Season of the Devil

Season of the Devil

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Presentato in concorso alla Berlinale l’ultimo film di Lav Diaz, Season of the Devil; ancora una memoria di un cataclisma, ancora un racconto della dittatura di Marcos, ispirato a eventi e personaggi reali, confezionato nell’inedita, per il regista filippino, forma di rock opera, con musiche e testi da lui stesso scritti.

La La Lav

Alla fine degli anni ’70 una milizia controllata dall’esercito terrorizza i remoti villaggi delle Filippine. Il terrore inflitto alla popolazione non è solo corporale, ma anche psicologico, alimentato da racconti apocrifi sul capo del villaggio. Il poeta, insegnante e attivista Hugo Haniway cerca disperatamente la verità sulla scomparsa della moglie… [sinossi]
Posso vederti dall’occhio della tempesta
Nel vortice dell’infinità del tuo spazio
Posso vederti all’inferno
Bloccato tra le fiamme della casa del diavolo!
(Lav Diaz, estratto di una canzone del film)

“Se il mondo perdesse la melodia come farei con la ninna nanna?” è una battuta cantata dalla signora Sinta, sorta di figura sciamanica con lunga chioma e bastone, tra i personaggi del film Season of the Devil – nuova opera di Lav Diaz in concorso alla Berlinale – quello più intonato. Non ci può essere melodia nel cinema di Lav Diaz, non quando torna all’epicentro sismico del suo cinema, il periodo nero della dittatura di Marcos. La melodia si può riservare tutt’al più al mistero dolente di un altro passato, miticizzato, quello della liberazione dal giogo coloniale spagnolo. Non può esserci melodia in un cinema che ha concepito la messa in scena dell’agonia di un popolo, un popolo sepolto dalla storia, e non può esserci melodia nell’arte di un cineasta che ha realizzato la scena, di ventuno minuti, della lenta e inesorabile morte di Kadyo in Evolution of a Filipino Family. Non possono esserci le armonie da clavicembalo ben temperato nel cinema di Lav Diaz, che quando approda al musical non può che produrre un suono stridente, scordato, cacofonico, avere l’effetto del gesso intero sulla lavagna. Può sembrare un’anomalia, un azzardo per il pluripremiato cineasta filippino, quella del film musicale, ma in realtà tracce di una tale impostazione erano già disseminate nella sua filmografia. Basta pensare alla scena battesimale nel fiume che costituisce l’incipit di Century of Birthing, il canto di Father Tiburcio e dei suoi adepti, senza accompagnamento musicale, a squarciagola, in stato di trance. Basta pensare al frammento dell’esibizione di Lav Diaz, altrettanto disarmonica, con il suo gruppo all’interno di Melancholia. Basta pensare ai tanti tableau vivant, alle scene cristallizzate, nei suoi film, come in Florentina Hubaldo, CTE, che in questo ultimo film acquistano una nuova dimensione canora. O al riferimento a John Lennon in Death in the Land of Encantos mentre il filmmaker parla di un film come se fosse fatto dai membri della banda del sergente Pepper rinchiusi in un sottomarino giallo.

In fondo il cinema di Lav Diaz si è sempre posto come crocevia di rifrazione e scomposizione delle arti. E in questo film torna il racconto orale, in quello lungo, all’inizio, dello scrittore Hugo Haniway, figura paradigmatica del cinema del regista filippino, concentrato di tanti suoi personaggi. Come sempre Lav Diaz reinventa i codici del cinema, fa tabula rasa del linguaggio cinematografico convenzionale, si colloca nei confronti della Settima Arte con uno sguardo vergine, puro, dove tutto deve ancora essere inventato o messo in discussione. Non ci sono momenti di danza nel suo film musicale, ma dialoghi di un cinema enchanté alla Jacques Demy, in assenza però di musica, tanto diegetica quanto extradiegetica, salvaguardando così in una certa parte la convenzione di realismo e sospensione di incredulità. Sarebbe impossibile nella realtà avere un accompagnamento musicale nel nulla, ma sarebbe teoricamente fattibile che tutti si mettessero a cantare anziché parlare. I dialoghi cantati di Season of the Devil sono dei recitativi eseguiti da persone qualunque, non da cantanti lirici, che semplicemente elevano in arie le loro frasi quotidiane, come canticchiate sotto la doccia, come nei canti popolari dei contadini toscani, come le canzoni in chiesa a squarciagola di vecchiette stonate. Sono componimenti musicali basilari, e il refrain ricorrente consiste semplicemente di un elementare “la la la”. Quello di Lav Diaz è un teatrino brechtiano con il relativo straniamento, trapiantato nella giungla filippina. Alcune sue scene madri sono ricreate e declinate in questa nuova dimensione. Vale per tutte la scena di tortura dell’intellettuale alla fine di Death in the Land of Encantos, qua eseguita cantando, con il torturato legato e appeso come del resto legata e seviziata era Florentina Hubaldo, così come con canzoni si parla delle pallottole che hanno mietuto tante vittime. Con effetto spiazzante ma anche dando conto, come nei racconti popolari sul famigerato generale Oshima dell’esercito di occupazione giapponese nelle Filippine presente in Heremias, del punto di vista dei torturatori, dei guerriglieri del regime dittatoriale: la tenente del corpo paramilitare agli ordini di Marcos – un’incredibile Hazel Orencio mascolina dai capelli corti in divisa mimetica – intona: “Sto solo combattendo per la giustizia”. E in questo contesto di straniamento, Lav Diaz prosegue con quella fotografia espressionista propria di A Lullaby to the Sorrowful Mystery, fatta di silhouette e di squarci di luci abbaglianti, come quello per esempio di una scena di pestaggio, di nuove caverne platoniche e di elementi materici, l’acqua che scorre, l’incendio della capanna nella foresta. Popolando quella foresta di creature leggendarie, che si mescolano ai personaggi reali, il kapre, il gufo, il vampiro, il fantasma, di guerriglieri sfregiati, di comandanti come Narciso resi come un Giano Bifronte. Decorando la giungla di aeroplanini di carta e dall’immagine ricorrente di Narciso, estensione di Marcos, campeggiante nei mille volantini sparsi che lo ritraggono.

La filmografia di Lav Diaz segue un’oscillazione cronologica, come un metronomo che alla fine torna sempre lì, agli anni della dittatura di Marcos, della legge marziale, oggetto già dei film Evolution of a Filipino Family e From What is Before, e centro propulsivo del suo cinema. E, come negli ultimi film, parte da un momento ben preciso, enunciato all’inizio. In questo caso si tratta dell’anno 1979, quando gruppi paramilitari al comando di Marcos seminavano terrore nelle isole più remote. Da lì partono i percorsi narrativi di Lav Diaz. Le immagini del fiume, per esempio, richiamano quello nel cui letto si cercheranno le spoglie del rivoluzionario desaparecido di Death in the Land of Encantos. Nuovi traumi e supplizi torneranno ad affliggere il popolo filippino. Fino ad arrivare all’attuale presidenza di Rodrigo Duterte, la cui figura sembra velatamente richiamata più volte nel film. Ancora una memoria di un cataclisma, la memoria di un paese firmata Lav Diaz.

Info
La scheda di Season of the Devil sul sito della Berlinale.
Il trailer di Season of the Devil.
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