La casa lobo
di Cristóbal León, Joaquín Cociña
Presentato alla Berlinale 2018 nella sezione Forum, La casa lobo di Cristóbal León e Joaquín Cociña è un lungometraggio d’animazione in continua mutazione, una pellicola sperimentale a passo uno, surreale, onirica, minuziosamente caotica. Un’immersione nella Storia cilena, tra gli orrori della dittatura, in quel terribile buco nero che è stato il Cile di Augusto Pinochet. Animazione volutamente imprecisa, sporca, in perenne movimento instabile e creativo.
La perfezione dell’imperfezione
Una gioiosa comunità di tedeschi, il sud del Cile. Filmati d’archivio e salubri montagne. Ma ci sono anche altre storie, meno solari, come quella di Maria, una ragazza della colonia, fuggita nella foresta per evitare una punizione. Con lei tre maialini e un grosso lupo cattivo. Maria entra nella casa che trova nel bosco, una casa senza pace, instabile. Presto anche lei e i maiali cominciano a perdere la loro forma stabile. Mentre la casa trema e trema intorno a lei, è come se stesse cercando di dirle qualcosa, un’altra storia forse o solo un avvertimento? C’era una volta… [sinossi]
Ci spiega molte cose l’incipit de La casa lobo. In primis, il finto found footage. Uno stratagemma necessario non solo per l’evidente contrasto interno/esterno, luce/oscurità e tutto quel che segue. La cornice narrativa prima cercata e poi immaginata da Cristóbal León e Joaquín Cociña deve per forza (ri)costruire una realtà altrimenti negata, tenuta ben nascosta. D’altronde, rivangare il passato è un’azione da sempre ostica. Come immergersi in una palude fangosa. Figurarsi poi se la Storia è quella cilena – già, proprio quella – con collegamenti diretti e assai significativi agli orrori del nazismo. Pinochet, Hitler e (tutti, tanti, troppi) i loro tirapiedi. Lupi famelici. Mostri alla luce del sole.
Per mettere insieme tutti i pezzi di questo metaforico puzzle servono anche i colori saturi degli anni Sessanta/Settanta, i prati verdeggianti à la Tutti insieme appassionatamente e lo sfavillio dei raggi solari dell’incipit, del found footage. Immagini ricoperte da più patine, non ultime la colpa e l’ipocrisia. Il sole propagandistico della dittatura; il marcio brulicare della dittatura.
Il luogo reale/immaginato/ricostruito è il villaggio Colonia Dignidad (oggi Villa Baviera), fondato nel 1961 da Paul Schäfer. Il lupo cattivo. Il mostro. Criminale, militare, medico. Condannato per abusi su minori, morto in carcere. Almeno lui.
Colonia Dignidad ha ospitato per un periodo Josef Mengele.
Colonia Dignidad ha spalancato le porte ai torturatori di Pinochet.
Colonia Dignidad era un pozzo nero che ha inghiottito bambini e uomini.
L’incubo a passo uno de La casa lobo ci racconta proprio questo: il pozzo nero. Un racconto metaforico ma chiarissimo, fatto di cartapesta, di pochi colori fagocitati dal nero e dal bianco. Più artisti che animatori, León e Cociña scelgono la vitalità delle imperfezioni e il brulicare delle trasformazioni per veicolare la Storia attraverso la storia di Maria: la casa è rifugio e prigione, è un (non)luogo che cela tra quattro mura un microcosmo mutante che divora se stesso, che si riproduce, che paradossalmente è claustrofobico ma senza limiti.
Il racconto e i suoi protagonisti cambiano forma secondo dopo secondo, inquadratura dopo inquadratura. Una scelta narrativa che tiene anche conto dei limiti tecnici e artistici, dei naturali limiti del budget. L’animazione a passo uno de La casa lobo scardina le regole della stop motion, cercando programmaticamente l’imperfezione, l’errore, le tracce del set, la presenza degli autori. È la logica dell’animazione limitata applicata al passo uno: la ricerca di scorciatoie espressive e narrative diventa un plus valore, una formula fertile che produce nuovi significati e nuova forme espressive.
È inquieta l’animazione de La casa lobo, come è inquieto il cavalletto della macchina da presa. Il punto di vista (e di ripresa) cambia sempre, rovesciando la base di partenza della stop motion mainstream. Le pareti della casa si tingono di storie e personaggi che si rincorrono, sovrappongono, cancellano, come nei video di Blu. Gli oggetti si creano, si distruggono, si ricreano. Ritroviamo Švankmajer e i fratelli Quay.
La casa lobo cerca di scavare nel passato, trovando continue stratificazioni. Alla fine del viaggio/racconto di León e Cociña non troviamo una riposta ma solo altre domande, intricate suggestioni. Ci si interroga sui demoni del passato, sul loro ritorno, sulla circolarità della Storia – che si lega perfettamente alla voracità circolare della storia di Maria e del lupo. Ci si ferma a riflettere – già durante la visione – sul meccanismo creativo, sulle scelte linguistiche, sul senso delle imperfezioni. Sul valore delle imperfezioni. La stop motion de La casa lobo è volutamente il contraltare delle meraviglie della Laika: altri budget, altre storie, altri obiettivi. Opera e operazione di ammirevole consapevolezza.
Info
La scheda de La casa lobo sul sito della Berlinale.
Il trailer originale de La casa lobo.
Il sito di Cristóbal León e Joaquín Cociña.
- Genere: animazione, drammatico, sperimentale, surreale
- Titolo originale: La casa lobo
- Paese/Anno: Cile | 2018
- Regia: Cristóbal León, Joaquín Cociña
- Sceneggiatura: Alejandra Moffat, Cristóbal León, Joaqín Cociña
- Fotografia: Cristóbal León, Joaquín Cociña
- Interpreti: Amalia Kassai, Rainer Krause
- Produzione: Diluvio, Globo Rojo Films
- Durata: 75'




L’isola dei cani
Berlinale 2018
Berlinale 2018 – Presentazione
Kubo e la spada magica
Colonia
Jan Švankmajer – Moviement n° 6
Jan Švankmajer – Il cinema come Golem (2)
Jan Švankmajer – Il cinema come Golem
Il mondo di Švankmajer