Intervista a Gitanjali Rao

Intervista a Gitanjali Rao

Gitanjali Rao è un’animatrice indiana che ha già collezionato una gran quantità di premi, 28 per la precisione, pur ancora con una manciata di film all’attivo. Il suo film Printed Rainbow, del 2006, è stato il primo film d’animazione indiano a essere selezionato a Cannes, per la precisione alla Semaine de la Critique, dove venne premiato come miglior cortometraggio. E alla Semaine è tornata nel 2011 come membro della giuria dei cortometraggi.
Abbiamo incontrato Gitanjali Rao a Venezia durante il Ca’ Foscari Short Film Festival 2018 che le ha dedicato un programma speciale.

Puoi parlarci del tuo stile e della tua tecnica, di animazione e illustrazione?

Gitanjali Rao: Il mio stile consiste nel dipingere quadro per quadro. Seguo il vecchio stile convenzionale di pittura su vetro che vuol dire riprendere con una macchina da presa fissa un dipinto: catturi l’immagine quindi cambi il dipinto e catturi ancora l’immagine e via di seguito. Seguo la stessa tecnica ma con il computer. Così dipingo fotogramma per fotogramma. Quando faccio da sola i miei cortometraggi, io dipingo – non disegno nulla – la prima immagine e anche l’ultima, quindi dipingo le immagini nel mezzo. Ma ora sto lavorando al mio primo lungometraggio, con un team di amici artisti. Così per loro devo cambiare un po’ il mio stile, perché questi artisti possono solo o ridisegnare nell’animazione o mettere i colori, ma non entrambe le cose. Quindi quando lavoro con team separati ci sono quelli che disegnano l’animazione sul computer, loro disegnano in fila usando un painting software come photoshop, dipingendo fotogramma per fotogramma, e poi si compone con il programma After Effects. Tecnicamente è molto semplice ma devi essere un esperto in disegno e pittura. Quindi il mio processo è molto lungo. E se fai un errore devi ricominciare a dipingere dall’inizio alla fine. Non sai quando finirai, non si può predirlo. Ma ho scelto questo stile perché sono una pittrice che è passata all’animazione.

Dalla tua biografia risulta che sei anche attrice e artista teatrale.

Gitanjali Rao: Sì, ho fatto teatro per tre anni prima di decidere di passare all’animazione, perché il lavoro nell’animazione è a tempo pieno. Quindi ho smesso di recitare. Ma uso molto la recitazione nel mio lavoro di animazione. Mi piace che i miei personaggi provino emozioni come le persone reali. Quindi porto avanti il concetto di recitazione nell’animazione. Per un lungo periodo non avevo un lavoro. Facevo i miei corti, ma non trovavo lavoro, ho fatto dei lavori di recitazione che fruttano molti più soldi che non l’animazione. Così l’ho fatto per motivi alimentari. Comunque mi diverte recitare.

Per i tuoi personaggi usi delle persone reali a modello?

Gitanjali Rao: In attesa del prossimo film, il lungometraggio, posso dire che per i corti non l’ho mai fatto. Ho recitato me stessa. E ho usato la mia esperienza per la mia animazione. Ma ora sto per fare questo lungometraggio con questo team di persone. A volte c’è bisogno di riferirsi ad attori, a volte recito io stessa per una rappresentazione di quello che l’attore andrà a fare. Ma non troppo, non così tanto. Per la maggior parte i film d’animazione sono completamente girati dal vivo e convertiti in animazione. Io non faccio così. Solo nel 5/10% uso questi riferimenti.

A tal proposito, è vero che la donna in Printed Rainbow è tua madre e il gatto è il suo gatto?

Gitanjali Rao: Sembrano mia madre e il suo gatto, ma non li ho copiati o ricalcati. Ho lavorato tenendo in mente quel volto e dipingendolo, renstituendo l’idea della persona.

Hai seguito dei modelli tra gli autori del cinema d’animazione? Modelli tra i grandi animatori?

Gitanjali Rao: Molti animatori come quelli canadesi. Tra loro mi piace l’animatrice Wendy Tilby. E poi gli animatori russi come Alexander Petrov, che pure dipinge su vetro. Molta della mia ispirazione viene da quegli animatori che lavorano su vetro. Poi l’animatore polacco Jerzy Kucia: anche se non uso del tutto il suo stile d’animazione ma il suo modo di narrare mi ha influenzata. Ma sono stata anche molto ispirata da pittori e registi di cinema. Alla fine sono quattro o cinque gli animatori che mi hanno molto inflenzata.

Tra gli autori russi non c’è anche Yuriy Norshteyn? Le parti in bianco e nero di Printed Rainbow per esempio mi ricordano alcune parti di Il racconto dei racconti.

Gitanjali Rao: Amo Norshteyn, è Dio, ma il mio stile è molto diverso dal suo. Quando ho fatto Printed Rainbow non avevo ancora visto le sue opere. Solo dopo le ho viste. Quindi le somiglianze sono casuali.

