Utøya 22. juli

Utøya 22. juli

di

Presentato in concorso alla Berlinale 2018, Utøya 22. juli di Erik Poppe mette in scena con un lungo ed estenuante piano sequenza di settantadue minuti la strage sull’isola norvegese di Utøya. Un mirabile tour de force dal punto di vista tecnico-artistico, sostenuto dalle performance dei giovani interpreti, in primis la protagonista Andrea Berntzen. Operazione complessa e assai rischiosa, che lascia più di un dubbio sul piano narrativo.

Utø(p)ya

Kaja trascorre qualche giorno con la sorella Emilie sull’isola di Utøya. Le due ragazze discutono perché Emilie non è dell’umore giusto per il campeggio e non ha assolutamente voglia di andare al barbecue. Così Kaja finisce per andarci da sola. Improvvisamente, si sente uno sparo. Il 22 luglio 2011, cinquecento giovani che hanno partecipato a un campo estivo sull’isola di Utøya sono stati attaccati da un estremista di estrema destra armato fino ai denti. L’attacco omicida ha causato la morte di 69 vittime… [sinossi]
[..] poiché la strage si è consumata in 30 minuti, c’è da chiedersi comunque perché il pluriomicida non sia stato minimamente contrastato dal gruppo destinato allo sterminio. Ragioniamo. Cinque, sei, sette, dieci, quindici persone, e tutte disarmate, non sono in grado di annientare un nemico, per quanto agisca da solo, se questo impugna armi da fuoco. Ma 50 – e sull’isola ce n’erano dieci volte tante – se si lanciano insieme su di lui, alcune di sicuro vengono abbattute, ma solo alcune, e quelle che, viceversa, rimangono illese (mettiamo 30 o 40) hanno la possibilità di farlo a pezzi con le nude mani. […] Cose così sono facili da scrivere […] Ma è incredibile come, in determinate circostanze, ciascuno pensi soltanto a salvare se stesso, illudendosi di spuntarla, anziché adottare la teoria più vecchia (ed efficace) del mondo: l’unione fa la forza.
Vittorio Feltri, Quei giovani norvegesi incapaci di reagire, «Il Giornale», 25 luglio 2011.

Osserviamo le nuvole minacciose. Non più all’orizzonte, ma sopra le nostre teste. Rigurgiti estremismi, coccolati e coltivati nel corso degli anni. E non solo a destra, non solo dalla Destra. Come se neo potesse depotenziare fascismo. Come se la Storia non ci avesse già insegnato tutto. Ma siamo cattivi allievi, e abbiamo cattivi maestri. Queste nuvole minacciose attraversano anche gli schermi della Berlinale 2018, dalla Marsiglia di ieri alla Marsiglia di oggi (l’ottimo Transit di Christian Petzold), dall’isola immaginaria di Isle of Dogs di Wes Anderson a quella reale, tragica e incomprensibile di Utøya 22. juli di Erik Poppe.
Già, proprio Utøya. La piccola isola norvegese donata al Partito Laburista Norvegese e poi passata alla Lega dei Giovani Lavoratori. E proprio il 22 luglio, quel 22 luglio. Era il 2011, era estate, un’isola felice ospitava ragazzi e ragazzini. L’utopia di Utøya. Utø(p)ya. Le nuvole minacciose, nerissime, quel giorno avevano una forma, un nome e delle idee precise e orribili: Anders Breivik, (neo)fascista, (neo)nazionalsocialista. Armato fino ai denti, ricolmo d’odio, imbottito di anti-multiculturalismo, anti-marxismo, anti-islamismo, anti-sionismo. Il Male.

Torniamo per un attimo ai cattivi maestri. Utøya 22. juli funziona benissimo nel dare forma al caos, al terrore. Ragazzi(ni) trasformati in sventurate e tragiche schegge impazzite: corse a perdifiato, una paura che annebbia, amici che stramazzano a terra uno dietro l’altro, colpi d’arma da fuoco che sembrano arrivare da tutte le parti. Un uomo? Molto uomini? Dei poliziotti? E perché la polizia dovrebbe sparare a degli innocenti campeggiatori adolescenti? Panico, sangue, morte. Panico. Panico. Panico. Un’incalcolabile e inimmaginabile paura. Lacrime di ragazzine di quindici anni che vorrebbero solo nascondersi tra le braccia di mamma e papà. Bambini – perché a quattordici anni puoi essere ancora alto un palmo e mezzo e pesare quanto un ramoscello – che non sanno cosa fare, non sanno dove andare. Piangono. Muoiono. Immobili come cerbiatti. Forse i cattivi maestri dovrebbero guardare Utøya 22. juli e ripensare a quello che hanno scritto del massacro di Utøya. Ma i cattivi maestri sanno davvero guardare e scrivere?

