Dovlatov

Aleksei German Jr. torna in concorso alla Berlinale con un biopic sullo scrittore e giornalista russo Sergei Dovlatov, uno degli autori più popolari del ventesimo secolo, che però subì l’ostracismo sovietico. Una storia in cui si riflette quella del padre del regista, Aleksei Yuryevich German, che, in oltre 45 anni è riuscito a realizzare solo cinque film.

La banalità della censura

Sei giorni, nell’ottobre 1971, nella vita del brillante scrittore Sergei Dovlatov, che sperimentò i rigidi limiti dell’Unione Sovietica degli anni ’70. Insieme con l’amico, il poeta Joseph, combatte per preservare il proprio talento e la propria integrità, vedendo molti artisti implacabilmente schiacciati dalla macchina rigida dello stato… [sinossi]
“Capite ora perché i libri sono odiati e temuti?
Perché rivelano i pori sulla faccia della vita.
La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena,
di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive.”
Ray Bradbury, Fahrenheit 451

Raccontava Marco Müller, in occasione del convegno in omaggio ad Aleksei Yuryevich German alla Festa di Roma del 2013, di quando lui e il critico Giovanni Buttafava si trovarono in Russia e cercarono di assistere alla proiezione in sala di un film del grande regista. Dopo essere riusciti a entrare con insistenza, dopo essere stati bloccati dalle maschere sostenendo che i posti nel cinema fossero esauriti, realizzarono che la sala era tutt’altro che piena. Uno dei tanti modi in cui poteva esercitarsi la censura, che può presentarsi in forma sottile, subdola, non necessariamente brutale e repressiva. Una censura ‘gentile’, quella che si vede nell’ufficio sovietico del film Dovlatov, ma non per questo meno odiosa. Meglio attenersi alle direttive del Partito e rifarsi a una letteratura sovietica, marxista dottrinale, sostiene la capoufficio allo scrittore, mentre la sua impiegata parla del riciclo dei manoscritti non pubblicati. Memore delle vicissitudini travagliate del padre, Aleksei German Jr. racconta quegli anni nella parabola umana e artistica di Sergei Dovlatov, scrittore tra i più letti in Russia, ma fortemente ostracizzato dalle autorità, e del suo gruppo di amici artisti, tra cui Iosif Aleksandrovič Brodskij, poi anglicizzato in Joseph Brodsky dopo essersi trasferito in USA, che avrebbe ricevuto il Nobel.

German Jr. aggiunge un altro tassello al suo percorso storico nell’Unione Sovietica, rievocando il clima politico degli anni ’70, che si sarebbero rivelati come la fase conclusiva dell’U.R.S.S., l’era Brežnev che dal disgelo aveva portato alla stagnazione, l’ultima generazione della cultura sovietica. Un percorso, quello del regista, che è passato anche per il futuro del 2017, nel film del 2015 Under Electric Clouds che venne ancora presentato alla Berlinale, l’anno dell’anniversario della rivoluzione d’ottobre. E l’anniversario della rivoluzione viene celebrato anche nel corso dei sei giorni in cui è ambientato Dovlatov, mentre German mette ritratti di Lenin spesso fuori fuoco o fuori campo.

Sono giovani i protagonisti di Dovlatov, German li coglie nel pieno della loro energia vitale, personaggi che cadono in piedi, e tratteggia un clima fatto di momenti conviviali, di ritrovi con accompagnamento di chitarra e sax, di studi d’arte che giacciono in un incredibile disordine. Come gli uomini libro di Fahrenheit 451, i personaggi del cenacolo intellettuale di Dovlatov e Brodskij, arrivano a declamare i loro testi, a portarseli nella mente a conservarli laddove impossibile in forma scritta. German si concentra su Sergei Dovlatov proprio perché portatore della sindrome Van Gogh, l’essere celebrato solo dopo la morte non avendo mai immaginato in vita di quanto sarebbero stati riconosciuti i suoi meriti artistici. Cosa che peraltro riguarda parzialmente anche il padre, German Sr., riabilitato solo durante la Perestroika e il cui ultimo film, postumo, Hard to Be a God, un assoluto capolavoro, non ha avuto quel successo festivaliero che avrebbe meritato.

Come Under Electric Clouds, Dovlatov prevede tutto un sciorinare, nei dialoghi, di citazioni di autori letterari, anche semplicemente solo nominati, ognuno dei quali è funzionale al grande affresco di quel clima culturale, fatto dal film, di quella fase cuscinetto della storia sovietica, sospesa tra il disgelo e la Perestroika. Così l’insegnante che storpia il nome, Fjodor, di Dostojevskij, forse segno di una generazione staliniana che ha vissuto e ha studiato a scuola quando il grande scrittore era abolito. Kafka, pure finito nell’oblio della Cecoslovacchia del Patto di Varsavia, rivalutato solo nello spiraglio della Primavera di Praga, repressa pochi anni prima dell’anno in cui è ambientato il film. Joyce confuso con il nome di un cocktail esotico, tra persone che vivono in orizzonti culturali chiusi, che credono che la piña colada sia una bevanda finlandese e che non sanno come si scrive il nome del frutto kiwi. I fratelli Strugackij, dalle cui opere sono stati tratti tanto Stalker quanto Hard to Be a God, esempio invece di autori scomodi che la censura non è riuscita a scalfire. Solženicyn, finito invece nei gulag. Nabokov, di cui appena si vocifera di un romanzo scandaloso scritto in inglese. Hemingway di cui paradossalmente non si conosce il nome della sua isola, Cuba. Tra tanta letteratura torna il cinema, richiamo, come si diceva, al padre del regista. Nella cinepresa spesso esibita nell’inquadratura, nell’esortazione a fare film. E nel momento cruciale della scena del doppiaggio di un film polacco del 1970, dove il doppiatore copre con la sua voce quella originale di un personaggio proprio mentre sta leggendo un libro. Il cinema può convertire il testo, la letteratura, in immagine e veicolarlo nel mondo, mettere in scena gli uomini-libro anche in assenza di pubblicazione. Il cinema come possibilità di superare le rigide barriere nazionali. In una scena dove peraltro si discetta di come le parole polacche siano più corte. Unico spiraglio di un universo culturale chiuso anche linguisticamente. Scena che ha il corrispettivo nel momento in cui un personaggio riflette su come la parola petrolio abbia traduzioni diversissime in tante lingue. Solo alla principale fonte energetica, tanto del sistema capitalista che di quello comunista, è riservato uno status poliglotta. Ma la scena del cinema funziona anche come contrasto, nella sala buia, a una fotografia tutta governata di toni seppia, nel percorso monocromatico che German persegue da tempo. Un mondo scialbo, sbiadito e scolorito come quello della stagnazione brežneviana.

Info
Il trailer di Dovlatov.
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