Contromano

Contromano

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Commedia malinconica firmata e interpretata da Antonio Albanese, Contromano sfoggia una brillante idea di partenza, ma la declina con scarso acume.

Quo vado?

Mario Cavallaro si sveglia tutte le mattine nello stesso modo, nella stessa casa, nello stesso quartiere, nella stessa città, Milano. Mario ama l’ordine, la precisione, lo stare ognuno al proprio posto. La sua vita si divide tra il negozio di calze ereditato dal padre e un orto, messo in piedi sul terrazzo della sua abitazione. Ogni cambiamento gli fa paura, figuriamoci se il suo vecchio bar viene venduto a un egiziano e se davanti alla sua bottega arriva Oba, giovane senegalese venditore di calzini a prezzi estremamente concorrenziali. Per Mario la soluzione è semplice: “Rimettere le cose a posto”. Così decide di rapire Oba per riportarlo a casa sua, Milano-Senegal solo andata. Ma questo paradossale on the road si complicherà terribilmente… [sinossi]

Se c’è una cosa che, a ben guardare, non manca alla commedia italiana contemporanea sono le idee. O, quantomeno, una buona idea di partenza. Pensiamo ad esempio al pluripremiato Perfetti sconociuti di Paolo Genovese (2016), con i suoi intrecci rivelatori di smartphone scambiati, non a caso poi oggetto di remake in Spagna con la versione locale firmata nientemeno che da Alex de la Iglesia (Perfectos desconocidos, 2017). Qualche anno prima la stessa sorte era toccata anche a Viaggio sola di Maria Sole Tognazzi, il cui rifacimento made in USA ancora non risulta ancora realizzato e naturalmente, ancor prima c’era stato il caso del mucciniano L’ultimo bacio trasposto negli States da Zach Braff (The Last Kiss, 2006).
Da qui a dire che stiamo diventando dei venditori all’estero di “format” ce ne passa – e d’altronde, poi, per anni abbiamo replicato idee provenienti da commedie sudamericane – eppure bisogna constatare che al di là di un ottimo spunto, tutti i film sopra elencati, rivelano sempre qualche falla, alcuni difetti di scrittura e sviluppo narrativo che magari un remake potrebbe appianare. O forse è meglio dire: che un maggior labor limae in sede di sceneggiatura avrebbe potuto eliminare.

Capita infatti talvolta, guardando i frutti del nostro cinema “mainstream” (la commedia, appunto) di provare una strana, frustrante sensazione che equivale al desiderio di vederne il rifacimento, sperando in un utilizzo migliore, più compiuto e meditato delle sue pur valide idee di partenza. Che questo poi avvenga o meno nella realtà, è un altro discorso.
Ecco, è grossomodo questa la sensazione che si prova anche nel corso della visione di Contromano, quarta regia di Antonio Albanese a ben 16 anni di distanza da Il nostro matrimonio è in crisi. Tra i più brillanti comici della sua generazione, nonché protagonista di una delle commedie più riuscite dell’attuale stagione cinematografica (Come un gatto in tangenziale di Riccardo Milani), Albanese porta ora sul grande schermo un plot di indiscutibile presa, in grado di sbeffeggiare quel malcelato razzismo che anima il nostro dibattito politico, nonché la realtà sociale odierna, talvolta anche con tragici e delittuosi risvolti (si vedano i recenti fatti di cronaca sugli omicidi di immigrati).

Protagonista di Contromano è un maturo cittadino meneghino, Mario (incarnato dallo stesso Albanese), poco propenso alle novità e tutto assorbito dalla sua routine, sospesa tra la gestione di un negozio di calze e l’accudimento dell’orto condominiale. Nonostante il rispetto per il mondo vegetale e animale, lumache comprese, Mario ha qualche difficoltà ad accettare il meltin’pot in atto nella sua Milano. Quando scopre poi che il suo bar preferito verrà rilevato da un egiziano, incassa un duro colpo che rafforza la sua filosofia di vita: ogni cosa deve restare al suo posto, l’egiziano al suo kebab, le lumache nel giardino pubblico e non nel suo orto, i calzini del suo negozio ciascuno nel suo ripiano. Sorta di giustiziere di un “presunto” ordine naturale, Mario decide poi di entrare in azione quando un giovane venditore ambulante di calzini, Oba (Alex Fondja), si mette a fare affari proprio davanti al suo negozio. Deciderà di tramortirlo con delle goccine soporifere e di riportarlo letteralmente a casa sua: in Senegal. La situazione si farà però complicata quando al viaggio si unirà la di lui sorella (che poi sorella non è, un po’ come avveniva in I giorni del cielo di Terrence Malick): la bella Dalida (Aude Legastelois).

