Museo

Presentato in concorso alla Berlinale, dove si è aggiudicato l’Orso d’argento alla miglior sceneggiatura, Museo è una scanzonata somma di heist movie e road movie, basato su un fatto di cronaca del 1985. Un’operina leggera che tuttavia esprime un sentimento nazionale attraverso l’amor proprio dei messicani per il loro patrimonio archeologico.

Messico e nuvole

Gli eterni studenti Juan e Wilson stanno pianificando un audace colpo, quello di introdursi nel Museo nazionale di antropologia di Città del Messico per rubare i preziosi reperti Maya, Mixtechi e Zapotechi, in particolare la maschera del re Pakal. Tutto fila liscio ma i due amici si rendono conto della gravità della loro azione quando il telegiornale tratta il caso come un attacco alla nazione… [sinossi]

Sembra inverosimile, un’invenzione per una commedia, eppure il fatto centrale di Museo, il furto clamoroso di reperti archeologici di valore inestimabile nella principale sede museale messicana, è avvenuto davvero, nel 1985. Una rapina impossibile, anche per l’impraticabilità di poter vendere quei reperti che alla fine vennero recuperati a casa di un uomo che li aveva trafugati solo per diletto. Un’impresa che non può che essere considerata ammirevole, per l’audacia, pur nella sua immoralità. Che ci ricorda, vagamente, un fatto italiano avvenuto un anno prima, sempre relativo a opere d’arte, quello dei falsi Modigliani realizzati da studenti buontemponi come atto goliardico. Uno spirito che si avvicina a quello di Juan e Wilson, rampolli di una borghesia annoiata benestante, eterni studenti che non vogliono laurearsi, che vivono di fatuità, che passano le giornate al cazzeggio, usando il cubo di Rubik a mo’ di mela di Guglielmo Tell, che rivelano a quei bambini che a scuola suonano il flauto dolce, ricordo di tutti noi, che Babbo Natale non esiste. Il regista Alonso Ruizpalacios parte proprio da quel fatto, ricostruendo un possibile identikit degli autori di quel colpo, per costruire una commedia scanzonata che coniuga l’heist movie, il film sulla grande rapina, e il road movie attraverso il paese. Non ci crede forse neanche lui, il regista, che un simile furto possa essere possibile. E dopo averci ragguagliato, nella scritta iniziale, che questa storia è una replica di quella vera, non mostra nel dettaglio come avviene il furto della maschera, cosa su cui indugerebbero con dovizia di dettagli tanti colleghi. Ci porta su una dimensione del dubbio, onirica e scanzonata.

Non c’è una condanna rispetto a una classe sociale parassita, in un contesto dove è fortissimo il divario tra ricchi e poveri, che funziona ancora secondo una struttura fortemente patriarcale, dove i figli finiscono per confessare la propria marachella, in questo caso un furto di valore inestimabile, e vengono presi sonoramente a sberle dal proprio vecchio. Un mondo dove è importantissima ancora la gerarchia famigliare, in nuclei estremamente numerosi e allargati. Forse l’indulgenza di Alonso Ruizpalacios nei confronti di Juan e Wilson si deve proprio alla necessità di una via di fuga, goliardica, un riscatto con un’azione clamorosa, nei confronti di una struttura sociale opprimente.

Ritroviamo quei manufatti, tipo quelli del sito archeologico di Palenque, assurti da una cultura pseudoscientifica hippie degli anni ’70, come esempio dell’archeologia misteriosa, testimonianza di quegli extraterrestri che in epoche antiche avevano visitato il nostro pianeta. Cosa di cui nel film si fa proprio riferimento. E tra una gag e l’altra, Museo – che alla Berlinale 2018 ha vinto l’Orso d’Argento come miglior sceneggiatura – rende perfettamente il fascino magnetico e misterioso di quegli antichi manufatti. Che fanno parte della loro cultura e il loro trafugamento e relativa indignazione diventano un’occasione per il riscatto d’orgoglio di un popolo. Il rispetto anche solo fotografico che Alonso Ruizpalacios comunica di questi manufatti, per questi loro antenati extraterrestri, è indicativo e già fortissimo nella prima inquadratura dentro il museo, con il totale di una sala da cui sprigiona l’imponenza di busti e sculture. E il furto diventa un McGuffin per poi partire con il road movie, e scandagliare il paese in lungo e in largo, nel presente come nel passato, nelle sue spiagge e nei suoi siti archeologici. Un viaggio che proprio non è quello da turista che poteva fare Gabriele Salvatores, come ne è riprova la citazione dallo scrittore antropologo Carlos Castaneda. Un viaggio che prevede anche la presenza come star dell’attore nazionale Gael García Bernal, riconosciuto come tale in una gag che rompe la convenzione cinematografica. Gael che è il nuovo astronauta di Palenque, ambasciatore del Messico nel mondo.

Info
La scheda di Museo sul sito della Berlinale.
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