Bob & Marys – Criminali a domicilio

Bob & Marys – Criminali a domicilio

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Al secondo lungometraggio, Francesco Prisco conferma, purtroppo, i limiti già mostrati in Nottetempo, il suo esordio. Bob & Marys prova a inseguire dei modelli di black comedy poco frequentati dal nostro cinema, ma delude su ogni fronte, a partire da un racconto esilissimo, sostanzialmente evanescente.

Notte fonda

Roberto e Marisa sono una coppia che conduce una vita priva di sussulti: istruttore di scuola guida lui e operatrice volontaria lei. Una notte, dei criminali spietati si introducono in casa loro e la riempiono di pacchi dal contenuto misterioso, ma sicuramente illegale. “Accùppatura”, è questo il nome della pratica criminale che costringe la coppia a custodire in casa merce illecita, senza possibilità alcuna di denunciare e, soprattutto, col serio rischio di passare un guaio con la legge. [sinossi]

Di Nottetempo, esordio al lungometraggio di Francesco Prisco, avevamo ‘salvato’ giusto la scelta di non affidarsi al nostrano macro-genere della commedia, sin troppo abusato. Ora, al cospetto del secondo film del regista napoletano, Bob & Marys, ci si trova costretti a criticare in primis proprio la scelta dei toni leggeri e presuntamente ridanciani del racconto. Certo, Bob & Marys non è la classica commedia italiana – per quanto ricorra al volto di uno degli alfieri del genere, Rocco Papaleo – ma forse anche questo può essere considerato uno dei tanti problemi del film: la comicità nera e surreale che Prisco prova a imbastire – e che guarda più al Martin McDonagh di In Bruges che a modelli italici – non è per nulla supportata e sorretta da un adeguato controllo della scrittura e da una, sia pur minima, conduzione registica in grado di gestire tempi e modalità delle gag messe in campo.
Intanto è sin troppo esile la vicenda che Prisco tenta di raccontare: una coppia piccolo-borghese che si ritrova invasa da scatoloni di provenienza illegale e che non sa come districarsi tra polizia e criminali. In secondo luogo, questo stesso setting fa soffrire di claustrofobia la narrazione, visto che i due protagonisti decidono di rinchiudersi in casa dove nulla di interessante accade e dove a essere sempre presente è il salone in cui si trovano gli scatoloni, senza utilizzare gli altri spazi dell’appartamento.

La stessa ambientazione napoletana, poi, come già in Nottetempo, non è sfruttata neppure un po’: certo, si può eccepire che sia giusto evitare i cliché visivi della scenografica metropoli partenopea, ma allo stesso tempo appare incomprensibile la scelta di non mostrare quasi alcun esterno, se non il vialetto della villetta in cui i protagonisti vanno a vivere, che ha come sfondo un brutto palazzone. Quello è l’unico accenno all’esistenza della brulicante città, e viene il sospetto che – come i suoi personaggi – lo stesso Crispo rifugga dalle mille e vitali contraddizioni di Napoli appartando il suo film in un altrove fictionale, che però non ha il minimo spessore e la minima concretezza per apparire giustificabile. Tra l’altro il cliché che non entra dalla porta accede dalla finestra, e ha le stanche sembianze di camorristi da quattro soldi che si presentano in casa dei protagonisti e che appaiono in scena numerosi quanto ingenui e totalmente inoffensivi.
Il mondo descritto in Bob & Marys è un mondo pieno di falle e ricolmo di incongruenze: la figlia della coppia appare in scena come infermiera di un ospedale senza esserci stata presentata prima e litiga con il suo ragazzo senza che lo spettatore possa comprendere sul momento chi siano questi personaggi (e dunque, invece di concentrarsi sulla scena – che dovrebbe far ridere – ci si domanda cosa si stia vedendo); il matrimonio della stessa figlia prevede preparativi minimi e pare soprattutto un riempitivo per allungare il brodo invece che un effettivo ostacolo al segreto degli scatoloni; il modo in cui vengono sventate certe operazioni criminali fa cadere le braccia per quanto è malamente orchestrato (si pensi all’incongruente scena in cui il personaggio interpretato da Giovanni Esposito cerca di impadronirsi degli onnipresenti scatoloni); il numero stesso delle scatole poi varia in base alle esigenze delle singole scene, visto che una volta sono più di trenta nel salone, poi diventano inspiegabilmente meno di dieci nel retro di un’automobile. Senza dimenticare il fatto che mai nessun personaggio prova ad aprirle o si interroga seriamente sul contenuto di queste maledette portatrici di sventura.

La stessa scarsissima alchimia del cast lascia stupefatti: da un lato ci sono due attori non napoletani come il già citato Papaleo e come Laura Morante che si muovono evidentemente a disagio, dall’altro abbiamo una galleria di interpreti partenopei che paiono catapultati dal cuore ribollente della città in un mondo asettico: Simona Tabasco nei panni della figlia è l’unica a mostrare un po’ di personalità, mentre Andrea Di Maria – che è il fidanzato della ragazza – prova vanamente a imitare Troisi e lo stesso Giovanni Esposito fa blandamente ricorso a dei tic recitativi che, senza il supporto della scrittura e della direzione d’attori da parte del regista, sono fini a se stessi.
Bob & Marys soffre infine anche di una impressionante mancanza di ritmo: una black comedy degna di tal nome deve fare leva su situazioni rocambolesche, su continui fraintendimenti, su un accumulo di ribaltamenti di fronte, su una cinetica di un certo tipo. Tutte caratteristiche che mancano nel film di Prisco che, anzi, si connota per la paurosa staticità di regia e situazioni e che non prevede neanche una base minima di scene d’azione, né sparatorie, né tanto meno inseguimenti. I due protagonisti, che si facevano chiamare in passato Bob & Marys perché pare avessero il piglio dell’avventura, restano lì davanti a noi, sballottati da immobili scatoloni, incerti sul da farsi e inerti di fronte a un vuoto espressivo che appare qui di gran lunga più evidente che in altri – pure molto, troppo, balbettanti – episodi del nostro recente cinema commerciale.

Info
Il trailer di Bob & Marys – Criminali a domicilio.
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