Pertini – Il combattente

Pertini – Il combattente

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Lodevole ma maldestro documentario dedicato al presidente più amato dagli italiani, Pertini – Il combattente si perde in un racconto episodico e superficiale, in cui pesa anche l’eccessiva e ingombrante presenza in scena di Giancarlo De Cataldo, co-regista insieme a Graziano Diana.

Pertini, il Presidente

Attivista, detenuto, partigiano, politico integerrimo e infine Presidente della Repubblica, questo e molto altro è stato Sandro Pertini. Nel primo film ‘documento’ sul Presidente ‘più amato dagli Italiani’, Giancarlo De Cataldo e Graziano Diana, ripercorrono i momenti più significativi della vita di Pertini, un grande combattente del ‘900… [sinossi]

Non rimpiangeremo mai abbastanza una figura come quella di Sandro Pertini, socialista, partigiano e presidente della Repubblica dal 1978 al 1985, saldo difensore di principi morali e incarnazione di una integerrima condotta nell’agone politico, amato da tutti perché era impossibile non amarlo. È a partire da questo presupposto – in tempi grigi e nefasti in cui bisognerebbe tornare ad avere dei modelli di riferimento, soprattutto in politica – che si costruisce Pertini – Il combattente, documentario co-diretto da Graziano Diana e Giancarlo De Cataldo. L’operazione è naturalmente lodevole, ma allo stesso tempo molto rischiosa: come evitare di farne un santino? I due registi non si pongono neppure il problema – e da un certo punto di vista non gli si può nemmeno dare torto – e, anzi, enfatizzano e sottolineano ciascuna delle mille sfumature positive ed esaltanti di un inimitabile protagonista della vita pubblica italiana. Il problema è che da un lato le scelte sono le più banali possibili – e quindi il film inizia con un lungo prologo sulla felice esperienza di Pertini da spettatore partecipante nei Mundial dell’82, perdendosi in chiacchiere intorno alla famigerata partita a scopone in aereo con Zoff, Bearzot e Causio -, dall’altro sono troppi gli aspetti potenzialmente interessanti del personaggio e gli episodi che lo hanno visto protagonista, tanto che alla fine non se ne riesce ad approfondire nessuno.
Giancarlo De Cataldo si muove in scena saltabeccando ora sul tema del Pertini partigiano, ora su quello del Pertini socialista pulito, ora su quello del Pertini icona pop (celebrata nei fumetti di Andrea Pazienza e in varie canzoni), ora su quello del Pertini pedagogo e amico dei giovani, e così via, finendo per perdersi in una serie di siparietti e di brevi incontri con persone autorevoli o meno, che non riescono mai a sviscerare in profondità il senso ultimo dell’oggetto d’osservazione del film. Scegliendo di non scegliere un punto di vista particolare, Diana e De Cataldo ci raccontano dunque una figura eroica e carismatica che però ci resta cara e allo stesso tempo lontana così come era prima di vedere Pertini – Il combattente.

In questa impostazione un po’ inerte pesano anche delle incerte soluzioni registiche, che hanno a che fare in primo luogo con l’ingombrante presenza nell’inquadratura dello stesso De Cataldo. Giustamente convinto di volersi immergere nel film per non dare l’impressione di impegnarsi in un prodotto freddo e poco empatico, lo scrittore e sceneggiatore pugliese finisce però per governare in maniera maldestra ogni singola sequenza: prima lo vediamo in una saletta di montaggio in cui parla con dei ragazzi che gli fanno da punto di ascolto ma che non appaiono a loro agio davanti alla camera (e dunque De Cataldo sembra parlare più a se stesso che ai suoi giovani ascoltatori), poi lo vediamo camminare per Roma parlandoci di Pertini e passeggiando come un novello Piero Angela della politica, quindi lo sorprendiamo a distrarsi e a guardare il vuoto mentre un ex magistrato racconta un episodio poco appassionante riguardante l’ex presidente della Repubblica, infine sempre De Cataldo entra parzialmente dentro l’inquadratura con il suo completo blu elettrico e si appoggia al pianoforte mentre un imbarazzatissimo e sudato Raphael Gualazzi sta cantando una sua canzone in cui viene citato Pertini. Tutti questi momenti – su cui forse diamo l’impressione di volerci accanire con troppa cattiveria – rivelano purtroppo una scarsa perizia nella gestione della macchina-cinema, da attribuire forse più che allo stesso De Cataldo – che, quantomeno, ha avuto il coraggio di ‘metterci la faccia’ – proprio all’altro regista, a quel Graziano Diana che evidentemente non ha saputo controllare a dovere la fluidità della messa in scena.

