2 gran figli di…

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2 gran figli di… è una commedia priva di mordente, che dovrebbe raccontare la voglia di scoprire il sangue del proprio sangue e invece si diletta in un road-movie stanco, prevedibile, che guarda a Un biglietto in due di John Hughes ma non sa davvero dove andare a parare. Privo di verve anche il cast, capitanato da Owen Wilson ed Ed Helms, gemelli alla ricerca del babbo sconosciuto.

Chi sei, papà?

Nel giorno del suo matrimonio, l’eccentrica Helen confessa ai figli ormai adulti di aver sempre raccontato loro un mucchio di frottole per tamponare l’assenza della figura paterna. Il pragmatico Peter e lo stralunato Kyle vengono a sapere che il genitore non è morto quando erano piccoli, e che l’uomo sulla fotografia sgualcita che conservano gelosamente non ha con loro alcun legame di parentela. Non è tutto: colpa del fervore femminista, della disco e della filosofia dell’amore libero anni ’70, Helen non conosce l’identità del loro vero padre. L’amara verità mette in discussione le certezze dei due fratelli che, a bordo di una vecchia auto sconquassata, attraversano il Paese alla ricerca del padre biologico… [sinossi]

Con Father Figures (il titolo originale è di gran lunga preferibile al pecoreccio adattamento italiano 2 gran figli di…, che per di più riferito alla storia che racconta svela anche preoccupanti rigurgiti misogini) Lawrence Sher esordisce alla regia a quasi cinquant’anni, dopo un ventennio al lavoro come direttore della fotografia, da La mia vita a Garden State di Zach Braff al futuro Godzilla: King of the Monsters di Michael Dougherty, previsto per il marzo 2019, passando per i vari Una notte da leoni, Paul, Il dittatore, I sogni segreti di Walter Mitty e Godzilla. Eccezion fatta per il sauro cresciuto a oceano e scorie industriali, la filmografia come DOP di Sher permette di spiegare con una certa precisione anche ritmi e timbriche del suo esordio dietro la macchina da presa. Guarda alla commedia a stelle e strisce dell’ultimo decennio, 2 gran figli di…, tra rocambolesche avventure, eccessi, deviazioni nel demenziale, e la pallida eco del cinema di John Hughes. C’è sempre il nume tutelare della commedia hollywoodiana dell’ultimo trentennio infatti tra le pieghe di questo racconto di riscoperta della fratellanza: il compassato e rigido Peter, che di mestiere fa il proctologo, e suo fratello gemello Kyle, sbarazzino testimonial di una salsa barbecue, sono la riedizione – l’ennesima – di Steve Martin e John Candy, costretti dagli eventi a viaggiare insieme e ad attraversare l’America per tornare a casa e festeggiare il Giorno del Ringraziamento in Un biglietto in due. Anche l’ultimo Richard Linklater, lo splendido e incredibilmente incompreso Last Flag Flying (davvero resterà inedito in Italia? Sarebbe triste, per quanto non sorprendente…), guardava in direzione del film di culto che proprio nel 2018 compirà trent’anni, e lo faceva raggiungendo tutt’altri risultati. Messa da parte qualsiasi riflessione sulla propria nazione, ridotte al minimo le informazioni sociali sui due protagonisti, la trama di 2 gran figli di… non fa altro che trasformarsi in un lungo e in gran parte vuoto trasferimento da una parte all’altra degli USA, ora a bordo di un aeroplano ora di una macchina presa a nolo. Lo schema è metronomico, e ripetitivo: Peter e Kyle, alla ricerca del padre naturale che non hanno mai conosciuto (non conobbero neanche quello fittizio, visto che la madre gli ha sempre detto che era morto prima della loro nascita per un tumore al colon) raggiungono un posto, conoscono un amante dell’epoca della madre – Glen Close nei panni di una simpatica libertina cresciuta nel sottobosco hippie, unica intuizione interessante dello script – e cercano di capire se è possibile che sia il loro vero padre.

Ecco dunque passare in rassegna alcune tipologie di maschio, senza che questo porti in alcun modo a una riflessione sul genere, sulle sue idiosincrasie ed eventuali meschinità, sul suo ruolo presente/assente nella società del Capitale. Che si tratti di un ex campione di football, di un piccolo criminale dedito a furti e ritorsioni, di un poliziotto infiltrato o di un veterinario, la reazione dei due fratelli è praticamente sempre la stessa: un affetto immediato e quasi paratattico, di superficie. Per Peter, cresciuto nel mito di un padre che non è mai esistito – è diventato proctologo proprio per salvare altri uomini dall’invadenza di problemi al colon –, il possibile genitore diventa subito “papino”, mentre Kyle tenta un approccio altrettanto goffo ma più informale.
Pretendere più di questo, da una commedia portata avanti in evidente crisi di idee e di soluzioni logiche, sarebbe forse troppo. Non vengono in aiuto in modo particolare neanche le interpretazioni dei protagonisti, a partire dai gemelli diversi Owen Wilson ed Ed Helms. Tutti appaiono ingessati, meccanici, del tutto incapaci di creare la benché minima empatia e di andare oltre alla macchietta, o alla maschera. Sher, che non sopperisce alle mancanze dello script con la propria messa in scena, incardinata nella medietà e nella prassi industriale, si diverte perfino a giocare con il soprannaturale nella creazione di un deus ex machina sui generis, ma 2 gran figli di… non riesce mai a trovare il gancio per elevarsi dal proprio livello, ed è difficile ipotizzare che possa perdurare nella memoria cinefila per più di una quindicina di minuti. Tra personaggi che scompaiono di scena senza alcuna spiegazione – a partire dal figlio di Peter, su cui pure si apre il film – e altri che con ancor maggiore disinvoltura vengono inseriti a forza nella narrazione, 2 gran figli di… si dimostra un progetto fallimentare, al quale manca una guida sicura ed equilibrata. Una figura paterna?

Info
Il trailer di 2 gran figli di…
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