Io c’è

Dopo i toni stralunati e minimali di Orecchie Alessandro Aronadio si trova a dover maneggiare con Io c’è una commedia mainstream, con un cast di prim’ordine e una produzione esigente; il risultato è un Frankenstein scombinato, che si agita tra atteggiamenti iconoclastici e scelte fin troppo banali e prevedibili.

Non avrai altro dio all’infuori di te

Massimo Alberti è il proprietario del “Miracolo Italiano”, bed and breakfast un tempo di lusso ridotto ormai ad una fatiscente palazzina. La crisi che ha messo in ginocchio l’attività sembra non aver scalfito i suoi dirimpettai, un convento gestito da suore sempre pieno di turisti a cui le pie donne offrono rifugio in cambio di una spontanea donazione. Esentasse. Ecco l’illuminazione di cui Massimo aveva bisogno: se vuole sopravvivere deve trasformare il “Miracolo Italiano” in luogo di culto. Ma per farlo deve prima fondare una sua religione. È la genesi dello “Ionismo”, la prima fede che non mette Dio al centro dell’universo, ma l’Io. Ad accompagnare Massimo nella sua missione verso l’assoluzione da tasse e contributi la sorella Adriana, inquadrata commercialista, e Marco, scrittore senza lettori e ideologo perfetto del nuovo credo. Preparatevi a essere convertiti! [sinossi]

Chissà se Alessandro Aronadio, regista di Io c’è, ha una pur minima dimestichezza con Lando di Pietro, lo scultore senese che all’interno della testa di un crocefisso ligneo verso la metà del XIV secolo inserì la seguente iscrizione «Et lui dovemo adorare et non questo legno». Il legno del crocefisso, simbolo materiale che il cristianesimo adotta per donare un punto di riferimento non solo morale o ideale ai fedeli. E se al posto della croce ci fosse invece sull’altare un grande specchio, cosa succederebbe? Se la religione non puntasse più l’accento sul rapporto con il divino, ma cercasse di rintracciare il divino all’interno di ognuno?
Nasce dall’idea di una fondazione di un nuovo credo Io c’è, il film con cui Aronadio si confronta con una grande produzione – la IIF di Fulvio e Federica Lucisano, già responsabili del successo nazionale di Massimiliano Bruno, qui presente in un cameo in sedia a rotelle – dopo l’esperienza dal basso di Orecchie, con budget modesto a disposizione di intuizioni non proprio allineate. Nel rapportarsi con una produzione mainstream, dovendo gestire un cast di prima grandezza per il panorama italiano (Edoardo Leo, Margherita Buy, Giuseppe Battiston, il già citato Bruno, Giulia Michelini), l’impressione è che Aronadio si sia smarrito, incapace di trovare il punto d’incontro armonioso tra la voglia di una commedia sulfurea, caustica e ancora una volta non priva di svolte surreali, e la necessità di adeguarsi a uno standard nazionale che non può far altro che spingere il tutto verso il basso.

Sarebbe davvero interessante poter scoprire quanto è stato imposto al poco più che quarantenne regista romano – del quale è stato rimosso dalla memoria collettiva l’esordio, con il mediocre Due vite per caso –, perché il suo film sembra a tratti un vero e proprio Frankenstein, con lacerti di corpi differenti tra loro attaccati a forza per dar vita a una commedia in grado di dare l’assalto alla classifica. Così l’intuizione di fondo, vale a dire l’ironia anche feroce sulla Chiesa Cattolica e sul business che ha messo in piedi nel corso dei millenni, passa ben presto in secondo piano, per dare risalto invece alla poco interessante vicenda umana del protagonista, interpretato da uno stanco Edoardo Leo, che non fa altro che affidarsi ripetutamente ai tic e ai birignao che l’hanno reso celebre. Anche il suo Massimo, che ha sperperato soldi per una vita e ora cerca di evitare di pagare le tasse facendo passare la palazzina ricevuta in eredità dal padre come luogo di culto, non è certo approfondito a dovere. Anzi. Perché sprecare un’illuminazione come quella che vuole la famiglia Alberti discendere da un fiero – si fa per dire – repubblichino? E per quale motivo quel microcosmo romano lamentoso e alto-borghese non viene indagato a fondo?
Tutto rimane invece in superficie, e viene sacrificato solo per costruire qualche scena madre e giocarsi qualche battuta di facile presa sul pubblico. Così, in barba alle più basilari regole della sceneggiatura, vengono arbitrariamente sacrificati personaggi – che fine fa la moglie di Battiston, per di più ex fidanzata di Leo che da tempo immemore non le versa gli alimenti? –, luoghi, riflessioni. La brillante decisione di minacciare uno scisma per poter fare entrare la neo-religione, lo ionismo, nella fase della maturità, è dispersa in un oceano di banalità, così come la necessità per un credo che vuole davvero attecchire sul territorio di dotarsi di martiri…

Perfino il personaggio interpretato da Giulia Michelini – la migliore in scena insieme a Battiston – arriva troppo tardi, in modo quasi fortuito, e non riesce a incidere su una narrazione coerente. Perché in fin dei conti Io c’è non fa altro che testimoniare lo stato di crisi di una produzione di commedie sempre più seriale, uguale a se stessa, incapace di scommettere su volti nuovi, situazioni fuori dal canone, registri diversi. Se il pur a tratti zoppicante Metti la nonna in freezer era apparso solo un paio di settimane fa come una piccola boccata d’ossigeno, ecco che il film di Aronadio mostra una volta di più i nervi scoperti di un sistema incancrenito, futile, incapace di guardare oltre il proprio naso e perfino di dotarsi di un apparato narrativo e di senso coerente e strutturato. In questo marasma di ovvietà e bozzetti malriusciti rimbalzano di quando in quando anche spettri di una perspicacia destinata però a disperdersi, e a lasciare poca traccia di sé. Un po’ di sana iconoclastia non farebbe male al cinema italiano, ma i tempi a quanto pare non sono ancora maturi. C’è davvero bisogno di fede.

Info
Il trailer di Io c’è.
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