The Silent Man

The Silent Man

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Con The Silent Man Peter Landesman torna su un topos del cinema “politico” statunitense, l’affare Watergate che vide per protagonisti il presidente Nixon da un lato e il Washington Post dall’altro. Landesman concentra però la sua attenzione sul punto d’incontro tra le due parti, l’informatore passato alla storia come Gola Profonda.

L’infinita fabbrica del Watergate

Washington, maggio 1972: alla morte di Hoover, Nixon mette a capo dell’Fbi un suo uomo di fiducia scavalcando Mark Felt, vicedirettore del Bureau e in servizio da trent’anni. Mancano infatti pochi mesi alle elezioni e la Casa Bianca vuole il pieno controllo su indagini e informazioni. Anche per insabbiare il caso Watergate. Ma Felt decide di rivelare ai media ciò che sa… [sinossi]

The Silent Man comincia idealmente là dove termina The Post di Steven Spielberg, ma ribaltando il punto di vista. Il film diretto dall’ex giornalista Peter Landesman è anche infatti, idealmente, il controcanto di Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula, poiché i cronisti Woodward e Bernstein lasciano la scena alla fonte dell’inchiesta, ossia Mark Felt, per lustri sospettato di essere la celeberrima “Gola Profonda” del Washington Post e che nel 2005 – tre anni prima di morire – ha rivelato a Vanity Fair America di esserlo stato davvero. Il portato del caso Watergate che spinse Richard Nixon alle dimissioni è, a distanza di oltre 40 anni, ancora fondamentale per l’identità americana, rappresentando una vera e propria rivoluzione condotta con le armi della democrazia, una moderna deposizione del “tiranno” (figura, anch’essa, portata sullo schermo più volte, dall’ottimo Nixon di Oliver Stone al duello Frost/Nixon di Ron Howard) che ha calpestato l’autonomia dei poteri e dei partiti e tradito il Paese. È una rivolta della storia contemporanea, perseguita attraverso l’uso del quarto potere e il ripristino del sistema dei pesi e contrappesi, necessario per il bene della Nazione e che Nixon aveva manomesso.
The Silent Man si inserisce in questo affresco narrativo mettendo in scena non il giornalismo né il Presidente, ma il pezzo mancante e fondamentale: l’uomo dell’Fbi che ha reso possibile la rimozione del più potente del mondo dallo Studio Ovale. Prodotto, tra gli altri, dai coniugi Scott (Ridley e Giannina) e Tom Hanks, The Silent Man è un intrigo interessante se visto come tassello di un mosaico, di un grande autoritratto a Stelle e Strisce, composto da opere più o meno efficaci o stratificate: il film di Landesman (regista de La regola del gioco, sulla tragica storia del giornalista Gary Webb, ma anche di Zona d’ombra e Parkland) non è però tra le più affascinanti.

Mark Felt (interpretato da Liam Neeson) non ha certo avuto remore a usare metodi repressivi contro i “nemici” dell’ordine, tanto che nel 1980 venne condannato per aver violato i diritti civili di membri di formazioni dell’estrema sinistra e dei loro famigliari (venne poi graziato da Reagan). Ma The Silent Man – ispirato dal libro che lo stesso Felt e il giornalista John O’Connor scrissero nel 2006 – si concentra di più sul fatto che fosse un servitore dello Stato, un funzionario dell’Fbi che non avrebbe permesso a nessuno di impedire l’azione del Bureau. E la frase centrale è certamente: “Nessuno può fermare un’indagine investigativa dell’Fbi. Nemmeno l’Fbi”, pronunciata da Neeson. Il film cerca di mostrarci anche il lato privato del vice di Hoover, il suo rapporto con una moglie (Diane Lane) dal passato problematico e piuttosto dedita agli alcolici da quando la figlia è fuggita di casa per unirsi a non si sa quale comune (la vera moglie di Felt si suiciderà negli anni Ottanta): un po’ di lato intimo, insomma, per dare più tonalità al protagonista. Il conflitto principale – ovvero liberare il Bureau dal controllo della Casa Bianca – prende corpo fin dall’inizio, per arrivare all’acme, all’insabbiamento delle indagini sul Watergate che Felt e la sua squadra avevano portato avanti, e che finiranno grazie a lui in prima pagina su quello stesso Washington Post che un anno prima aveva pubblicato i Pentagon Papers (di cui ci parla, appunto, il recente The Post che con The Silent Man condivide l’idea che solo chi ha del potere può veramente agire sul potere). Il ritratto dell’uomo che, per lealtà nei confronti dell’istituzione di cui è parte, farà da fonte dell’inchiesta giornalistica per antonomasia non è però psicologicamente raffinato, nonostante il tentativo di umanizzarlo con l’esile sottotrama famigliare e con i turbamenti che, evidentemente, sono compresi nel “prezzo” dell’insubordinazione messa in atto. La verità è che le ombre di Felt non sono storicamente poche, ma sebbene The Silent Man ne menzioni alcune e non si sottragga del tutto dall’evidenziare le contraddizioni del personaggio, l’accento è puntato sulla peculiare forma di idealità che spinse il probo funzionario a rivelare informazioni segrete: la difesa delle istituzioni, il netto rifiuto del controllo di un sol uomo sulle Agenzie, la convinzione che i singoli siano vettori per finalità superiori, e ovviamente giuste, date dal buon bilanciamento dei poteri (americani).

Dal punto di vista stilistico le tante vedute di Washington dall’alto si traducono e volutamente riducono in ambienti chiusi, in uffici asfittici dove funzionari e potenti si muovono costretti da spazi e ruoli, ben attenti a ciò che dicono e fanno. Per renderci partecipi di questi luoghi inospitali e intrisi di sospetti, la fotografia di Adam Kimmel vira al grigio, allo stinto, o alle striature verdastre e innaturali, foriere di astenia psichica. I fitti dialoghi che disvelano la trama prevalgono nettamente sull’azione, mentre la onnipresente colonna sonora di Daniel Pemberton ha una funzione drammatizzante fin troppo invasiva. I canoni estetici sono piuttosto convenzionali così come il ritratto di Mark Felt che, al netto di qualche macchia, tutto sommato è un personaggio positivo, come padre e come uomo che ha fatto il proprio dovere e aiutato il Paese. Liam Neeson, già nazista pentito e salvatore di uomini in Schindler’s List, è idoneo per la parte, e il cast è intelligentemente costruito comprendendo in ruoli secondari molti attori riconoscibili al grande pubblico: da Tom Sizemore (Black Hawk Down di Ridley Scott, tra i tantissimi altri) a Diane Lane (già moglie di Dulton Trumbo ne L’ultima parola), da Marton Csokas a Tony Goldwyn (che nella serie tv Scandal interpreta proprio un immaginario Presidente degli Stati Uniti). È però l’invisibile legame con le altre narrazioni che ruotano attorno alla fine di Nixon a rendere il film interessante, almeno per chi vuole avere uno sguardo esaustivo sulla materia così come trattata da una cinematografia che non ha mai la minima ritrosia a confrontarsi, da tante angolature, con la propria storia.

Info
Il trailer di The Silent Man.
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