Allo stesso tempo convince ben poco in Pertini – Il combattente il continuo passaggio da una sorta di vox populi (i ragazzi raccontano la prima volta che hanno visto o sentito parlare di Pertini, e si tratta di esperienze troppo scritte, che soffrono dunque di un palese reenactment) a interventi autorevoli e istituzionali, come l’intervista a Napolitano o quella a Eugenio Scalfari, fino a contributi più confidenziali tesi a enunciare il basico postulato del “quella volta che l’ho incontrato”. Uno di questi tra l’altro – l’aneddoto di Gad Lerner, all’epoca direttore di Lotta Continua – appare tra i racconti meglio costruiti, a dimostrazione di come in questi casi, in cui troppe cose sembrano lasciate al caso, buona parte dell’efficacia di una scena dipenda dall’abilità dell’interlocutore nell’imbastire un discorso. In tutto questo De Cataldo riserva per sé l’osservazione sociologica o l’approccio storico, limitandosi però a dare delle generiche coordinate su Pertini, e – per aprire a una riflessione un pochino più approfondita – dà spazio giusto a Paolo Mieli e a Marcello Sorgi. Ma, anche qui, cade nella banalizzazione del discorso, perché Mieli e Sorgi sono ormai dei volti noti e abusati del piccolo schermo e dunque la loro opinione e i tempi dei loro discorsi non possono che avere una caratura televisiva, già pronta per essere incanalata su Sky, tra i produttori del film. E, anzi, l’unica osservazione leggermente critica nei confronti di Pertini – che, da destra, viene fatta proprio da Sorgi -, e cioè l’ipotesi che l’ex presidente della Repubblica con il suo innato magnetismo abbia anticipato il populismo che arriva fino ai 5 stelle, resta sospesa e non viene approfondita come forse sarebbe stato necessario fare (anche, ad esempio, per negarla, visto che Pertini – guidato da un’istintiva generosità – non ha mai usato la sua popolarità per provare a prendere dei voti o per qualsiasi altro scopo utilitaristico, come invece troppo sovente accade nell’attuale panorama politico).

Se, infine, si aggiunge che in Pertini – Il combattente si fa largo uso di un’animazione cheap – come è ormai pessima abitudine per i documentari mainstream del nostro cinema – e che si punta in maniera troppo spudorata a enfatizzare – senza costruirvi intorno un ragionamento – l’immagine pop e rock del presidente più amato dagli italiani, si può anche concludere che tale modus operandi finisca involontariamente per allontanarci ancora di più dalla reale caratura del personaggio e per porlo su un irraggiungibile piedistallo, in cui la sua idealizzazione assume dei connotati mistici e non concreti e dunque sempre più difficili da replicare. Pertini è stato tra le più grandi figure della nostra storia politica novecentesca, ma perché la sua esperienza possa essere un giorno davvero d’esempio bisognerebbe capire come sia stato possibile che abbia avuto luogo, da quali radici partisse, ecc. Perché Pertini era un gigante, ma era pur sempre un umano, come tutti noi.

Info
Una clip di Pertini – Il combattente.
Il sito della Anele, casa di produzione di Pertini – Il combattente.
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