Bollywood in TrueLoveStory e le scatole di fiammiferi in Printed Rainbow rappresentano dei sogni, un immaginario colorato che è una fuga da una realtà misera e difficile. Come mai persegui queste visioni oniriche che contrastano con la vita?

Gitanjali Rao: È il mio modo di sviluppare un’idea, perché anch’io sogno molto e mi piace tutto ciò che si discosta dalla realtà e da un film live action che è completamente reale. Ma mi piace che nelle mie storie molto aderenti alla realtà ci sia un punto in cui l’animazione entra nell’immagine e va verso una direzione che non è possibile nella realtà. È quello che esiste nella mente di una persona. Non è propriamente fantasia, è più immaginazione. Mi piace esplorare lo spazio tra realtà e immaginazione. A volte non ti rendi conto che stai andando dall’uno all’altro mondo, il che è proprio quello che succede alla gente. E per questo mondo di immaginazione mi piace usare lo stile da folk art, lo stile più diffuso attorno a quelle persone. Nel caso della donna anziana, lei colleziona scatoline di fiammiferi. Per lei è un modo di entrare nel mondo delle raffigurazioni di quelle scatoline che è una fuga dalla sua realtà. Graficamente la scatola dei fiammiferi è molto interessante per raffigurare un mondo diverso. In un posto come l’India ci sono molte forme artistiche diverse che si manifestano. Alcune sono kitsch, alcune sono folk art, ci sono poi quelle molto raffinate. Io sono interessata a tutte le forme artistiche e voglio portarle nelle mie storie. Uso il sogno come opportunità di andare in questi mondi ed esplorarne lo stile attraverso l’animazione. In TrueLoveStory c’è Bollywood. Per me Bollywood è anche un medium di illusioni che funziona pure come fuga dalla realtà per le persone in India. Il cinema indiano è molto diverso da quello del resto del mondo. Non vogliamo vedere la realtà sullo schermo, vogliamo vedere la fantasia, la bella vita, la felicità. Cose che la gente che vede i film non ha, la loro vita è piena di miserie, di tristezza. Quando guardano il grande schermo, deve essere una fantasia. Così io gioco con questo mondo di fantasia in TrueLoveStory.

C’è anche una differenza tra i colori kitsch del cinema di Bollywood e quelli della realtà.

Gitanjali Rao: Lo amo ma devo spiegare le differenze tra il kitsch e la realtà. Tutto in India è coloratissimo, quando è kitsch ha dei colori orribili. Ma io lo amo, è sfacciato, stimolante, interessante.

In TrueLoveStory le inquadrature sono spesso piene di passanti che coprono la visione dei protagonisti, l’equivalente nel cinema live action di persone che si frappongono davanti alla macchina da presa. Come mai usi questo effetto?

Gitanjali Rao: Li uso per cancellare, quando finisce un’inquadratura e comincia un’altra. È una cosa che non puoi fare nel cinema live action, ma si può fare facilmente nell’animazione. Ma se vivi a Mumbai, viene dall’ossevazione di una città così affollata. C’è sempre tanta gente. Quando vedo qualsiasi posto, c’è gente che copre la visuale completamente. Quando si spostano quel posto sembra cambiato. Così era interessante per me di pensare alla gente come a corpi, forme. Di essere capace di prenderli da un posto all’altro. In Europa non sarebbe possibile. Tutte le cose che uso vengono dalla realtà, dall’osservazione della vita attorno a me. Per questo tutti i miei film trattano di Mumbai, perché vivo là da 44 anni ormai. Non sono mai stata in altri posti al di fuori di Mumbai. Così è diventata un personaggio più che un posto. E uso gli abitanti come strumenti visivi per passare da un’inquadratura all’altra.

Forse è anche un modo di dire che i tuoi protagonisti fanno parte della gente comune, tra tantissimi altri.

Gitanjali Rao: Non ci sono eroi o eroine. Il mio storytelling è influenzato dai registi europei, piuttosto che da Hollywood o Bollywood. Ognuno è un eroe o diventa un eroe. Non aderirò mai a quel tipo di cinema. I miei film sono effettivamente più come dei documentari, che parlano di persone vere, della loro vita. Ma uso la forma dell’animazione per fare queste cose.

C’è una battuta nel film Chai, dove uno dei venditori di tè afferma che il Portale dell’India è stato realizzato da qualcuno che faceva la sua professione, ma in realtà si tratta di un’opera coloniale, progettata da un architetto inglese. Che significa?

Gitanjali Rao: Sono gli inglesi. In India si può capire questa battuta. Vuol dire che il Portale è stato costruito dagli inglesi, e gli inglesi sono arrivati in India in cerca di tè. E hanno istituito la Compagnia britannica delle Indie orientali e ci hanno colonizzato per tanti anni. Quindi è una battuta per dire allla fine è tutto per il tè.

Info
Il sito del Ca’ Foscari Short Film Festival.

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