Intervista a Jean-Paul Civeyrac

Intervista a Jean-Paul Civeyrac

Ha riscosso un grande successo all’ultima Berlinale, nella sezione Panorama, con il film Mes provinciales (A Paris Education). Jean-Paul Civeyrac è filmmaker, professore di cinema e scrittore. Ha esordito nel 1991 con il cortometraggio La vie selon Luc, presentato a Cannes. Con il film Toutes ces belles promesse, tratto dal libro di Anne Wiazemsky, Hymnes à l’amour, ha vinto il Prix Jean Vigo 2003, mentre Des filles en noir è stato presentato alla Quinzaine des Réalisateurs nel 2010. È autore di Ecrit entre les jours, una raccolta di scritti su cinema e musica, e di Rose pourquoi, un saggio sul fare cinema. Ha insegnato a La Fémis, all’Università di Paris VIII e alla scuola di arte drammatica Cours Florent, esperienze che sono confluite in Mes provinciales. Abbiamo incontrato Jean-Paul Civeyrac durante la Berlinale.
[Si ringrazia Silvano Ghiringhelli per la traduzione dal francese]

C’è una lunga discussione nel film, tra i ragazzi che studiano cinema, se sviluppare il loro progetto in bianco e nero o a colori. Per Mes provinciales hai adottatto la prima opzione. Come mai?

Jean-Paul Civeyrac: C’è una ragione minore e una ragione più importante. La ragione minore è che il film è stato fatto con pochi soldi e quando si hanno pochi soldi per le luci, i costumi, i colori dei costumi, la scenografia, il bianco e nero è più bello. Ma non l’avrei fatto solo per questo motivo. La ragione importante è che il bianco e nero dà un aspetto più romanzesco al film. All’inizio pensavo fosse una cronaca della vita degli studenti. Poi facendo il film e soprattutto nel montaggio mi sono accorto che era più un romanzo che una cronaca. E il bianco e nero, per me e, credo, nell’immaginario degli spettatori, evoca la finzione e il romanzesco.

Mes provinciales è un coming of age attraverso il cinema e il fare film. Perché hai sentito la necessità di raccontarlo in questo modo?

Jean-Paul Civeyrac: Credo che il film sia un’educazione sentimentale, un romanzo d’apprendistato, riguarda la gioventù, la scoperta della vita, dell’amore, dell’amicizia, del mondo, il modo di trovare un posto nel mondo. Se questo avviene attraverso il cinema è perché queste persone hanno un’idea abbastanza elevata della loro missione nel mondo. Questo riguarda anche la politica per il personaggio di Annabelle. Si tratta del modo di entrare nella vita a vent’anni, con idee molto elevate sull’arte o sulla politica e di come trovare il proprio posto rispetto a questi valori. Ho usato il cinema perché è la cosa che conosco meglio riguardo a quel momento della vita. Conosco meno la situazione di uno studente di arti grafiche o di musica. Il film non è autobiografico ma comunque personale e tratta di esperienze vissute.

Il protagonista, Etienne, all’inizio parte da Lione per trasferirsi a Parigi per i suoi studi. Si capisce che la grande città rivoluzionerà la sua vita. Qual è l’importanza di Parigi per i ragazzi del film tutti provenienti dalla provincia francese?

Jean-Paul Civeyrac: Molti parigini vengono da fuori. Per me è stato un momento importante e il film testimonia il fatto che molti giovani vengono da altre città per studiare a Parigi e mostra la città di Parigi come il luogo della scoperta del mondo. Anche se mostro una Parigi da documentario, visto che non ho cambiato nulla, ho filmato le macchine, i marciapiedi con le persone e così via, tuttavia il bianco e nero permette anche di fare della città un personaggio di romanzo, attraverso lo sguardo del protagonista.

Per i ragazzi si sviluppa tutto un percorso di scoperte di autori cinematografici ma anche letterari. Immagino che siano i testi anche della tua formazione e della tua vita?

Jean-Paul Civeyrac: Gli studenti mostrati dal film sono una minoranza tra gli studenti di cinema. Sono quelli per i quali il cinema è una questione di vita e di morte. Quindi tutti i riferimenti vengono da loro: è il mondo dell’arte del cinema nel quale essi vivono. Io conosco tutto ciò, ma se penso a me studente e se guardo gli studenti di oggi, quelli che vivono il cinema in questo modo, per loro i nomi non sono gli stessi, ma rimangono punti di riferimento importanti.

