Sami Blood

Sami Blood

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Coming of age dallo sfondo antropologico, Sami Blood si pone come uno dei più interessanti esordi europei degli ultimi anni, aderendo in modo appassionato e consapevole (ma mai ricattatorio) all’ottica della sua protagonista.

Radici negate

Christina, anziana di origine sami, viene richiamata nel suo villaggio natale per partecipare al funerale di sua sorella, da poco scomparsa. Nonostante la ritrosia della donna nel rievocare il suo passato, e la totale rescissione dei legami familiari e culturali con le sue origini, il suo ritorno a casa le provocherà un terremoto emotivo, col ricordo della sua adolescenza, delle angherie subite nel collegio in cui era stata mandata a studiare, e della sua successiva fuga. [sinossi]

Dramma antropologico e romanzo di formazione, esplorazione e scandaglio di una memoria che è innanzitutto personale, ma che evoca a più riprese la dimensione collettiva, Sami Blood mostra fin dalle sue prime sequenze l’atmosfera, i colori e le modalità espressive di una storia in parte autobiografica. C’è un’adesione emozionale e appassionatamente partecipata al racconto, un consapevole annullamento della distanza che separa narratore e oggetto della narrazione, che lasciano ben pochi dubbi sulla concezione di questo esordio della regista svedese Amanda Kernell: non stupiscono le origini sami della stessa regista, che ha rielaborato in parte i racconti di alcuni suoi anziani parenti, per dar vita a una vicenda che si articola in un lungo e doloroso flashback, a raccontare un’infanzia stravolta e violentata. Presentato nelle Giornate degli Autori dell’edizione 2016 della Mostra del Cinema di Venezia, in seguito distribuito in sala quasi in sordina, quello della Kernell si configura in realtà come uno dei più interessanti esordi del cinema europeo degli ultimi anni, principalmente per come riesce a tenere insieme esigenze divulgative (su una vicenda poco nota qual è quella del popolo sami) e impatto puramente emotivo.

Nasce da un cortometraggio precedentemente girato dalla stessa regista, Sami Blood, che tuttavia non sconta la disarmonia e la mancanza di compattezza di molte operazioni tese a estendere storie concepite per la dimensione del corto. Al contrario, l’esplicitazione dell’infanzia della protagonista Elle-Marja/Christina rappresenta qui l’ideale approfondimento, la traduzione diretta in immagini, di un dolore che è già tutto leggibile e decodificabile sul volto dell’interprete della protagonista da anziana, la notevole Maj-Doris Rimpi. Tutto il film di Amanda Kernell, di fatto, domanda molto alle capacità delle sue interpreti (in primis le due che danno il volto alla protagonista, nei due periodi in cui è ritratta), pur senza adagiarsi su di esse; insieme a una regia che mette in atto un consapevole pedinamento del personaggio, cogliendone ogni movenza fisica, valorizzandone tanto l’espressività (l’esordiente Lene Cecilia Sparrok non è da meno della sua controparte anziana) quanto il linguaggio del corpo, ad essere utilizzato in chiave espressiva e lirica è il contrasto tra i selvaggi, crudeli ed istintuali esterni dei monti lapponi, vera e propria “prigione” a cielo aperto per la giovane protagonista, e un contesto urbano che accoglie, offre riparo e apparente conforto, chiedendo per contro un caro prezzo. Quello, cioè, della rinuncia alla propria identità.

Proprio sul dramma di un’identità scissa, che attraversa le più tipiche fasi del coming of age (ivi compresa la scoperta del sesso) negandone tuttavia la (necessaria) componente del radicamento in una comunità, si articola la vicenda della protagonista: un personaggio che paga alla civiltà urbana il prezzo più alto, quello dello sradicamento (sociale, culturale, familiare) e dell’assimilazione coatta. La Uppsala sognata e desiderata come miraggio da Elle-Marja non si lascia qui solo ammirare, ma anche, letteralmente, toccare: nei libri dell’enorme biblioteca scolastica, nei manufatti da lei accarezzati nella casa del giovane Niklas, nel rapporto sessuale con lui consumato. Tutto ha una consistenza concreta, accattivante, illusoriamente a portata di mano: ma il prezzo è la rescissione definitiva dei legami, con l’oblio delle radici. Un oblio che solo la morte, e la riesumazione forzata del dolore (quello che la protagonista aveva tentato, inutilmente, di elidere) potrà compensare, restituendo consapevolezza e memoria. La vicenda del film, pur nella sua dimensione intima e biografica, nel suo consapevole aderire alle regole del racconto di formazione, aspira così a un respiro più ampio, a narrare indirettamente il travaglio (nascosto, sotterraneo) di un popolo. La parte del film ambientata nel collegio riservato ai sami è, in questo senso, più che emblematica.

Pur scegliendo un registro tutt’altro che neutro per mettere in scena la sua vicenda, ma percorrendo al contrario la strada della ricercata empatia, dell’adesione consapevole e volutamente “passionale” all’ottica della protagonista, Sami Blood sembra tuttavia sapere quando fermarsi e ristabilire una giusta distanza dall’oggetto rappresentato, evitando di aderire (rischio sempre presente in questo tipo di opere) a una pur involontaria “pornografia dei sentimenti”. In questo senso, il modo in cui sono messe in scena le sequenze a più alto contenuto emotivo e repulsivo (l’osservazione scientifico/voyeuristica, nella scuola, del corpo della protagonista, le punizioni corporali a cui viene sottoposta) mostra chiaramente che la regista era ben consapevole di questo rischio. La repulsione per i singoli episodi, pur volutamente ricercata, viene evocata qui senza facili scorciatoie, ma perseguendo al contrario, lungo tutto il film, un’atmosfera che la sostenga e la giustifichi. Atmosfera che la regista riesce a mantenere, con non comune coerenza, per tutta la durata del film, traslandone i risultati nel presente, nel volto finalmente fiero dell’anziana protagonista, trasformato da una consapevolezza tardivamente, ma felicemente, raggiunta.

Info
Il trailer di Sami Blood.
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