Con una prima parte tutta dedicata a snocciolare le manie da control-freak del suo protagonista (calzini ripiegati, marocchino al bar, cene con la vicina di casa, orto sul tetto), Contromano stenta a decollare, intrattenendo con un susseguirsi di gag dal tono più malinconico che ridanciano e tutte incentrate sul protagonista e le sue “chiusure” nei confronti del mondo esterno e della sua entropia.
Quando finalmente emerge l’idea centrale del film, quel folle “riportare a casa loro” gli immigrati, si intravede finalmente un’apertura: il road movie, d’altronde, già di suo suggerisce uno schema sempre valido fatto di incontri e reciproca conoscenza. Ma le cose non vanno esattamente così. Con l’inizio del viaggio, paradossalmente, Contromano si fa ancora più asfittico, alternando brevi siparietti nell’abitacolo dell’auto, vedutismo costiero di stampo turistico, battibecchi tra i due “fratelli” nelle loro stanze d’albergo. Per fortuna, di quando in quando, interviene la musica che, firmata da Pasquale Catalano, mescola le sonorità allegrotte tipiche della commedia nostrana con elementi percussivi che alludono alla meta del viaggio. Quando però il supporto della colonna sonora viene a mancare si “respira” in Contromano un vuoto pneumatico, incentivato da un concatenarsi di dialoghi in campo/contro campo, marchio di fabbrica di una regia complessivamente piuttosto statica, che non caso evita di cimentarsi nella resa di un corpo a corpo, relegando l’unica scazzottata del film nel fuori campo.

A fare da cerniera tra le due porzioni di film (Milano e l’on the road) poi, troviamo un intermezzo interessante ma involuto: l’incontro tra Mario e l’invalido Umberto (Mario Anzalone), di cui Dalida è di fatto la badante, un personaggio insolito, di donnaiolo ricco e viziato, che invece di consentire qualche gag politicamente scorretta nello stile dei Fratelli Farrelly, resta un’apparizione estemporanea un po’ tirata via.
Quanto alla brillante idea alla base di Contromano, va detto che questa perde gradualmente la sua centralità durante il percorso on the road, dal momento che alla rivalità tra Oba e Mario si sostituisce un malizioso gioco di seduzione tra quest’ultimo e la perennemente sorridente Dalida. E a ben guardare è proprio in questa “seduzione”, le cui ragioni sono affidate tutte all’avvenenza della ragazza e prive di un sostegno che poggi sulla personalità dei due personaggi, che emergono le debolezze del film. Nulla infatti accomuna realmente i due: Mario è ammaliato dalla bellezza di Dalida, in virtù della sua solitudine e di un desiderio senile di affetti, mentre lei, di fatto, sfrutta queste fragilità dell’uomo per poter tornare in Senegal e riabbracciare i parenti.
In sostanza, il problema principale del film di Albanese risiede proprio nella costruzione di questo ruolo femminile. Dalida infatti sorride ingannevole, trattando Mario un po’ come una badante farebbe con un anziano irragionevole – ovvero dandogli ragione mentre lo prende in giro – ma anche comportandosi come una sorta di dark lady da film noir, che utilizza l’astuzia e la menzogna per ottenere ciò che vuole. E in tutto ciò lo spettatore, di fronte a un tale profluvio di sorrisi fasulli a rischio di incastro di mandibola, non riesce in pieno a stare dalla sua parte, almeno fino al finale del film, che, con un grazioso colpo di scena, capovolge un po’ la situazione, quando però è decisamente troppo tardi.

Inoltre, il personaggio di Dalida nell’ultimo frammento della storia appare eccessivamente imborghesito, quasi a suggerire che la donna, per garantirsi una più agile integrazione nella nostra società, si sia prestata a un adeguamento deteriore, con tanto di capelli stirati e quell’incedere orgoglioso che la rende differente dai suoi ex-simili (si veda l’incontro con un altro immigrato che la guarda tra lo stupore e l’invidia). Quanto a Mario poi, il percorso del personaggio si chiude con un guizzo di paternalismo post-coloniale che trasforma il “riportiamoli a casa loro” in un altrettanto inquietante “aiutiamoli a casa loro”. Un messaggio piuttosto deludente per una commedia che è sì garbata e malinconica, ma che, sospesa com’è tra l’adesione alla sua idea di partenza e il ritratto un po’ patetico del suo protagonista, rinuncia evidentemente a veicolare un messaggio che sia davvero progressista. Era lecito aspettarsi di più da un maestro della satira che sembra aver perso di vista l’obiettivo del suo lavoro: quel farsi beffe di una precisa realtà storico politica con le armi della risata a denti stretti. Peccato perché il nostro cinema e la nostra realtà quotidiana dei barlumi rivelatori della satira ne avrebbero tanto bisogno. Guardarsi allo specchio non basta.

Info
La scheda di Contromano sul sito della 01 Distribution.
Il trailer di Contromano.
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