Un amore sopra le righe

Un amore sopra le righe

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Storia d’amore intellettuale nel corso dei decenni, Un amore sopra le righe – esordio da regista per il drammaturgo e autore televisivo francese Nicolas Bedos – è la dimostrazione paradigmatica di come la trasgressione possa essere messa al servizio di un racconto sentimentale e conservatore.

L’amore ai tempi dei bobò

Quando Sarah incontra Victor nel 1971 non immagina che diventerà uno dei più importanti scrittori francesi e che passeranno insieme 45 anni pieni di passioni, tradimenti, delusioni e successi. Ma chi è veramente la donna che vive nell’ombra del celebre marito? [sinossi]

Nicolas Bedos è una figura di intellettuale molto nota in Francia. Drammaturgo, umorista, autore televisivo e radiofonico, Bedos è arrivato finalmente a esordire al cinema come regista in Un amore sopra le righe, mettendo in scena una vicenda che racconta di aver sognato di realizzare da quando aveva tredici anni. Gli è stata di supporto in questo suo primo film l’attrice e compagna Doria Tillier, con cui ha scritto la sceneggiatura e che recita al suo fianco nel ruolo della protagonista femminile.
Perfetta incarnazione di quel che in Francia vengono definiti i bobo (contrazione di borghese e bohémien), Bedos in Un amore sopra le righe racconta proprio la storia di vita sentimentale e artistica di una coppia radical chic nel corso dei decenni, partendo dai primi anni Settanta e arrivando all’oggi, con lui che interpreta uno scrittore di successo e lei nei panni della quasi-inseparabile moglie e segreta artefice del trionfo letterario del marito.

Un amore sopra le righe è dunque la ironica e furba auto-rappresentazione di un mondo culturale tipicamente transalpino, dove però il caratteristico intellettualismo francese è incanalato in un racconto mainstream e dai contorni volutamente conciliatori. Tutte le trasgressioni che vengono rappresentate nel film – dal rifiuto verso un certo modo di vivere ordinato allo sberleffo nei confronti dell’Académie française, alla provocazione di abbandonarsi alla droga anche mentre si è incinta, passando per certe perversioni quale quella di baciare la ragazza del miglior amico o del fratello e quella di costringere la propria donna a fare sesso con un gigolò – sono infatti utili a porsi come ingredienti lievemente eccentrici di un banalissimo canovaccio sentimentale, dove a fare da patetica chiusa non poteva non essere una terribile malattia e dove tutta la narrazione è incastonata nell’ambito di una prevedibile struttura a flashback molto simile a quella de Il piccolo grande uomo. Un amore sopra le righe inizia infatti con un giovane studioso che si propone di intervistare la donna che è stata per quarant’anni al fianco del grande scrittore, morto di recente, e che si rivela ben presto essere la scusa attraverso cui costruire – attraverso un episodico andamento à rebours – tutta la parabola filmica, oltre che l’occasione per rivelare piccoli e innocenti segreti mai riferiti a nessun altro.

Non manca, certo, a Nicolas Bedos una certa capacità di messinscena e un certo qual gusto nella costruzione delle sequenze (come, ad esempio, quando il protagonista maschile passa la serata a casa della famiglia di lei e scopre la passione per la cultura ebraica), ma quel che limita la portata di Un amore sopra le righe, oltre alla già citata finta dialettica tra irriverenza e buon senso borghese, è anche una ambiguità di fondo che rimanda ancora a un’irrisolta tentazione verso delle scelte trasgressive. Se da un lato, difatti, Bedos ironizza sull’ipocrisia dei suoi personaggi (lui sceglie di far finta di essere ebreo per avere finalmente successo, lei forse era molto più brava di lui come scrittrice ma ha preferito farsi da parte), dall’altro sembra aderire sin troppo alle loro ambiguità morali, facendo finta che a giudicare i loro gesti – compresi gli ultimi, male orchestrati, coup de théâtre – debba essere lo spettatore, mentre in realtà è il regista per primo a non voler scegliere per paura di scoprirsi e di infastidire qualcuno che possa pensarla diversamente. Anche in questo, dunque, Bedos si dimostra a suo modo coerentemente teso a una ostinata auto-difesa del proprio mondo, quando le caratteristiche per far diventare davvero convincente un film come Un amore sopra le righe erano ben altre: la spietata sincerità, la dolente auto-analisi e l’impudente messa a nudo di se stessi, anche a costo di perdere il controllo. Invece Un amore sopra le righe resta prigioniero della sua forbita volontà di non lasciarsi mai andare e di rimanere gelosamente recluso nelle sue quattro mura fisiche e intellettuali, offrendo il fianco a chi sprezza – a volte anche in maniera esagerata – la quieta e ipocrita condotta di vita bobo.

Info
Il trailer di Un amore sopra le righe.
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