Tomb Raider

Tomb Raider

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Il nuovo Tomb Raider, reboot della saga dell’archeologa videoludica firmato da Roar Uthaug, si giova di un buon ritmo e di una confezione decisamente curata, ma sconta una sceneggiatura oltremodo esile.

La chiamavano Lara Croft

Lara Croft, giovane figlia del disperso Lord Richard, sbarca il lunario con piccoli lavoretti di fortuna, rifiutando di firmare le carte che attesterebbero la morte di suo padre, e le consentirebbero così di ereditare le sue immense ricchezze. Quando Lara rinviene una lettera di suo padre contenente una chiave segreta, viene per la prima volta a conoscenza delle circostanze della sua scomparsa: Richard ha fatto perdere le sue tracce durante la ricerca di un’isola al largo delle coste del Giappone, a caccia del corpo di una misteriosa e oscura regina. Lara, che non ha mai disperato di ritrovare il genitore in vita, si mette così alla ricerca dell’isola… [sinossi]

Non era forse una necessità assoluta, e neanche, probabilmente, una preoccupazione in cima all’agenda del medio spettatore di blockbuster, un reboot della saga di Tomb Raider. In un’epoca in cui nuove icone sostituiscono rapidamente le vecchie, affiancando e a volte rimodernando quelle vecchissime (Star Wars, Rocky) un’eroina come Lara Croft, nata sulle Playstation e sui PC di metà anni ‘90, finisce oggi per apparire quasi più datata (e demodé) di eroi ben più stagionati e codificati nell’immaginario collettivo.
C’entra, probabilmente, anche il tutt’altro che esaltante trattamento che il cinema ha in passato riservato all’archeologa di origine videoludica creata nel 1996, con due pellicole (Lara Croft: Tomb Raider e Tomb Raider – La culla della vita, rispettivamente datate 2001 e 2003) che sceglievano di mettere in campo valori produttivi medio-bassi, rivolgendosi direttamente a un pubblico di teenager. Una precisa selezione, di approccio e di target, che in qualche modo ignorava le suggestioni cinematografiche alla base del personaggio, scegliendo di trasporre tal quale (con un inevitabile alone di kitsch) un’estetica da videogioco contemporaneo sullo schermo cinematografico; e affidandosi a una Angelina Jolie che mostrava un evidente disagio nel ruolo.

La rilettura del personaggio, piuttosto radicale, posta dalla nuova versione videoludica del 2013 (col reboot scritto dall’autrice Rhianna Pratchett) ha ora offerto a Lara Croft una seconda possibilità anche sul grande schermo. Un’occasione che porta direttamente al cinema il soggetto del nuovo videogioco, con una protagonista ringiovanita, un diverso background e un nuovo “battesimo del fuoco” per le sue imprese. E allora, di nuovo, che Tomb Raider sia. Che il film di Roar Uthaug si muova in territori abbastanza difformi rispetto ai suoi predecessori, puntando a un target più variegato e curando maggiormente la “confezione”, appare evidente sin dalle prime scene: della Lara poco più che adolescente di Alicia Vikander vediamo la formazione, ne apprendiamo in modo più puntuale il background, grazie a uno script che si prende un po’ di tempo in più per delineare il personaggio, piuttosto che affidarsi alla mera riconoscibilità dell’icona. C’è più spazio, nella logica di un reboot che vuole reintrodurre e (forse) permettere anche alle nuovissime generazioni di familiarizzare con l’eroina, per gli antefatti di un’avventura che godrà di nuovi villain e di una nuova, fascinosa location (un’isola nipponica ricostruita negli esterni della sudafricana Cape Town).

Se risulta apprezzabile, sulla carta, il tentativo della produzione di cavare nuova linfa (e nuove potenzialità) da un personaggio che pareva ormai condannato (cinematograficamente) all’oblio, è di nuovo la qualità della scrittura a costituire il punto debole dell’intera operazione. Nonostante le buone intenzioni, la cura teorica del background, lo sforzo di quotidianizzare la figura della giovane archeologa, facendola uscire definitivamente, e una volta per tutte, dalla dimensione di “insieme di pixel” portati sullo schermo, lo script del film è irrimediabilmente evanescente, in difficoltà nel porre basi convincenti per una nuova, ed evocata, mitologia. La ricerca del corpo della regina Himiko, oscura sovrana del regno Yamatai (nomi e suggestioni che i quarantenni – e non solo – ricorderanno in uno dei più iconici anime della loro generazione, Kotetsu Jeeg alias Jeeg Robot d’Acciaio), introduce un co-protagonista qui praticamente sprecato (il marinaio col volto di Daniel Wu), un antagonista bidimensionale e stucchevolmente privo di consistenza (l’archeologo interpretato da Walton Goggins), oltre al consueto motivo dell’organizzazione criminale nascosta, qui solo introdotta e da sviluppare negli eventuali sequel.

Oltre al consueto sentore di mero prologo che pervade tutto il film (comune a molti “primi episodi” di recente produzione), di segmento introduttivo che troppo si affida a una prosecuzione in sé non scontata (il progetto sarebbe addirittura quello di dar vita a un universo condiviso con altre trasposizioni videoludiche – tra queste, il già sperimentato Hitman), a mancare è uno sviluppo coerente e consistente della storyline principale, a cui lo script riserva un maldestro culmine seguito da una ancor più traballante risoluzione. Nonostante il norvegese Roar Uthaug, già apprezzato regista del disaster movie The Wave, riservi al film una regia solida e robusta, non priva di momenti di eleganza (un apprezzabile piano sequenza a metà film, sequenze d’azione pulite e ben coreografate), a fine proiezione si resta con l’amaro in bocca per l’inusitata linearità ed esilità del tutto, per l’assenza di twist degni di questo nome, in grado di dare consistenza a un racconto che sembra quasi, nel suo sviluppo, una mera scusa per poter rimettere in scena in modo credibile il personaggio.
Persino il motivo del rapporto padre/figlia, centro tematico dell’intero universo di Tomb Raider, viene qui sviluppato e risolto nel modo più risaputo e privo di sorprese. Così, se la buona prova di Alicia Vikander potrà finalmente soddisfare i fans di lunga data del personaggio, rendendolo figura cinematografica a tutto tondo, e se la promessa di nuovi sviluppi, insita nel finale, non potrà non suscitare, anche nello spettatore più disinteressato, un minimo di curiosità, del nuovo Tomb Raider finiscono per restare in mente soprattutto i limiti: un tentativo, in sé apprezzabile, di dare dignità filmica a una figura che finora aveva visto limitate le sue potenzialità al ristretto recinto videoludico, che tuttavia necessitava di un miglior trattamento narrativo.

Info
Il trailer di Tomb Raider.
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