Lo strano vizio della signora Wardh

Lo strano vizio della signora Wardh

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Giallo erotico all’italiana di fama proverbiale con Edwige Fenech come protagonista pressoché assoluta, Lo strano vizio della signora Wardh di Sergio Martino mescola varie declinazioni del cinema di genere con una buona gestione della suspense. In uscita in dvd il 6 marzo per Federal/Cinekult e CG.

Moglie trascurata di un diplomatico, Julie Wardh rientra col marito a Vienna mentre uno psicopatico terrorizza la città uccidendo giovani donne. Presto anche Julie inizia a essere perseguitata dal maniaco, e la donna sospetta che si tratti del suo ex-amante Jean, col quale anni addietro ha intrattenuto un rapporto fondato sul sadomasochismo. In effetti Jean si ripresenta più volte a Julie, che nel frattempo a un party ha conosciuto il fascinoso George, cugino di Carol, una delle sue migliori amiche. Gli omicidi si accumulano, la polizia brancola nel buio… [sinossi]

Su ammissione dello stesso Sergio Martino la sceneggiatura di Lo strano vizio della signora Wardh (1971) era già pronta, ma dopo aver visto L’uccello dalle piume di cristallo (1970), opera prima di Dario Argento, l’autore si decise a compiere alcune modifiche sull’idea del film a fianco dello sceneggiatore Ernesto Gastaldi, cercando di dirigersi verso l’estetica che si era appena inaugurata con l’enorme successo del film del maestro. Ciò creò una doppiezza di intenti che rimane ben visibile, e che fu anche saggiamente percorsa da Martino mettendola a frutto sul piano narrativo e stilistico. Alle suggestioni argentiane appartiene più strettamente il filone psicotico della vicenda (l’incipit in automobile in soggettiva colloca subito chi vede in un contesto stilistico ben preciso, così come la bella sequenza dell’aggressione nel garage), mentre le beghe coniugal-sentimentali di Julie Wardh restano legate a un’idea di giallo più classico, che nello scioglimento trova le proprie ragioni nel tradizionale rapporto amore-denaro.
In realtà Lo strano vizio della signora Wardh non si limita a tale doppiezza macroscopica, ma sposa (e un po’ affastella) le suggestioni più diverse, cercando palesemente il pubblico e le sue esigenze più disparate. Così, come già era successo col cinema di Umberto Lenzi, il giallo si accompagna all’erotico a cominciare dal titolo, che enfatizza uno dei tanti risvolti narrativi in modo neanche troppo coerente (alla fine lo “strano vizio” di Julie Wardh, che pure si concretizza in alcune tra le sequenze più originali e deliranti, non è poi così decisivo per lo svolgimento del racconto giallo). Emergono con forza anche insistiti accenti melodrammatici, enfatici e tutti di superficie, nel dimenarsi di Julie tra passato e presente, tra mariti, amanti rinnegati e amanti futuri. Non è trascurata nemmeno la commedia, con qualche momento ben segnalato (lo zoppo che sale le scale, quella sorta di “romance” finale in automobile tra due uomini…), mentre nell’ambito della gratuità narrativa messa a disposizione del pubblico è sufficiente citare la fantastica catfight tra giovani donne, del tutto extradiegetica, che si svolge al party in mezzo a vestiti di carta strappati. Sergio Martino resta insomma con le orecchie ben aperte nei confronti delle preferenze del pubblico del tempo, e per non sbagliarsi sposa un po’ tutto, ivi comprese le scelte sonore e musicali, che pure costituiscono una grande risorsa per gli esiti espressivi del film (i cori di Nora Orlandi, i ritmi spezzati e sincopati della musica sperimentale per le sequenze di paura e inquietudine, certe aperture psichedeliche, la mimesi del battito cardiaco in una sequenza-chiave…). Tanto per gradire, in prefinale uno degli ultimi confronti decisivi tra i protagonisti si svolge in ambienti, atmosfere e modalità che ricordano lo spaghetti-western.

In tale e tanta disinvoltura si può ricomprendere anche un’accentuata libertà nei confronti della logica narrativa, tratto del resto condiviso con Dario Argento (che tuttavia al tempo era apparso nelle sale ancora con un solo film, e tra i suoi meno spericolati sul piano della logica). Se però in Argento lo sprezzo della coerenza narrativa si trasforma a poco a poco in scelta del tutto estetica, avviluppata intorno a un’idea di elaborato e crescente concerto dell’orrido, dal film di Martino si ricava più l’impressione di una pura e semplice disinvoltura, fondata sull’accumulo di scene a effetto, una dopo l’altra, per continuare sulla via del mistero. È un cinema che vive sull’istante, sulla riuscita della singola sequenza e sul tenere costantemente alta l’attenzione dello spettatore, minuto dopo minuto, e se pure sul finale ci consegna una soluzione univoca, pare non interrogarsi mai retrospettivamente su quel che si è raccontato fino a quel momento. È un po’ lo stesso approccio che viene richiesto allo spettatore. Goditi questa sequenza ben fatta, poi dopo vediamo cos’altro m’invento. Se poi alla fine non torna nulla, intanto ti sei divertito. Oltretutto sull’esibizione della violenza Sergio Martino si tiene assai più moderato rispetto ad Argento. Il sangue zampilla anche qui, ma tranne che in un paio di casi la suspense è risolta in tempi più brevi e l’esecuzione degli omicidi è quasi fulminea. Di paura, insomma, Lo strano vizio della signora Wardh ne fa poca, e non crediamo che ciò sia dovuto soltanto al nostro sguardo oramai non più ingenuo.

