Ognuno ha diritto ad amare – Touch Me Not

Ognuno ha diritto ad amare – Touch Me Not

di

Frutto di sette anni di lavoro e chissà quanti e quali rimaneggiamenti e cambi di direzione, Ognuno ha diritto ad amare – Touch Me Not è un confuso, pretenzioso e non di rado pornografico frullato di cliché sul corpo, sul (non) sesso e sulla ricerca di identità, nel quale non si riesce nemmeno a capire se a voler emergere sia il cinismo della vuota provocazione o il moralismo spicciolo di chi gioca fra documentario e messa in scena. Che cosa possa avere spinto la giuria a premiare con l’Orso d’Oro della 68ma Berlinale un film per molti versi offensivo nei confronti di uomini, donne, eterosessuali, omosessuali, transgender, cinefili e portatori d’handicap indifesi di fronte a una videocamera, al di là delle dietrologie e delle polemiche, è semplicemente un mistero.

Award it not

Laura non può sopportare di essere toccata e indietreggia con ripugnanza ogni volta che qualcuno cerca di abbracciarla o di sfiorarle una mano. Per questo va in terapia e invita in casa gigolò, ma il suo corpo è ancora come un’armatura. In una successione di scene scollegate, seguiamo altre persone alla ricerca della propria intimità. Christian, che deve convivere con pesanti menomazioni fisiche, parla candidamente di che cosa lo eccita e di che cosa lo tedia nel suo lungo rapporto d’amore con la ragazza di vecchia data. La coppia partecipa a un workshop sulla consapevolezza del corpo a cui prendono parte persone di ogni età, con e senza disabilità, come Tudor. La sua testa calva lo fa sembrare particolarmente e stranamente vulnerabile, e da parte sua ha già conosciuto e accettato le molteplici forme del suo desiderio… [sinossi]

La pornografia ha varie declinazioni. C’è quella “classica”, che si pratica da nudi e che di per sé, fra consenzienti, può anche essere un genere cinematografico pienamente legittimo, e poi ce n’è una indipendente dai centimetri di pelle scoperta, molto più grave, molto più inaccettabile, l’unica realmente immorale. È la pornografia dello sguardo, quella dei sentimenti, quella che entra con una macchina da presa nelle camere da letto e nell’intimità delle persone, ci si piazza di fronte con freddezza e volontà di giudicare, e impietosa filma e mostra anche ciò che probabilmente non dovrebbe essere filmato e mostrato.
Ci ha messo sette anni Adina Pintilie a portare a termine il suo film d’esordio Touch me not (che in Italia diventa Ognuno ha diritto ad amare, pur non perdendo il titolo originale). Sette anni di rielaborazioni e di ripensamenti, sette anni di (vana) ricerca di una direzione, sette anni a giocare fra documentario e finzione con i suoi tre personaggi, Laura e la sua patologica insofferenza nei confronti di ogni tipo di contatto, Tudor e i suoi laboratori di bodywork therapy finalizzati al contrario alla costante (ri)scoperta dei corpi, e poi Christian, paralizzato e menomato da un’atrofia muscolare per la quale a stento riesce a parlare, che del suo corpo vorrebbe avere una differente percezione fatta di tentativi di seduzione e di aperte confessioni sulla sua sessualità. Non sono tanto le nudità, che di certo non mancano ma ormai non scandalizzano più nessuno, a infastidire. E forse non è nemmeno l’entomologia dei corpi – imperfetti, deformi, imbolsiti, ingrassati, sofferenti, mutilati – su cui Adina Pintilie costruisce Touch me not come un informe ammasso di scene, personaggi, dettagli, peli, capezzoli, ascelle, volti, organi genitali e dita da trasformare «in nuovi occhi».
Ciò che rende Touch me not inaccettabile, respingente e punitivo è la pretenziosa confusione nella quale la regista brancola per oltre due ore di cliché sull’identità e sulla sessualità, è la sua asettica sospensione di vuota estetica in bianchi e sovraesposizioni che annullano ogni tipo di autoironia e di onestà, è il suo utilizzo improprio del metacinema fra la Arri da montare e le apparizioni della stessa regista nel cerchio dell’obiettivo, sono i suoi intenti ora tesi alla vana provocazione voyeuristica fra feticismo ed esibizionismo e ora moraleggianti nel mettersi direttamente in scena intervistando i suoi personaggi oppure intervenendo nelle loro decisioni come una sorta di dea ex machina che si sente al di sopra di quello che viene mostrato. E forse, ancora di più, è la sua totale anaffettività, spesso ai confini con l’arroganza, nei confronti dell’handicap fisico, con Christian morbosamente osservato nelle sue malformazioni e nelle sue “diversità” quasi come se fosse un animale allo zoo, quasi come se fosse un mostro, senza alcun tipo di trasporto, senza alcun tipo di pietà, senza alcun tipo di umanità.

Ci si sente in sincero imbarazzo, guardando Touch me not. Ma non ci si sente, come probabilmente l’autrice vorrebbe, sporchi oppure colpevoli di un qualche cosa. Ciò che lascia basiti non è la rottura con la morale che il film vorrebbe portare sullo schermo, non è la sua (supposta) audacia, ma è al contrario proprio il suo moralismo di ritorno pateticamente mascherato da libertà, il suo continuo e glaciale giudizio dal pulpito che Adina Pintilie si autoricava nell’occhio meccanico – quasi come a voler dare la colpa a lui e non a chi lo manovra – con il quale denuda i suoi personaggi.
Scorretto e intriso di cattivo gusto nel suo voyeurismo che calpesta ogni tipo di etica cinematografica alla ricerca del vacuo sensazionalismo del “proibito”, Touch me not sfrutta i linguaggi del documentario per innestare una finzione/canovaccio nella quale gli attori – estremamente più intelligenti di quanto non traspaia dall’inconcepibile piattezza di un film incapace di sviluppare un solo discorso o una sola microstoria al suo interno – si interrogano sulla propria intimità e provano, invano, a emozionarsi. Ma è impossibile che possa trasparire un’emozione sincera in quella che è una ricerca interiore priva di desiderio e di reale erotismo, normalizzata, finta, fatta di corpi senza carne e senza lussuria, fatta di parole senza costrutto, fatta di episodi senza un reale percorso.
Non ha alcun tipo di forma Touch me not, non ha un punto d’approdo, non riesce a fornire un solo appiglio, non riesce mai a tendere una mano allo spettatore. È una questione di sensibilità, di partecipazione, di intento: quello che, filmato dall’occhio giusto, potrebbe in potenza ergersi a pura poesia d’umanità e di emotività, ci mette pochissimo a trasformarsi in perversa invasione, in cinismo, in obiettivo della mdp puntato, quasi come fosse la bocca di un fucile del plotone di esecuzione, contro chi è indifeso e non può ribellarsi.

C’è Christian immerso nel bianco con la sua sedia a rotelle che parla (sottotitolato perché altrimenti pressoché incomprensibile) delle dimensioni del suo pene, c’è la masturbazione del marchettaro bulgaro che Laura invita in casa come una sorta di terapia che non parrebbe fornire risultati nel suo (non) riuscire ad aprirsi, e poi c’è quella dell’attempato transessuale che Laura ha conosciuto su Internet, c’è il suo denudarsi, c’è il suo dare i nomi ai seni senza però rinunciare al pene, in una costante ricerca di identità sessuale e personale. I corpi, nell’affastellarsi visivo e verbale di ogni possibile stereotipo precotto dalla ghiandola pilifera alla danza, sono involucri, prigioni e protezioni, qualcosa su cui scrivere o qualcosa da modificare, un dono nel quale in qualche modo, prima o poi, (ri)trovarsi a costo di terapie d’urto fra striptease e massaggi, sadomasochismi e voyeurismi sulle altrui masturbazioni, morsi e capelli tirati, urla e distanze da (non) tenere (più). Così come, con eguali banalizzazioni retoriche, il sesso è scoperta di sé, è autodeterminazione, è libertà, è diritto, è conoscenza, a volte è lavoro – e mai nessuno, o quasi, che lo definisca un piacere.

