Fixeur

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Fixeur, che raggiunge le sale con Lab80 insieme a un altro film di Adrian Sitaru (Illegittimo), conferma il talento del regista rumeno e allo stesso tempo la capacità dell’industria cinematografica di Bucarest di riflettere sul reale in modo mai prono, scavando in profondità nelle contraddizioni della nazione, e dell’Unione Europea.

L’immagine come pornografia

Radu, giovane giornalista ambizioso, lavora come praticante in una redazione. Quando si presenta il caso di uno scandalo internazionale che coinvolge due prostitute minorenni, sente che potrebbe essere l’occasione per dimostrare il proprio valore. Viene ingaggiato come intermediario da una televisione francese, in missione in Romania in cerca dei fatti. Radu è deciso a superare ogni ostacolo e a consegnare quella che nel mondo del giornalismo viene definita una “buona storia”. Il compito si rivela però più complicato del previsto. E più Radu si avvicina all’obiettivo, più si rende conto che lui stesso sta traendo vantaggio dalle due giovani donne sfruttando la loro vicenda… [sinossi]

Fixeur, che raggiunge le sale grazie al meritorio interessamento di Lab 80, tra le realtà distributive italiane una delle più coraggiose nel trovare spazio a titoli che altrimenti resterebbero con ogni probabilità inediti (alcuni esempi: La testimonianza di Amichai Greenberg, Cure a domicilio di Slávek Horák, Marlina – Omicida in quattro atti di Mouly Surya, Passeri di Rúnar Rúnarsson, Austerlitz di Sergei Loznitsa e Il ragno rosso di Marcin Koszałka), è un film che conferma non solo lo stato di salute del cinema rumeno – su cui si tornerà dopo –, ma anche e soprattutto l’impressione percepita anni fa alla visione veneziana di Pescuit sportiv, l’esordio alla regia di Adrian Sitaru. Nome tutt’ora sconosciuto ai più, probabilmente anche a parte dei cultori della scena produttiva di Bucarest e dintorni, dominata da giganti quali Cristian Mungiu e Cristi Puiu. Sitaru non si muove a grande distanza da quell’umore registico, e cerca a suo modo di scavare in profondità in quel corpo rinnovato/tumefatto che è la Romania post-Ceausescu, nazione giovane destinata a una rinascita che viene sempre rinviata, un passo dopo l’altro, e di fatto procrastinata all’infinito.

Anche perché la meglio gioventù del paese ha due possibilità concrete: la prima è quella di cercare lavoro all’estero, o con l’estero, come Radu che grazie alla sua conoscenza del francese si è fatto assumere dalla sede rumena di una testata giornalistica parigina; la seconda, meno consigliabile ma per molti tragicamente più facile da mettere in atto, è quella di raggiungere i paesi più ricchi d’Europa per prostituirsi. Ed è quello che hanno fatto le due minorenni che, scoperte a Parigi, vengono ora rimandate in patria; quale occasione migliore per uno scoop in grado di scuotere le coscienze – e i portafogli – del giornalismo europeo?
Sitaru non prende alla lontana il discorso, e concentra la sua attenzione su un paio di linee guida semplici ed efficaci: la volontà di emanciparsi dalla propria condizione di “terzo mondo d’Europa” (idea condivisa in particolar modo dallo sguardo francese, che fissa panorami, scenari umani e luoghi tipici con sguardo sguaiatamente etnografico), e la necessità di ritrovare uno sguardo etico, una prospettiva umana di fronte alle tragedie dell’umanità. Una riflessione non certo solo rumena, e che attraversa un Vecchio Continente in cui da troppo tempo non si aggira più lo spettro del comunismo evocato da Marx ed Engels.

Nella sua dimensione puramente cinematografica, Fixeur è un road-movie che nel percorso da Bucarest a Bistrita – passando per Cluj –, dal sud del paese che guarda dalle parti della Bulgaria al nord che quasi sfonda nell’Ucraina, cerca la maturazione e, perché no, la redenzione del protagonista: Radu è il fixeur, o fixer, la guida che conoscendo luoghi e abitudini deve permettere agli stranieri francesi di portare a termine il reportage. Radu, in modo forse anche eccessivamente schematico, è alla partenza un uomo privo di morale: giudica il video girato dalla sua compagna e collega con una delle due prostitute minorenni concentrandosi solo sulla presenza di una bicicletta sullo sfondo, “vende” letteralmente la seconda ragazzina al miglior offerente. Il giornalismo, nella sua concezione fagocitante e priva di empatia, non è poi così diverso dallo sfruttamento del corpo del pappone che grazie alla denuncia delle due ragazze è stato fermato dalla polizia. Nel viaggio verso nord Radu deve dunque ritrovare la strada, concepire lo spazio umano come reale, vissuto, gravido di esperienze di vita, e non di notizie. Affascinante viaggio nella periferia di un’Europa che ancora si considera divisa tra “savi” e “selvaggi” (le famiglie delle vittime sono trattate con lo stesso sguardo con cui si potrebbe immortalare un nativo americano, o un aborigeno australiano), il film di Sitaru è anche una riflessione sull’etica non solo di ciò che si racconta, ma delle modalità e delle motivazioni che spingono al racconto.

Un viaggio non privo di un barlume di speranza, e che in ogni caso si mette al fianco di altre esperienze registiche partorite dalla Romania del Ventunesimo Secolo: dai già citati Mungiu e Puiu a Corneliu Porumboiu, passando per Radu Muntean e Peter Călin Netzer fino ad arrivare a Radu Jude, il cinema contemporaneo non può prescindere da una lettura politica così reale (ma mai priva delle finezze proprie della narrazione di finzione, come dimostra anche Sitaru) da riuscire a squarciare il velo di cecità calato su un’intera nazione, per (ri)cominciare a raccontare, e a guardare. Non solo a vedere, che è atto ben più facile e superficiale. Complimenti a Lab 80, che in contemporanea a Fixeur porta in sala anche un altro film dello stesso regista, Illegittimo, e che non smette mai di approfondire, e di scoprire.

Info
Il trailer di Fixeur.
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