D’altra parte, proprio per questa sua facile libertà narrativa Lo strano vizio della signora Wardh, come altre opere di Martino (uno fra tutti, il decisamente migliore I corpi presentano tracce di violenza carnale, 1973), si profila come una manifestazione di “cinema del piacere”. Piacere di mettere in scena, intrigare, avvincere lo spettatore, un piacere del tutto fondato sugli strumenti specifici del cinema in atmosfere di autoreferenzialità. Martino squaderna tutti gli escamotage possibili, dal flashback fondato su una suggestione visivo-sonora, alle sequenze oniriche, alle inquadrature deformate nella prospettiva e nelle dimensioni. Fin dalle prime battute i flashback sono convocati ad aprire il racconto verso un misterioso passato, accentuato dalle scene di sogno e rievocato come oscura origine del presente. Proprio in quelle sequenze Martino dà libero corso a una sbrindellata fantasia audiovisiva, dove a supporto degli schiaffoni tanto graditi dalla signora Wardh intervengono ingigantimenti sonori e trovate visive (l’inquadratura che gira vorticosamente sul volto di Julie con effetto-lavatrice è un monumento alla storia delle soluzioni estetiche).
Nelle migliori sequenze di suspense invece Martino mostra grande sapienza d’impaginazione, in particolare nell’articolato brano del tentato omicidio in garage, dove sono da apprezzare innanzitutto l’iniziale punto di vista ribassato e la deformazione prospettica. Soluzioni simili si ritrovano anche nella bella sequenza dell’omicidio al parco di Schönbrunn, di nuovo introdotta da una prospettiva esasperata di un sentiero che si perde nella nebbia sul fondo (pare che questa sequenza sarà d’ispirazione proprio a Dario Argento per un brano simile in Quattro mosche di velluto grigio, 1971) [1]. In più, resta evidente (e dichiarato del resto dallo stesso Martino) il debito nei confronti de I diabolici (1955) di Henri-Georges Clouzot, palesemente citato nel ritrovamento in vasca di Jean/Ivan Rassimov e più in generale punto di riferimento per un film che più volte ripropone il tema della messinscena della morte, oltretutto finalizzata a scopi lucrosi come nel modello francese.

Probabilmente è da rintracciare proprio in questo estremo senso per il piacere, per il ludus e l’autoreferenzialità l’amore di Quentin Tarantino per Lo strano vizio della signora Wardh, che l’autore americano citerà pure nella colonna sonora di Kill Bill (2003). Tuttavia, in tale concerto di variegate istanze il film di Martino sembra perdere qualcosa in diacronia. Rivisto oggi continua a colpire per alcune riuscite sequenze di suspense e per la verace fantasia di alcune soluzioni visive, ma risulta anche un po’ zavorrato dai brani “romance” e dalle parentesi turistico-mondane che spezzano e rallentano decisamente il ritmo. Si tratta del primo cimento di Sergio Martino nel giallo all’italiana, e per questo il titolo conserva forse una sua mitologia da “primo prodotto”, la cui ampia penetrazione popolare è testimoniata anche dalla citazione del meccanismo ghiacciolo-chiavistello addirittura in un numero di Diabolik del 1976, “Tre porte sbarrate”. L’escamotage forse non è del tutto inedito, ma Ernesto Gastaldi ne va orgoglioso per l’originalità e la semplicità del trucchetto. Ciò detto, in seguito Martino realizzerà altre opere sullo stesso filone che anche nel tempo conservano una maggiore efficacia. Edwige Fenech, da par suo, è l’oggetto del desiderio (dei protagonisti e dello sguardo cinematografico) coccolato, schiaffeggiato e perseguitato dalla macchina da presa per tutti i 95 minuti di durata. Attrice funzionale come poche altre, già apparsa tra gli altri in Cinque bambole per la luna d’agosto (1969) di Mario Bava, per qualche anno attraverserà il giallo, il melodramma, l’erotico e il decamerotico prima di diventare, sempre complice la regia di Sergio Martino, Giovannona Coscialunga disonorata con onore (1973) e trasformare nella commedia sexy quello sguardo rapace della macchina da presa in pura e piacevole autoironia.

Note
1. Tra le note curiose è da citare il singolare destino di Cristina Airoldi nei film di Sergio Martino. Sia qui che in I corpi presentano tracce di violenza carnale l’attrice interpreta un personaggio dallo stesso nome, Carol, che in entrambi i casi finisce uccisa in mezzo alla natura con modalità abbastanza simili. Qui si tratta del parco di Schönbrunn a Vienna, là un bosco paludoso. Tra i rimandi interni Sergio Martino intitolerà nel 1972 un suo film successivo Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave, riprendendo il testo di uno dei bigliettini inviati da Jean con un mazzo di fiori a Julie Wardh in questo film.
Extra
Sangue su Vienna – incontro con Sergio Martino ed Ernesto Gastaldi (17’17”).
Info
La scheda di Lo strano vizio della signora Wardh sul sito di CG Entertainment.
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