Il complessissimo piano sequenza di 72 minuti, tempo che corrisponde alla durata dell’attacco di Breivik, è una scelta tecnico-estetica eticamente comprensibile. Non l’unica percorribile, ma senza dubbio coerente, significativa e non fine a se stessa. Cineasta esperto, con un passato da direttore della fotografia, Poppe non cerca spiegazioni ma prova a trascinare lo spettatore nel caos, avvicinandolo almeno un po’ all’orrore e al terrore. Operazione impossibile, in realtà, ma era lecito provarci. Era lecito? Anche in questo caso, è arduo rispondere. Si dovrebbe tornare alla natura e ai confini del cinema, al carrello di Pontecorvo e allo sdegno di Rivette, alla Morte ogni pomeriggio di Bazin. Questione di sguardi.

Poppe non cerca mai il Mostro. Lo vediamo di sfuggita, in campo lungo, fuori fuoco. Come i ragazzi, non dobbiamo sapere da dove arriva, da dove spara. Su chi spara. Utøya 22. juli ci ricorda che la realtà finisce sempre per superare la fantasia. E anche l’orrore. La realtà spazza via tutto il sotto-genere horror che ha fatto furore tra i campeggi. La strada sbagliata, il bosco sbagliato, il lago sbagliato. Favole nere. La Storia sovrasta le storie. Ed è proprio qui, sul piano narrativo, che Utøya 22. juli compie un passo in più, come se la Storia non fosse sufficiente. Come se ci fosse davvero bisogno della circolarità narrativa, del collante, del pretesto.
Il caos non ha bisogno di ordine. La comprensibile pianificazione dei movimenti di macchina, le soste prolungate, gli escamotage tecnici (non dimentichiamo l’impeccabile lavoro sul sonoro) erano già una storia. Il resto sembra inutile, un’aggiunta didascalica e ridondante. Come le prime parole di Kaja – certo che non possiamo capire. Però rischiamo di tornare a Rivette, a un’impasse irrisolvibile. Meglio tornare al caos. Meglio tornare alle nuvole.

Info
La conferenza stampa di Utøya 22. juli alla Berlinale.
La scheda di Utøya 22. juli sul sito della Berlinale.
  • Utøya-22-juli-2018-Erik-Poppe-01.jpg
  • Utøya-22-juli-2018-Erik-Poppe-02.jpg

Articoli correlati

  • Venezia 2018

    22 July Recensione22 July

    di Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2018, ennesimo titolo Netflix presente al Lido, 22 July cerca di restituire un quadro completo del terribile attentato di Utøya
  • Berlinale 2018

    La donna dello scrittore RecensioneLa donna dello scrittore

    di In concorso alla Berlinale 2018, La donna dello scrittore trascina lo spettatore in un dedalo di suggestioni, di piani narrativi, di connessioni tra lo scenario della Seconda guerra mondiale e il panorama politico e morale odierno.
  • Berlinale 2018

    L'isola dei cani RecensioneL’isola dei cani

    di Titolo d'apertura della Berlinale 2018, in concorso, L'isola dei cani rilancia una delle suggestioni di Fantastic Mr. Fox: l'animazione in stop motion come terreno ideale per il cinema e la poetica di Wes Anderson. E per i suoi personaggi.
  • Festival

    Berlinale 2018Berlinale 2018

    Sessantottesima edizione. La solita fiumana di titoli e di sezioni per un programma smisurato, ma mai respingente: la kermesse berlinese resta un fulgido esempio di festival pensato e organizzato per il pubblico, e in seconda battuta per la stampa.
  • Festival

    Berlinale 2018 PresentazioneBerlinale 2018 – Presentazione

    Al via la Berlinale 2018, sessantottesima edizione. La solita fiumana di titoli e di sezioni per un programma smisurato, ma mai respingente: la kermesse berlinese resta un fulgido esempio di festival pensato e organizzato per il pubblico, e in seconda battuta per la stampa.
  • Berlinale 2018

    Touch Me Not RecensioneOgnuno ha diritto ad amare – Touch Me Not

    di Frutto di sette anni di lavoro e di chissà quanti cambi di direzione, Ognuno ha diritto ad amare - Touch Me Not è un pretenzioso e pornografico frullato di cliché sul corpo e sulla ricerca di identità, nel quale non si riesce a capire se a voler emergere sia il cinismo della vuota provocazione o il moralismo spicciolo. Orso d'Oro alla Berlinale 2018.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento