The Congo Tribunal

The Congo Tribunal

di

The Congo Tribunal (Das Kongo Tribunal) è stato presentato alle Giornate del cinema svizzero a Venezia 2018, dopo i passaggi di Locarno e Solothurn; il nuovo lavoro di Milo Rau, che usa ancora una volta teatro e cinema come contenitori degli orrori dell’umanità, mette in scena un processo per i crimini di guerra compiuti durante il lungo conflitto civile in Congo.

Tre giorni in pretura

Negli ultimi vent’anni, la guerra in Congo ha provocato oltre sei milioni di morti. Un’inspiegabile guerra civile ha trasformato in un inferno un territorio grande quanto l’Europa occidentale. Ma le ragioni del conflitto si possono trovare facilmente nelle lotte per il controllo dei commerci globali, dato che il Congo possiede ricchi giacimenti di materie prime necessarie all’alta tecnologia. Milo Rau raccoglie vittime, colpevoli, osservatori e analisti del conflitto in un simbolico tribunale civile nel Congo orientale, restituendoci un quadro nudo e crudo del più vasto e sanguinoso conflitto economico nella storia dell’umanità. [sinossi]

Come si potrebbe classificare un film come The Congo Tribunal (il titolo originale è Das Kongo Tribunal)? Nei vari cataloghi di festival viene liquidato sbrigativamente come documentario, eppure il solo percorso che il regista Milo Rau fa fare al film tocca tutta una una serie di tonalità di grigi tra la realtà e la finzione, tra il reportage e il mockumentary, cui si avvicina ma da cui subito prende le distanze, e il teatro filmato e il cinema, territorio che Milo Rau vuole sottolineare con l’insistenza dei ciak in scena, nell’inquadratura che demarcano peraltro i momenti del processo, quello che rappresenta il tipico format teatrale del regista. Milo Rau è uno dei nomi più importanti della scena teatrale europea contemporanea, noto per i suoi lavori che sbattono in faccia al pubblico, senza alcun filtro, i rimossi di una società, le sue grandi tragedie. Una poetica che lo ha portato, nello spettacolo/film Last Days of the Ceausescus, a ricostruire il processo farsa contro il dittatore della Romania Nicolae Ceausescu, in Hate Radio a delineare il ruolo dell’emittente radiofonica RTLM nel genocidio ruandese del 1994, in Five Easy Pieces a far mettere in scena da attori bambini la spaventosa vicenda di Marc Dutroux, il mostro di Marcinelle, il serial killer pedofilo belga la cui raccapricciante vicenda suscitò un enorme scalpore.

Il format del processo, della ricostruzione teatrale di dibattimenti giudiziari celebri o fittizi, rappresenta una delle sue cifre stilistiche più forti. Se il teatro mette in scena un processo, non può che farlo con la naturalezza di due linguaggi tra loro omologhi. Come il teatro il processo si svolge come un rito, una liturgia con la sua pomposità e solennità, con i suoi monologhi, dove i personaggi indossano dei costumi, le toghe e a volte, ancora in certi paesi le parrucche. Allo stesso tempo il linguaggio delle immagini filmate, quello televisivo, quando ‘documenta’ un processo, mostra il limite, con il montaggio, nell’impossibilità di restuirlo interamente nella sua complessità. e obiettività. Montaggio con cui si può far prevalere una delle parti, dando maggior risalto o omettendo qualcosa. Rau sembra muoversi in una consapevole transmedialità, capendo e sfruttando al meglio, anche con cinismo, i vari medium che usa. Alla dimensione teatrale ne aggiunge un’altra, quella del cinema, che gli serve anche solo per la parte di reportage, con le riprese filmate delle fosse comuni che danno un’ulteriore sottolineatura di drammatica verità dell’assunto, e che servono come elementi documentali da portare a processo. E tutto contribuisce a quella poetica del regista di messa in risonanza ed equivalenza di realtà e sua rappresentazione scenica.

The Congo Tribunal è la messa in scena di un processo che non ha mai avuto luogo, quello di un tribunale internazionale che mette alla sbarra gli autori degli atroci crimini di guerra compiuti nel conflitto civile che per vent’anni ha insanguinato il Congo. Un conflitto che da noi è quasi passato inosservato nonostante la sua entità: ha coinvolto un territorio vasto quanto l’Europa occidentale e portato a sei milioni di vittime. E Milo Rau fa sfilare nella sua aula giudiziaria, sui banchi degli imputati e dei testimoni, i veri protagonisti, nessun attore è stato chiamato a interpretarli. Minatori, ribelli, ministri, avvocati, esperti di diritti umani. In un processo in tre sessioni, dove vengono esaminati tre episodi chiave. Tutto è vero quello che vediamo nel film, l’unica cosa finta è l’atto stesso di un processo che non c’è mai stato. E non è un mockumentary, perché il regista spiega e denuncia, in vari modi, come con i ciak di cui sopra, il carattere fittizio di quello che stiamo vedendo. Il tribunale del Congo rappresenta così un anelito di giustizia, un sogno irraggiungibile, per un paese martoriato, dove chi si è macchiato di gravi crimini, gode della completa impunità.

