Petit paysan – Un eroe singolare

Petit paysan – Un eroe singolare

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Un tema sentito a livello comunitario – l’allevamento del bestiame nel Terzo millennio – e un pizzico di thriller: Petit paysan, esordio alla regia del francese Hubert Charuel, si segnala quale perfetta esemplificazione di un film ‘all’europea’ pensato col bilancino, tutto concentrato sul suo spicciolo contenutismo e inerte dal punto di vista cinematografico.

Io e le vacche

Pierre, un giovane allevatore di mucche da latte, è legato anima e corpo alla sua terra e ai suoi animali. Il futuro dell’azienda familiare però è messo in pericolo quando un’epidemia vaccina si diffonde in Francia. Il protagonista sarà trascinato in un vortice di colpe e speranze da cui sarà sempre più difficile uscire, spingendolo sino ai limiti estremi della legalità pur di salvare i suoi amati animali… [sinossi]

Non fa mostra di particolari scivoloni Petit paysan, esordio alla regia di Hubert Charuel, premiato di recente con tre César, miglior opera prima, miglior attore protagonista (Swann Arlaud) e miglior attrice non protagonista (Sara Giraudeau). Eppure l’anonima ‘correttezza’ della sua messinscena sembra essere il sintomo di un fraintendimento che di anno in anno pare crescere sempre di più e pare trovare sempre più estimatori, come dimostrano gli stessi César conquistati dal film. Petit paysan è infatti l’espressione di un cinema della Comunità Europea, che si rivolge cioè a un pubblico più ampio di quello nazionale – in questo caso francese – e che vuole dunque andare a trovarsi spettatori anche fuori dai confini patri. Il che, di primo acchito, potrebbe anche essere un bene, se non fosse che film come Petit paysan pensano al mercato dell’Europa Unita vestendosi da prodotti pensati col bilancino, da merce fredda e rapidamente consumabile, impregnati di contenutismo – in questo caso il problema molto sentito in ambito comunitario dell’allevamento del bestiame di fronte alle sfide del Terzo Millennio – e superficialmente infiocchettati di elementi cinematografici.

Così la storia di Pierre, giovane allevatore di mucche che si trova a dover gestire l’emergenza di una malattia che si diffonde tra i suoi animali, non è veramente la storia di Pierre, che non esiste come personaggio, quanto quella di un tema astratto e populista – perché l’Unione Europea impone così tante regole nel piccolo mondo antico dell’allevamento e dell’agricoltura? – che non riesce a trovare degna incarnazione sullo schermo. E, oltre a un protagonista tratteggiato senza alcun tipo di chiaroscuro unicamente in virtù del suo essere allevatore, gli altri personaggi che appaiono in Petit paysan sono di una elementarità disarmante: i genitori di Pierre – in particolare la madre – tutti tesi a ficcare il naso nelle occupazioni del figlio; la sorella veterinario che è la severa portatrice delle regole UE; gli ‘amici’ anche loro allevatori che però si vogliono godere la vita al contrario di lui; il vecchio aiutante che appare e scompare dalla scena senza motivazioni e solo in conseguenza delle rigide necessità di scrittura.
La dimostrazione dello svolgimento che avrà il film l’abbiamo d’altronde già nell’incipit, un sogno didascalico in cui Pierre si trova a fare colazione in casa circondato dalle sue mucche, con cui però non parla, le guarda soltanto. Se dunque il solipsismo del protagonista doveva essere connotato dall’amore per le sue vacche, allora Charuel sbaglia anche in questo perché, ad eccezione di qualche carezza di circostanza e di qualche parola d’affetto, Pierre non sembra nemmeno così legato ai suoi animali, tanto che la malattia che li colpisce lo turba più per le conseguenze che potrà avere a livello sociale (fare brutta figura di fronte agli altri colleghi allevatori), che per un dramma personale. In tal modo, Petit paysan diventa un esile gioco senza vera tragedia, un gioco all’interno di un codificato genere cinematografico, ovvero il thriller, in virtù del quale la suspense dovrebbe basarsi sulla domanda: quanto potrà spingersi in avanti Pierre per tentare di salvare le sue mucche? Domanda che, in fondo, resta inevasa e che non si tenta di portare fino alle estreme conseguenze. Pierre infatti si ferma un attimo prima di abbracciare completamente il desiderio di difendere a ogni costo la sua attività, così come il regista finge di voler mettere in scena un thriller pseudo-chabroliano, ma poi non se la sente di abbandonarsi del tutto al genere.
In tal senso, anche la figura dell’allevatore belga – che permette per l’appunto di allargare il discorso a un campo sovranazionale – è utile solamente a spiegarci cosa è accaduto a chi ha già dovuto fare i conti con la malattia dei suoi animali, e l’insistenza nel mostrare i video su Youtube dell’uomo appare solo essere la scusa per una successiva digressione narrativa, chiusa tra l’altro in maniera sbrigativa e posticcia.

C’è chi ha elogiato il documentarismo delle scene con gli animali, e invece anche qui Petit paysan dà l’impressione di barare in maniera apparentemente molto astuta: non c’è sporcizia, non c’è fatica, non c’è sacrificio nel mondo del giovane Pierre, tutto anzi è pulito e lindo finché non arriva la malattia. E, in tal senso, basti pensare a un film – con anche qualche limite – come Lorello e Brunello di Jacopo Quadri, per certificare come il realismo nella descrizione della vita di campagna sia ben percepibile nel film di Quadri, mentre viene tenuto a debita distanza da Charuel. E allora costa resta? Resta il flebile afflato di dolore di un protagonista cui è impossibile affezionarsi e resta anche, in sottofondo, la sgradevole sensazione dello sfruttamento a uso drammaturgico delle povere mucche, come nella sequenza – inutilmente indugiante – della sofferta venuta al mondo di un agnellino da latte. Se questo è il nuovo cinema europeo, di quest’Europa sempre più in confusione, non c’è da stare troppo allegri.

Info
Il trailer di Petit paysan – Un eroe singolare.
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