Curioso che un film sul cinema e sul fare cinema preveda solo due scene di film, di cinema nel cinema, e una sola di riprese sul set. E questo a fronte invece di una grande quantità di citazioni solo verbali di film e registi a volte anche solo semplicemente menzionati. Come mai questa scelta?

Jean-Paul Civeyrac: Ma nel film si vedono tutte le tappe della fabbricazione del film: la scrittura della sceneggiatura, il montaggio, il casting, il lavoro dell’assistente, e le riprese. E si vede anche il momento iniziale, quando il personaggio dice “Ho delle idee, sto cominciando…”. Perché un film non è solo le riprese. Non ho voluto mostrare di più perché, come hai detto prima, nel mio film accadono cose attraverso il cinema. Non è Effetto notte di Truffaut o Il bruto e la bella di Minnelli, non è un film sulle riprese di un film. Ci sono anche storie d’amore, storie d’amicizia, storie politiche, ed è anche quello che permette allo spettatore di respirare nel film, non è solo sul cinema. Ma anche sulla letteratura, sull’amore… In questo modo il film non appare troppo particolare. Gli spettatori che non sanno come si fa un film possono comunque vedere il film e ritrovare qualcosa sulla loro gioventù e sul fatto di avere ideali e decidere cosa fare di questi ideali.

Tra gli autori citati c’è anche il regista russo-georgiano Marlen Khutsiev di cui viene ripresa una tipica sua scena con la pioggia, dal film I Am Twenty. Che importanza ha Khutsiev nella formazione dei ragazzi del film e nella tua?

Jean-Paul Civeyrac: Anche nel film di Khutsiev ci sono tre amici e storie d’amore. Quando nel mio film i tre guardano l’inizio del film di Khutsiev, vedono una scena con tre amici, e quando Annabelle entra nella stanza si vedono il ragazzo e la ragazza camminare e poi scoppia il tuono. È un effetto d’eco, anche se lo spettatore non lo sa, perché Mathias e Etienne si innamoreranno della ragazza. Riguardo alla pioggia, c’è in tutti i miei film. Amo la pioggia (e la neve). Ma per questo film non avevamo i mezzi per fare la pioggia, quindi l’ho messa nel sonoro: si sente piovere in due sequenze. E per l’immagine, ho trovato l’espediente di usare il film di Khutsiev.

Molto suggestiva l’ultima sequenza del film, con la visione dei tetti di Parigi e la musica di Mahler. Come hai concepito questa scena?

Jean-Paul Civeyrac: Nell’ultima scena tutta l’esperienza interiore vissuta dal personaggio, e credo anche dallo spettatore, si raccoglie. Legge il testo di Pasolini dal libro che gli ha offerto Mathias, che è morto, c’è la musica di Mahler che si è già sentita nel film suonata al pianoforte. In questo momento i diversi strati temporali del film si condensano in un modo che in parte avevo calcolato ma che l’attore, la scenografia, la musica hanno reso più lirico di quel che avevo immaginato. Credo che, per lo spettatore, in questa scena, sia come se tutte le emozioni del film fossero rappresentate di nuovo. E mi ha molto interessato il fatto che non ci sia una vera conclusione, visto che non sappiamo cosa Etienne farà di tutto questo, tutto resta molto aperto: c’è la morte di Mathias con la finestra aperta, c’è Parigi, forse farà un film…

Come mai il film ha due titoli così diversi: Mes provinciales per il mercato interno francese e A Paris Education come titolo internazionale?

Jean-Paul Civeyrac: I distributori francesi non volevano un titolo inglese, mentre il distributore per l’estero voleva un titolo inglese. Hanno fatto una lista di titoli in inglese e abbiamo scelto quello che ci pareva meno brutto. Ma se quel titolo per un anglofono evoca L’educazione sentimentale di Flaubert, allora forse può andare.

Una lunga discussione nel film riguarda quella che i personaggi ritengono la differenza tra un film vivo e un film morto. Per te qual è questa differenza?

Jean-Paul Civeyrac: Ho scritto un libro uscito in Francia a novembre per rispondere a questa domanda. È una domanda molto difficile. Perché un film sia vivo è necessario che ci sia una forma di controllo dell’espressione e allo stesso tempo una perdita di controllo dell’espressione. Ci deve essere qualcosa di finito e qualcosa d’infinito insieme. Molti film sono soltanto controllati, e altri non lo sono per niente. Nei due casi i film sono morti, per me.

Info
La scheda di Mes provinciales sul sito della Berlinale.

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