Dopo la prova

Dopo la prova

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Tra le ultime opere di Bergman, Dopo la prova è un film televisivo finito al cinema contro il volere del regista. Un momento introspettivo per il grande regista, un bilancio e un primo epitaffio di una vita dedicata al cinema e al teatro. Al Palazzo delle Esposizioni per la rassegna Bergman 100, organizzata da Azienda Speciale Palaexpo, CSC-Cineteca Nazionale e La Farfalla sul Mirino.

La vita è sogno

Sul palcoscenico di un teatro, dopo la prova, è rimasto l’anziano regista Henrik Vogler. Entra una giovane attrice, Anna, che parla del padre e della madre Rakel, anch’ella attrice, morta alcolizzata da qualche anno, e dice di averla odiata. Henrik rivede come in sogno Rakel che anni addietro aveva amato. Svanito il ‘fantasma’, Henrick confessa ad Anna di provare per lei un sentimento d’amore. Lei gli confida di essere rimasta incinta di un certo Johan. Anna deve andarsene perché ha una prova alla radio… [sinossi]

“Dopo le prove mi trattengo volentieri sul palcoscenico. Mi serve per riflettere in pace e con calma sul lavoro della giornata. È nell’ora del crepuscolo che piomba il silenzio del grande teatro”. Così inizia Dopo la prova, con una voce off e l’inquadratura dall’alto di Henrik Vogler, anziano regista in vena di bilanci della sua vita e della sua arte, assopito sul suo tavolino prediletto, con la testa reclinata su un copione, posto su un palcoscenico teatrale, dal quale lavora e dirige le prove dei suoi spettacoli.
Cos’è Dopo la prova se non una perfetta sintesi delle varie forme di rappresentazione percorse dal grande cineasta svedese, nel loro costante interfacciarsi e intercalarsi con la vita? Concepito inizialmente come dramma radiofonico da Ingmar Bergman, che poi ha valutato sarebbe stato meglio che si vedessero i volti dei personaggi, il progetto è stato poi convertito in film televisivo, per la TV svedese.
Presentato al Festival di Cannes del 1984, Dopo la prova ha avuto una distribuzione in sala dopo che il produttore Jörn Donner ne vendette i diritti a distributori statunitensi, ma contro il parere del regista che cercò invano di opporsi a tale operazione. “È tutto fuorché cinema”, soleva dire Bergman a proposito di Dopo la prova, “un esercizio austero per tre attori su un palcoscenico vuoto, di un’ora e dieci minuti”, girato in 16mm in dieci giorni di riprese nel Königliches Dramatisches Theater, la casa di Bergman; Bergman che al contrario non aveva obiettato quando le sue mini-serie o altri lavori televisivi, Scene da un matrimonio, Fanny e Alexander, uscivano come riduzioni cinematografiche. Dopo la prova si colloca idealmente “dopo” il cinema, come suo epitaffio, di Bergman, che aveva già dato ufficialmente addio alla settima arte con Fanny e Alexander, ma che avrebbe continuato invece a lavorare per teatro e televisione, comprendendo con quest’ultima anche la rimpatriata di Sarabande del 2003. Dopo la prova è ambientato in autunno, che è un autunno della vita, di una vita dedicata all’arte, fuori piove, lo si deduce dalle battute perché il film è una rigorosa opera da camera, un kammerspiel.