Nella serie dei cliché, a metà strada fra gli accoppiamenti fra disabili, il membro del(la) transgender e le manipolazioni della fisioterapia, non poteva mancare il sex club come unico possibile sfogo delle proprie repressioni, unico possibile punto di incontro fra bondage e scambismo, tutine di lattice e sex toys. Ma forse questo non è così un male: per quanto quella nel locale sia una sequenza, come tutto il film, ai limiti dell’irricevibile, è forse l’unico momento in cui l’apparentemente infinito vociare di Touch me not, quella mole di discorsi che non vanno da nessuna parte e tornano sempre sugli stessi banali punti, tace per un attimo, viene sostituito da un po’ di musica, lasciando un breve momento di tregua dai suoi stereotipi e dalle sue invasioni con la rottura della quarta parete, dalle ellissi temporali gestite come peggio non si può e dall’intervento in campo dei tecnici solo perché va di moda mostrare un po’ di set.
Laura osserva i corpi altrui per scoprire il suo, tenta di guarire dalla sua patologica idiosincrasia con sessioni di touch therapy, diventa alter ego della regista e in aperto dialogo con chi la sta mettendo in scena, mentre nessuno riesce a crescere o a maturare, né Laura, né gli altri personaggi, né il film, né tanto meno una regista che, strada facendo, parrebbe aver perso del tutto le redini del suo stesso ambizioso progetto, imperdonabile nello sguardo profondamente pornografico, profondamente indecisa sulla strada da seguire, fortemente pretenziosa nei vacui estetismi che si rincorrono appiattendo le personalità nel bianco dei set e dei vestiti, oppure nel linguaggio che vorrebbe “fare lo sperimentale” ma in realtà nient’altro fa che cucire insieme diverse (e incompatibili) varianti di “già visto”.

Sembra incredibile che Adina Pintilie, da anni residente a Berlino, venga da quella Romania che, nello scenario attuale, è probabilmente il miglior cinema europeo della contemporaneità con autori del calibro di Puiu, Mungiu, Porumboiu, Jude, Netzer, Muntean e Lucian Pintilie, che con Adina parrebbe condividere solo una semplice omonimia. Sembra incredibile che da quello stesso Paese possa giungere un film che va apertamente contro i principi umani e politici su cui la locale Nouvelle Vague si basa, sembra incredibile che da quello stesso Paese possa giungere un film che annienta ogni tipo di poetica in favore del narcisismo autoriale di chi non ha nulla da dire, e che (non) lo dice tentando di abbagliare e al contempo di respingere sogghignando.
Non è dato sapere se si tratti di reale malizia o di semplice ingenuità, ma Touch me not, nella sua anaffettività e nella sua mancanza di rispetto nei confronti di chi inquadra, è un film profondamente offensivo, per chiunque. Offende i portatori d’handicap con il suo sguardo impietoso, offende le donne con il suo fingere di metterle al centro per relegarle a una posizione di outsider eternamente insoddisfatte, offende gli uomini considerati alla stregua di statue di carne da guardare e non toccare, offende chi ha deciso di cambiare sesso puntando i fari sulle sue più intime contraddizioni, offende lo spettatore concentrato e destinato a non trovare alcun tipo di risposta, offende il documentario con la finzione e offende la finzione con il pessimo metacinema documentaristico, offende chi ama nella sua negazione dell’amore, nella sua mercificazione a ogni costo del sesso, nella sua volontà di infastidire con inutili esibizionismi e drammatici ritorni allo stesso vuoto.

Risulta davvero complicato capire cosa possa avere spinto a selezionare un film del genere, a metterlo in concorso, e ancor di più a premiarlo con un Orso d’Oro alzato in faccia ad Aleksej German jr, a Christian Petzold, a Wes Anderson, a Lav Diaz e allo stesso Erik Poppe sorpresa registica in uno dei migliori concorsi degli ultimi anni – anche se, come d’abitudine, il “vero” meglio della Berlinale si è probabilmente annidato nelle altre sezioni. Quello assegnato a Touch me not è un premio profondamente pericoloso nel suo sdoganare la pornografia dello sguardo, nel suo legittimare un ammasso informe di immagini e parole che prendono e modellano i “temi scomodi” come se fossero una minestra da riscaldare nel forno a microonde e da utilizzare come specchietto per le allodole: sesso e disabilità, corpi e identità, sfioramenti e sapore delle lacrime. Tanto che, di fronte alla bruttezza indescrivibile di un film del genere, nettamente il peggiore del concorso e probabilmente fra i punti più bassi mai sfiorati, risulta difficile pensare che qualcosa di Touch me not abbia realmente sedotto la giuria capitanata da Tom Tykwer.

È molto più semplice, e infinitamente più triste, pensare a una motivazione dettata dall’ipocrisia, dettata da un’offesa che è probabilmente ancora peggiore rispetto a quella del film. Sia ben chiaro, le ragioni che stanno alla base del movimento #metoo sono sacrosante. Sarebbe impossibile redigere una lista completa degli abusi e dei soprusi contro donne che, troppe volte e per troppi anni, si sono inseguiti nell’atroce silenzio. Vero è anche, però, che nel corso degli ultimi mesi lo scandalo ha raggiunto proporzioni gargantuesche, allargandosi a macchia d’olio e coinvolgendo anche innocenti – dagli “abbracci non richiesti” che hanno in sostanza rimosso John Lasseter dalla Pixar fino alle ripetute abiure nei confronti di Woody Allen, che a Dylan Farrow mai ha torto un capello come comprovato da due inchieste del tempo. L’idea che, nel perbenismo generale dilagante, qualcosa abbia potuto spingere la giuria a ragionare per una questione di “quote rosa” – termine orribile e altamente offensivo che, anziché ragionare per meriti in una reale parità dei sessi, riduce in sostanza le donne a esseri inferiori a cui dare il contentino – è esplosa con il fragore di una risata isterica, rimbombando per la sala stampa berlinese come un’unica voce di uomini e donne di ogni lingua e nazionalità. Nessuno di noi, però, era presente nelle stanze della giuria, nessuno di noi può sapere come questa sconcertante decisione sia stata presa e per quali motivi. L’isteria della sala stampa è solo un’ipotesi dettata dalla rabbia per un premio probabilmente più assurdo di ogni altro (e sono stati tanti, nella storia dei Festival cinematografici), che non si può sapere quanto sia fondata. Certo, se questo fosse vero, se Touch me not fosse stato realmente premiato in ottica #metoo, non sarebbe in alcun modo colpa del #metoo, che rimane inattaccabile e assolutamente da sostenere nelle sue ragioni, e non sarebbe in alcun modo neanche un suo deragliare o una sua aberrazione. Sarebbe al contrario un pieno malinteso, una sua negazione, il definitivo equivoco. Un qualcosa per cui in primis le donne si dovrebbero offendere come non mai.
Ma questa polemica, che non si poteva non riportare cercando di interrogarsi sulle motivazioni che hanno portato questo film sul gradino più alto del podio di Berlino, non deve in alcun modo essere il punto e non va in alcun modo alimentata. Il principale problema di Touch me not, anzi l’unico, è se stesso, il suo non-sguardo, la sua non-forma, la sua confusione, il suo disastroso tiro fuori bersaglio, il suo inanellare tutti i cliché che avrebbe voluto combattere, il suo odiare i personaggi che avrebbe voluto amare, il suo mettere al centro quella regia che sarebbe dovuta rimanere invisibile, la sua profonda e inaccettabile pornografia. Distogliere lo sguardo da questo sarebbe semplicemente fargli un’ulteriore e immeritata grazia dopo una vittoria già impossibile, alla quale ancora, a distanza di una settimana, non si riesce a credere.

Info
La scheda di Touch Me Not sul sito della Berlinale.
  • touch-me-not-2018-adina-pintilie-01.jpg
  • touch-me-not-2018-adina-pintilie-02.jpg
  • touch-me-not-2018-adina-pintilie-03.jpg

Articoli correlati

  • Berlinale 2018

    Season of the Devil RecensioneSeason of the Devil

    di In concorso alla Berlinale l'ultimo film di Lav Diaz, Season of the Devil; ancora una memoria di un cataclisma, ancora un racconto della dittatura di Marcos, ispirato a eventi e personaggi reali, confezionato nell'inedita forma di rock opera.
  • Berlinale 2018

    Utøya 22. juli RecensioneUtøya 22. juli

    di Presentato in concorso alla Berlinale 2018, Utøya 22. juli di Erik Poppe mette in scena con un lungo ed estenuante piano sequenza di settantadue minuti la strage sull'isola norvegese di Utøya. Un tour de force tecnico-artistico...
  • Berlinale 2018

    La donna dello scrittore RecensioneLa donna dello scrittore

    di In concorso alla Berlinale 2018, La donna dello scrittore trascina lo spettatore in un dedalo di suggestioni, di piani narrativi, di connessioni tra lo scenario della Seconda guerra mondiale e il panorama politico e morale odierno.
  • Berlinale 2018

    Dovlatov RecensioneDovlatov

    di German Jr. torna alla Berlinale con un biopic sullo scrittore e giornalista Sergei Dovlatov, uno degli autori più popolari del ventesimo secolo, che però subì l'ostracismo sovietico. Una storia in cui si riflette quella del padre del regista, Aleksei Yuryevich German.
  • Berlinale 2018

    L'isola dei cani RecensioneL’isola dei cani

    di Titolo d'apertura della Berlinale 2018, in concorso, L'isola dei cani rilancia una delle suggestioni di Fantastic Mr. Fox: l'animazione in stop motion come terreno ideale per il cinema e la poetica di Wes Anderson. E per i suoi personaggi.
  • Festival

    Berlinale 2018Berlinale 2018

    Sessantottesima edizione. La solita fiumana di titoli e di sezioni per un programma smisurato, ma mai respingente: la kermesse berlinese resta un fulgido esempio di festival pensato e organizzato per il pubblico, e in seconda battuta per la stampa.
  • Trieste 2018

    Soldiers. Story from Ferentari

    di Storia d'amore omosessuale divertente e straziante, Soldiers. Story from Ferentari - presentato nel concorso lungometraggi al Trieste Film Festival - vale anche come saggio malinconico sulla 'vampirizzazione' delle classi sociali più povere.
  • Locarno 2017

    The Dead Nation RecensioneThe Dead Nation

    di Presentato nella sezione Signs of Life del Locarno Festival, The Dead Nation (Țara moartă), ultimo tassello della storia della Romania del regista Radu Jude, abbina il racconto delle persecuzioni antisemite con delle fotografie d'epoca.
  • Interviste

    Cristian Mungiu intervistaIntervista a Cristian Mungiu

    Fresco di nomina a presidente di giuria della Cinéfondation di Cannes, Cristian Mungiu è uno degli esponenti di spicco del nuovo cinema rumeno. Lo abbiamo incontrato a L’immagine e la parola, dove ha tenuto una masterclass.
  • Trieste 2017

    Intervista a Cristi Puiu

    Cristi Puiu è fra gli autori di punta del cinema rumeno. Lo abbiamo incontrato in occasione del 28esimo Trieste Film Festival, dove è stato ospite d'onore e ha presentato in anteprima italiana Sieranevada, già in concorso a Cannes.
  • Locarno 2016

