Il ‘meraviglioso’ mondo di Gitanjali Rao

Il ‘meraviglioso’ mondo di Gitanjali Rao

Animatrice, illustratrice di libri per l’infanzia, ma anche attrice e teatrante. Gitanjali Rao, di Mumbai, con appena una manciata di cortometraggi, si è aggiudicata una gran quantità di premi partecipando a manifestazioni internazionali, tra cui la Semaine de la Critique di Cannes. Siamo entrati nel suo mondo, sospeso tra il fiabesco e il realismo sociale, grazie al Ca’ Foscari Short Film Festival 2018 che le ha dedicato un focus.

Lo scarto tra la vita e il sogno, tra la dura realtà di sopravvivenza nelle strade, nei bassifondi, nei quartieri popolari di Mumbai, e il mondo luccicante e colorato della cultura popolare, spesso data in pasto alla gente proprio con intento consolatorio, per fornire sogni prefabbricati a tavolino concepiti proprio per far dimenticare la dura realtà quotidiana. È il tema tanto di TrueLoveStory (2014) che di Printed Rainbow (2006), laddove nel primo caso la fuga dalla realtà è rappresentata dal cinema di Bollywood, e nel secondo dalle scatole di fiammiferi colorate. Una scazzottata apre il film TrueLoveStory, dove l’eroe buono bollywoodiano fa giustizia e tutela i più deboli. Ma è solo un film, come scopriamo poco dopo, un momento di cinema nel cinema. Gitanjali Rao ci fa credere per un attimo di stare assistendo a un film popolare, commerciale, mettendoci nella condizione equivalente a quella dei protagonisti del film, ma questo carattere illusorio dura poco. E quando comparirà il divo di Bollywood non mostrerà lo stesso spirito eroico e altruista, tutt’altro. Lo può fare solo nei sogni. Gitanjali Rao gioca su un contrasto tra l’estetica della celluloide del cinema popolare indiano e quella da neorealismo nel raffigurare la vita di strada. Lo fa dosando diversamente la sua tavolozza cromatica, dalle rutilanti immagini bollywoodiane ai colori più scialbi della realtà, dove gli sprazzi colorati sono quelli dei tanti mazzi di fiori che segnano la love story del film. E l’estetismo del primo tipo può contrastare con il resto anche con immagini secondarie all’inquadratura, quelle dei poster del film, che ironicamente si intitola proprio ‘True Love Story’, quando la storia d’amore vera è un’altra ed quella della gente semplice, dei protagonisti Salim e Kamala. Lo stile neorealista si vede anche nella scelta di creare figure di disturbo, persone, passanti che continuamente passano davanti ai protagonisti. Da un lato il messaggio è chiaro, questo non è il cinema commerciale dove tutto è perfettamente incorniciato, evidenziato, isolato dal contesto. L’estetica neorealista combacia invece con quelle che potrebbero essere delle riprese con teleobiettivo, come in tanto cinema iraniano per esempio o nei film di Hou Hsiao-hsien, delle immagini rubate alla realtà, dove la storia che seguiamo è solo una delle tante che avvengono tutti i giorni. Il cinema di Gitanjali Rao si prende la sua rivincita su quello di Bollywood, la vita e il cinema si inseguono e anche Salim e Kamala sono eroi di un film, e il loro bacio si può incastonare in un quadro, quello del finestrino di una macchina, sotto una pioggia da film noir, un genere popolato da antieroi, e la loro immagine dissolversi, rifrangersi, scomporsi caleidoscopicamente in colori indistinti, con le gocce e i rivoli d’acqua che scorrono sul finestrino.

Su uno stesso effetto di storie che si incorniciano, con capovolgimento di prospettiva finale, si gioca Printed Rainbow. Qui il contrasto tra vita e sogno si gioca sul bianco e nero e il colore. Il primo è quello di una vita monotona e scialba, di una donna con il suo gatto – modellati sulla madre della regista, Anjali Rao, e sul suo gatto Chhotu – che si affaccia spesso sul suo balcone, uno dei tanti tra balconi e finestre di grandi palazzoni anonimi, omologati. L’estetica è quella da disegni a carboncino, che esplora una vasta gamma di tonalità del grigio, che ricorda certe immagini di Yuriy Norshteyn, di Il racconto dei racconti. I colori sono quelli delle scatolette di fiammiferi, che apre la donna, raffigurazioni sgiargianti, esotiche da cultura popolare di una volta. Ognuna di queste scatole la porta in un’avventura diversa, in un viaggio esotico, in un racconto fiabesco.

Il cinema di animazione di Gitanjali Rao ha una dimensione pittorica, i suoi disegni non hanno contorni, e in essa vi confluisce il suo stile di illustratrice di libri per bambini. E la sua narrazione non fa uso di dialoghi, come nel cinema muto, tutto si capisce attraverso gli sguardi dei personaggi. Un’eccezione è rappresentata da Chai, dove si sentono i pensieri dei tanti personaggi, come in un flusso di coscienza. Ancora persone umili che raccontano le proprie storie, accomunate dal tè, dal preparare la bevanda nei bicchieri con latte, come nell’uso indiano, e distribuirla. Il tè è anche un veicolo di sogni per affrancarsi da una vita mediocre: uno dei personaggi dice che chi ha realizzato il Portale dell’India, l’imponente porta con arco di Mumbai, era un ex-venditore di tè (in realtà è un progetto coloniale di un architetto britannico). In questo corto la dualità di immagini si ottiene tra le riprese reali stesse, sempre a carattere neorealistico, e le immagini animate. Gitanjali Rao arriva a portare all’astratto le immagini dal vero, come inquadrando la schiuma del tè, e sperimenta tanti tipi di raccordo tra la realtà e l’immagine dipinta e disegnata, arrivando anche a sovrapposizioni tra le due cose, laddove la seconda rappresenta sempre sogni, fughe o sublimazioni della vita quotidiana.

Info
Il sito del Ca’ Foscari Short Film Festival.
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