La costruzione del sistema processuale di Milo Rau mostra anche le sue contraddizioni. Il dito viene puntato contro gli interessi economici forti che hanno sempre visto i paesi africani come un grande bacino di risorse, minerarie, naturali, da depredare mantenendo le popolazioni in uno stato di sottosviluppo per tenerle innocue. Ma questo, che sicuramente è una denuncia convincente, dovrebbe esulare dai compiti di un processo, che secondo le basilari regole del diritto, dovrebbe accertare le responsabilità individuali. Il vero giudice è Milo Rau, in definitiva, che nel film appare spesso in un fastidioso e compiaciuto esibizionismo narcisista, di un messa in accusa che sfiora il processo politico. In fondo l’abbiamo sempre saputo, non esiste la reale obiettività neanche per il documentario, che esprime sempre il punto di vista e la concezione del suo autore. L’ambiguità di Rau poi non è solo interna al film ma la zona grigia fa parte della sua filmografia e teatrografia, laddove essendosi occupato di un processo farsa come quello a Ceausescu, potrebbe porre dei dubbi anche si questo processo. Ma proprio in questo scarto si gioca il lavoro di Rau, mettendo in scena non solo un processo che non è mai avvenuto, ma anche uno svolgimento che non sarebbe stato possibile anche qualora fosse stato celebrato. Come avrebbe potuto infatti un tribunale espressione dei paesi forti, che pretendono di portare giustizia ai paesi deboli (come sono questo tipo di istituzione in un assetto mondiale dove i paesi forti come gli Stati Uniti si fanno giustizia da sé) condannare proprio quella sperequazione mondiale tra Nord e Sud del mondo?

Info
Il trailer di The Congo Tribunal.
The Congo Tribunal sul sito del Festival di Locarno.
  • the-congo-tribunal-2017-das-kongo-tribunal-milo-rau-05.jpg
  • the-congo-tribunal-2017-das-kongo-tribunal-milo-rau-04.jpg
  • the-congo-tribunal-2017-das-kongo-tribunal-milo-rau-03.jpg
  • the-congo-tribunal-2017-das-kongo-tribunal-milo-rau-02.jpg
  • the-congo-tribunal-2017-das-kongo-tribunal-milo-rau-01.jpg

Articoli correlati

  • Ca' Foscari Short FF

    C’era una volta… la Svizzera

    A pochi giorni dalla conclusione della rassegna Cinema Svizzero a Venezia, la confederazione elvetica torna protagonista nella città lagunare con un programma speciale allestito in occasione della settima edizione del Ca' Foscari Short Film Festival.
  • AltreVisioni

    Miséricorde

    di Miséricorde di Fulvio Bernasconi è un viaggio nel cuore nero dell'umanità, dominata dal senso di colpa e incapace di trovare una connessione con il mondo che la circonda. Presentato all'interno della rassegna Cinema Svizzero a Venezia.
  • AltreVisioni

    Gotthard

    di Un kolossal in piena regola, la più grande produzione di sempre per la televisione svizzera. È Gotthard, il film in due parti che per il piccolo schermo (ma con grandi mezzi) racconta la sfida lanciata dall'uomo per la costruzione del tunnel del San Gottardo.
  • Notizie

    Cinema Svizzero a Venezia 2017 – Presentazione

    Dal 6 al 12 marzo prenderà vita la sesta edizione della rassegna curata da Massimiliano Maltoni e organizzata dal Consolato Svizzero. E una cinematografia così vicina all'Italia, ma ancora poco frequentata, si spalancherà davanti agli occhi degli spettatori.
  • Festival

    Cinema Svizzero a Venezia 2017

    Cinema Svizzero a Venezia si apre una volta di più alla città – rinforzando anche i legami con Ca’ Foscari – e invita lagunari e non a uscire dal già noto per spostarsi di qualche centinaio di chilometri...
  • Documentari

    Non ho l'età RecensioneNon ho l’età

    di Presentato al Cinema Svizzero a Venezia 2018, dopo un percorso festivaliero partito da Visions du Réel e passato per Solothurner Filmtage, Non ho l'età del giovane filmmaker Olmo Cerri racconta storie di migrazioni tra Italia e Svizzera, partendo dalla canzone cult di Gigliola Cinquetti.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento