Metti la nonna in freezer

Metti la nonna in freezer

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Se si riesce a superare l’impatto con la prima mezz’ora a dir poco claudicante e dalla scarsa brillantezza, Metti la nonna in freezer di Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi si dimostra una commedia non priva di ritmo e di soluzioni intelligenti, condotta in porto dall’inedita coppia Leone/De Luigi.

L’amore scongelato

L’attività che Claudia, un giovane restauratrice, gestisce insieme a due colleghe e amiche è resa possibile solo dalla pensione che la nonna di origine tedesca versa nel suo conto corrente; questo perché lo Stato non si degna di saldare un debito di 160.000 euro alla ragazza. Quando l’ava ha un malore e muore, l’unica soluzione che Claudia riesce a escogitare è quella di far finta di niente, surgelando la nonnina nel freezer e continuando a intascare la pensione. Potrebbe forse anche farla franca, ma un puntiglioso finanziere, con sei anni di ferie arretrate sulle spalle, si è perdutamente innamorato di lei e la corteggia. Cosa fare? [sinossi]

Occorre di armarsi di un bel po’ di pazienza con Metti la nonna in freezer, esordio alla regia cinematografica per il duo materano composto da Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi, già alle prese nel 2014 con il film televisivo Amore oggi, autori di video satirici per Sabina Guzzanti e Neri Marcorè, e perfino per un lasso di tempo responsabili di un blog sul sito de Il Fatto Quotidiano. Una pazienza da giganti, a dirla tutta, perché l’incipit del film e la seguente prima mezz’ora sembra a tutti gli effetti un vero e proprio disastro, inanellando le peggiori abitudini della commedia italiana contemporanea. Ecco dunque che la storia di Claudia, giovane restauratrice che vive e permette di vivere alle sue due colleghe solo grazie alla pensione della nonna, e dell’incorruttibile e (inde)fesso finanziere Simone, vengono introdotte con una notevole pigrizia espressiva, ricorrendo a un montaggio sì frenetico ma solo all’apparenza vivace, incapace di muovere l’inerzia di una narrazione per il resto claudicante e palesemente priva di idee. Come altro giustificare l’insistenza inessenziale sulle retate compiute da Simone ricorrendo ai più disparati travestimenti – passi per la prima, in cui dovrebbe far convolare a nozze un uomo con una vecchia moribonda che arriva all’altare con la flebo, ma perché insistere anche una seconda volta, per di più copiando una gag a Checco Zalone e a Quo vado? –, o la stessa lentezza con cui si arriva al punto di svolta non solo atteso, ma che è indicato perfino nel titolo del film? Perché Metti la nonna in freezer ovviamente non può far altro che parlare di un’anziana morta, e della scelta da parte della nipote di non denunciarne il trapasso preferendo una tumulazione nel congelatore, tra chili di lasagna e di tortellini fatti a mano…

Si prende il suo tempo, la sceneggiatura scritta da Fabio Bonifacci, che sul versante della commedia a pochi passi dall’umor nero si era già dilettato all’epoca di Amiche da morire, esordio alla regia di Giorgia Farina con protagoniste Cristiana Capotondi, Claudia Gerini e Sabrina Impacciatore. Anche in quel caso tre donne si ritrovavano a dover occultare un cadavere, lì scegliendo di inserirlo nell’impianto di confezionamento del tonno sott’olio, mentre Claudia preferisce non smembrarlo e infilarlo per intero nel freezer. Lo schema resta in qualche modo quello di molte commedie d’oltreoceano, a partire ovviamente da Weekend con il morto di Ted Kotcheff: la nonna, proprio come il Bernie Lomax del 1989, non deve risultare morta, e di volta in volta la si scongela per una partita a carte o si finge che sia andata qualche giorno in villeggiatura. A tornar indietro con la mente cinefila non si può non approdare dalle parti di Alfred Hitchcock e del gioiello a orologeria La congiura degli innocenti, per quanto il paragone sia sacrilego.
Insomma, le ambizioni non mancano, e proprio per questo si accoglie con un sospiro di sollievo il superamento della prima parte, zeppa di riempitivi (la stessa sequenza al museo che esplicita le difficoltà economiche che sta attraversando Claudia, ma soprattutto la poco brillante sequenza che vede i sottoposti di Simone cercar di convincerlo a colpi di pinte di birra di corteggiare la ragazza, con la speranza che diventi meno pressante sul luogo di lavoro); la sorpresa è che una volta entrato in funzione il marchingegno narrativo il ritmo si faccia sempre più indiavolato.

Le scenette prive di verve e di sostanza che avevano ingolfato la prima mezz’ora si tramutano in un fuoco di fila di situazioni grottesche e sempre più intrecciate le une alle altre, mentre la storia d’amore tra la restauratrice e il finanziere – iniziata per disperazione, e nel tentativo di sviare le indagini dalla frode nei confronti della cosa pubblica – diventa passo dopo passo sempre più credibile. Il merito va in gran parte, è giusto sottolinearlo ai due interpreti protagonisti. Se De Luigi in fin dei conti non fa altro che tornare su un tipo umano del quale ha già più volte vestito i panni – il puro di cuore che si trova a confrontarsi con il grande amore, mettendo anche in gioco parte delle sue convinzioni –, è Miriam Leone a sorprendere in maniera particolare. Tanto appare monocorde la sua interpretazione nei primi minuti, quando il personaggio in qualche modo è in effetti ingolfato in una situazione più grande di lei, quanto allo stesso tempo la restante parte di sceneggiatura le regala una capacità trasformistica che non aveva mai sfoggiato in passato. Ribelle schizofrenica e bipolare, brava ragazza della porta accanto, onesta lavoratrice, e perfino anziana che si ritrova davanti l’uomo con cui aveva tradito suo marito per decenni, un Eros Pagni in grande spolvero.

È lei, la restauratrice costretta a frodare lo Stato che a sua volta l’ha bellamente presa per i fondelli, rinviando alle calende greche il versamento dovuto di 160.000 €, la vera mattatrice di questa commedia bifronte. Certo, le vengono in soccorso due collaudate commedianti come Lucia Ocone e Marina Rocco – le sue amiche/collaboratrici –, ma non è un caso che il film scarti, premendo finalmente il pedale dell’acceleratore, solo quando la commedia degli equivoci messa in piedi da Claudia (fingere che la nonna sia viva, fingersi innamorata di Simone, fingersi affetta da schizopatia degenerativa) trova la propria compiutezza e il proprio ritmo. A quel punto è anche possibile intravvedere le forme di una commedia non banale, che si muove attorno a un tema enorme – la precarietà e la difficoltà a trovare risposte in uno Stato per lo più assente, quando non colluso o ingiusto, come nel caso del collega di Simone che per amicizie e parentele riesce sempre a prendersi il merito delle sue retate – senza però scegliere mai la strada della commedia sociale. Una farsa a conti fatti bene orchestrata, sulla quale però pesa una prima parte incomprensibile, e piatta all’inverosimile. Si sarebbe forse dovuto intervenire in fase di montaggio e lavorare a colpi di accetta tagliando qua e là; ne avrebbe sofferto il minutaggio, ma non il pubblico.

Info
Il trailer di Metti la nonna in freezer.
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