioni e nei dialoghi che scavano nei desideri erotici e nei dubbi esistenziali e religiosi dei protagonisti, e nel frattempo analizza l’amore e il suo mutare con drammaturgia settecentesca, frizzante eppure acre, punto di sintesi fra le seduzioni di un Laclos e la raffinatezza di un Marivaux.
Fra personalità perfettamente delineate e crudeltà verbali che progressivamente ne scoprono i nervi facendone emergere la sincerità, Sorrisi di una notte d’estate traccia una mappatura umana che non è semplicemente sentimentale, ma affianca all’indagine emotiva un’altra analisi di natura comportamentale, fatta di pubblico e di privato, di moralità e di adulterio, di intimità e di facciata, di interessate alleanze e di rapporti umani che si intrecciano fra ipocrisie, provocazioni, lacrime e silenzi imbarazzati. Se tutti gli uomini sono altezzosi, egoisti e facilmente manipolabili, e se tutte le donne sono intelligenti, maliziose e abili nell’ottenere ciò che vogliono, è nelle caratteristiche individuali che Ingmar Bergman installa tutte le sue stratificazioni psicologiche e tante delle ossessioni sulle quali stava fondando un’intera filmografia. Prima di tutto c’è Fredrik, uomo di legge rigido nel portamento quanto smarrito nei sentimenti, vecchio inguaribile amatore ora bloccato in un matrimonio non ancora consumato, geloso e caustico nei confronti di suo figlio e (non più) ignaro di averne un altro. La sua dignità verrà prima messa in ridicolo con improbabili camicie da notte indossate mentre i vestiti (non) si asciugano dopo un ruzzolone in una pozzanghera, e poi definitivamente distrutta dal colpo a salve nella rivoltella che gli annerirà il volto di polvere da sparo: l’uomo mostra la propria paura, scopre il fianco delle proprie fragilità, e non potrà che cedere alle lusinghe di Desirée.
C’è poi suo figlio Henrik, studente di teologia al quale costantemente il padre cerca di far vacillare la Fede, scaldato dalla sfacciataggine di Petra fino a innamorarsi, forse per reazione alla crudeltà del padre, della matrigna. È continuamente represso anziché sostenuto nei suoi dubbi nel cammino verso il sacerdozio, viene portato al punto di esplodere e di ribellarsi per poi tentare il suicidio, e sarà proprio il suo fallito tentativo di togliersi la vita ciò che gliela cambierà facendo scattare il passaggio segreto meccanico con il quale anche «il re» sfogava la propria lussuria. C’è poi Malcolm, militare macchiettistico, adultero seriale, ostinatamente geloso, ostinatamente perfido nel torturare psicologicamente moglie, amanti e uomini che parrebbero frapporsi, perfetta macchietta del Bergman faceto nei suoi «diventare una tigre». C’è Charlotte, la sua signora, disposta ad accettare ogni tradimento con una testa alta che nasconde la sua atroce sofferenza, dicotomica nel suo odio e amore, pronta a tutto per riconquistare il marito giorno dopo giorno. C’è Anne, giovane e apparentemente indifesa, e che riesce invece a tenere a bada per anni la lussuria di un marito per poi abbandonarlo e fuggire con chi ha suo stesso sangue. Ci sono Frid e Petra, destinati a trovarsi al di là dei piani dei loro padroni e unici realmente maturi, e infine c’è Desirée, l’attrice che diventa regista degli amori propri e altrui, e la sua bellezza che, pura ossessione bergmaniana, a breve dovrà fare i conti con una giovinezza ormai sempre più lontana – «Sono tre anni che ne ho ventinove». Il suo è un ritorno a un vecchio amore, quindi al passato, un passato ormai cicatrizzato e già sublimato in una maternità, un passato (im)possibile come quei vent’anni ormai rimasti indietro. È lei che elabora piani, stringe alleanze, studia stratagemmi, riesce a incastrare ogni pezzo, creando un nuovo equilibrio che non la riporterà a quella giovinezza perduta, ma che per lo meno, nell’impossibilità di vivere per sempre felici e contenti, parrebbe più vantaggioso per tutti. La notte ha sorriso per la terza volta, ha mosso i pezzi sulla scacchiera secondo i piani, ha disfatto e rifatto. Non resta che goderne i frutti, magari effimeri, magari fugaci, magari ingannevoli, eppure, finché l’equilibrio non verrà di nuovo rotto, presenti, solidi, esperibili.
Quello di Sorrisi di una notte d’estate è un happy end abbozzato, transitorio come l’innamoramento, incerto come un matrimonio, ma rinfrancante come una bella giornata di sole. Forse proprio quella di fronte alla quale Frid e Petra, orgogliosamente «incoscienti e sciocchi senza alcuna speranza», si promettono di diventare marito e moglie.

Info
La scheda di Sorrisi di una notte d’estate sul sito del Palazzo delle Esposizioni.
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