Henrik Vogler è l’alter ego di Bergman, un anziano regista che sta lavorando alle prove del Sogno di Strindberg, opera che dice di aver già allestito quattro volte. Anche Bergman aveva un debole per questo testo che aveva messo in scena quattro volte, una volta per la televisione, nel 1963, e le altre per il teatro. Si tratta di un’opera del 1903, definita come teatro psichico, estremamente audace per l’epoca, mettendo in scena un flusso di coscienza surreale e onirico, esplorando le infinite combinazioni mentali tra realtà e sogno. Un teatro non aristotelico che rifiuta la divisione in atti e scene così come non enuclea nemmeno i personaggi, che saranno un’infinità. Dopo la prova adotta la stessa struttura di flusso di coscienza, con la voce off in prima persona di Henrik Vogler che è inquadrato nella prima scena che dorme, e con dei passaggi onirici. Il rimbalzo ulteriore, con la pièce teatrale cui si fa riferimento, è dato dal fatto che in un momento di questa iniziano delle prove teatrali, quasi un gioco di specularità infinite escheriane.
Nei suoi allestimenti televisivi e teatrali del Sogno, Bergman suggeriva come il sognatore fosse lo stesso Strindberg, che da regista indicava in scena come un’entità superiore. Ora l’anziano Bergman, con Dopo la prova, realizza un’ulteriore identificazione, tra Strindberg e se stesso attraverso la figura di Henrik Vogler. L’entrata in scena di Rakel, la madre, defunta da qualche anno, di Anna, la giovane attrice che in quel momento sta parlando con Henrik, è un puro ingresso teatrale, un modo in cui il teatro, terreno della magia, può risolvere un simile stato onirico, mentre Anna rimane comunque in scena, seduta, ma immobile, in trance. E il teatro sembra una guida ispiratrice delle azioni di Henrik, che cerca di sedurre Anna citando Hedda Gabler, di Ibsen, le dirà poi che rifiuta di far parte del suo dramma, mentre prima aveva rinfacciato a Rakel di essere stata terribilmente teatrale. Attorno al tavolino di Vogler, Bergman piazza tanti feticci della sua teatrografia, il sofà usato per Hedda Gabler, il tavolo di Tartufo, elementi totemici, i fantasmi della sua arte che accompagnano quelli della sua vita.

Anche Henrik, come Bergman, ha fatto cinema, così come gli attori presenti, o citati, come il padre ufficiale di Anna. Sia il cinema, che il film televisivo, che il teatro e la radio, funzionano con gli attori e Bergman ama i suoi attori, intreccia con loro rapporti di profonda amicizia, con tante sue attrici ha avuto relazioni sentimentali. Dopo la prova, che Bergman definisce come un’occasione di ritrovo tra amici, può essere visto come un saggio sulla recitazione. Henrik pure rivendica di amare gli attori, definisce la recitazione come un atto morale e rinfaccia loro di aver lavorato in stupidi film commerciali. Li classifica tra quelli che salgono sul palcoscenico e quelli che scendono. E soprattutto, nel film per la televisione che parla di teatro, trionfano i volti bergmaniani scrutati dalla luce di Sven Nykvist, i primi piani intensi, i close-up, con un linguaggio filmico, che prevede inoltre la carrellata dall’alto iniziale, e una panoramica a schiaffo finale, che volutamente si pone come anti-teatrale. Anche se a intercalare ci sono, ma pochi, alcuni totali teatrali, punti di vista di uno spettatore seduto in sala.

Il teatro, il cinema, la televisione non possono che portare alla vita, indissolubilmente connessa per Bergman alla sua arte. Henrik parla del film che aveva fatto con il padre di Anna, interpretata da Lena Olin, figlia di Stig Olin che era stato protagonista del primo film di Bergman, Crisi del 1946. Henrik è interpretato da Erland Josephson, Rakel da Ingrid Thulin, due attori che sono stati compagni di vita e sodali collaboratori del regista.
In un breve flashback si vede Henrik bambino, rannicchiato tra due riflettori, e a interpretarlo è quel Bertil Guve che è stato il bambino di Fanny e Alexander, il personaggio ispirato allo stesso Bergman da ragazzo. Nel gioco a rimpiattino di Bergman tra arte e vita si instaura un conflitto. Anna rivela a Henrik di essere incinta – situazione che peraltro, ancora una volta ricalca quella vissuta nella realtà da Lena Olin –, lui teme che questa condizione potrebbe mandare all’aria lo spettacolo, e lei arriva a ipotizzare un aborto. Cosa scegliere? La vita o l’arte? Il regista Henrik la dissuade dall’interrompere la gravidanza, per il teatro non vale la pena. Ma per Bergman, regista ed entità demiurgica, poco importa, vita e teatro equivalgono, sono antinomie che si comporranno nel cinema, o in un film per la televisione.

Info
La scheda di Dopo la prova sul sito del Palazzo delle Esposizioni.
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