    Scarred Hearts

    di Presentato nel concorso internazionale del Festival del Film Locarno, Scarred Hearts di Radu Jude è la messa in scena lenta e inesorabile del disfacimento fisico del poeta Max Blecher, in un paradossale calligrafismo estetico e letterario della degenza in un sanatorio d'epoca.
  • Archivio

    Un padre, una figlia

    di Cristian Mungiu è un regista indispensabile per capire l'Europa contemporanea, le sue derive, il suo tentativo di "ripulirsi" dalla corruzione del tempo. Un padre, una figlia lo conferma ancora una volta.
  • Cannes 2016

    Sieranevada

    di Cristi Puiu torna alla regia con Sieranevada, dramma familiare ambientato a ridosso dei tragici fatti di Charlie Hebdo. In concorso a Cannes 2016.
  • Cannes 2012

    Oltre le colline RecensioneOltre le colline

    di Con Oltre le colline Cristian Mungiu, tra i principali cantori del nuovo cinema rumeno, firma una requisitoria contro l'ortodossia religiosa.
  • Venezia 2008

    Hooked RecensioneHooked

    di Hooked di Adrian Sitaru, presentato alle Giornate degli Autori, conferma lo splendido stato di salute del cinema rumeno; un esordio rimarchevole, che scava nella quotidianità borghese rumena e la scandaglia attraverso il racconto di un picnic domenicale.
  • Cannes 2018

    Girl RecensioneGirl

    di Opera prima, a Cannes 2018 nella sezione Un Certain Regard, Girl è la complessa e ambiziosa messa in scena di un percorso adolescenziale sui generis, di una trasformazione dolorosa e irreversibile. Da ragazzo a ragazza, da ballerina a étoile. Victor Polster è abbacinante.
  • Trento 2018

    Señorita María RecensioneSeñorita María, la falda de la montaña

    di Film vincitore al Trento Film Festival 2018, Señorita María, la falda de la montaña è il delicato ritratto di María Luisa, una travestita che vive sola con le sue mucche in un villaggio rurale sulle Ande colombiane, una vita di devozione religiosa e in armonia con la natura e la montagna.
  • Festival

    Biografilm 2018Biografilm 2018

    In partenza a Bologna la 14a edizione del Biografilm Festival – International Celebration of Lives, la manifestazione, unica nel suo genere, incentrata sulle biografie delle vite celebri.
  • TFF 2018

    Bad Poems

    di In concorso al Torino Film Festival 2018, Bad Poems è l'opera seconda del regista ungherese Gábor Reisz, un film sulla vita, sul vivere a trent'anni quando si fa il primo inevitabile bilancio. Film sincero, ma il regista non riesce a controllare il suo indubbio talento visivo finendo per generare un'overdose di trovate surreali.
  • Festival

    Trieste Film Festival 2019 - PresentazioneTrieste Film Festival 2019 – Presentazione

    Nel 2019 ricorre il trentennale della caduta del Muro di Berlino, ma anche del Trieste Film Festival, la cui missione resta quella di far incontrare l'Europa dell'Est con quella dell'Ovest. E in tal senso il festival, di cui anche quest'anno Quinlan è media partner, si apre il 18 gennaio con Meeting Gorbachev di Werner Herzog.
  • Festival

    Trieste Film Festival 2019Trieste Film Festival 2019

    L’edizione del trentennale non poteva che aprirsi all'insegna della Storia: inaugura il programma Meeting Gorbachev, film che segna l’incontro tra Werner Herzog e Michail Gorbačëv, offrendo uno sguardo inedito su alcuni degli eventi più significativi della fine del XX secolo.
  • Berlinale 2019

    I Was at Home, But RecensioneI Was at Home, But

    di Fra ineleganti metafore animali, controcampi negati, sbalzi d'umore, apatie, isterie assortite, figli spariti e poi ritrovati, I Was at Home, But di Angela Schanelec procede confusionario, pretenzioso e inutilmente criptico verso un banale esistenzialismo d'accatto.. In concorso alla 69ma Berlinale.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento