Intervista a Shūtarō Oku

Intervista a Shūtarō Oku

Ospite dell’edizione 2018 del Ca’ Foscari Short Film Festival, Shūtarō Oku è un artista eclettico in grado di spaziare tra la regia di film di genere, del teatro tradizionale noh e kabuki come del teatro musicale della compagnia Takarazuka Revue in qualità di regista o di ‘stage visual planner’, creatore di scenografie virtuali in 3D.
Abbiamo incontrato Shūtarō Oku a Venezia durante il Ca’ Foscari Short Film Festival.

Abbiamo avuto qui Peter Greenaway che ha sempre cercato di superare i confini tra le varie forme d’arte. Possiamo dire che questa ricerca faccia parte anche del tuo percorso?

Shūtarō Oku: Proprio partecipando a questo festival sono riuscito a capire molto meglio che mi piacerebbe cimentarmi con qualcosa di molto più complesso rispetto a quello che ho fatto finora e quindi è stato per me, oltre che un onore, un’occasione molto formativa conoscere un genio come Greenaway. Mi rendo conto che cercare di percorrere la sua stessa strada significherebbe affrontare numerosissime sfide, fronteggiarmi con difficoltà nuove, ma se riuscissi a superarle in futuro, ciò mi garantirebbe la possibilità di crescere molto come artista. Perciò sarebbe bello se un giorno riuscissi a dire quello che voglio, proprio come ha detto Greenaway in questi giorni. Anch’io proseguo con questa linea di lavoro, ho cercato di annullare le linee di separazione tra un’arte e l’altra e mi piacerebbe continuare in questo senso, diventando sempre più serio e arrivando a un livello come quello di Greenaway.

Oltre alle diverse forme d’arte che pratichi, mi pare di vedere nella tua opera un annullamento di un’altra divisione che qui in Italia ancora predomina, quella tra cultura classica e contemporanea, tra cultura alta e pop, lavorando per il teatro noh e kabuki così come per il Takarazuka. Si tratta di una ricerca consapevole? Sei l’unico artista in Giappone a lavorare in questo senso o ce ne sono altri?

Shūtarō Oku: Anche in Giappone la cultura alta e quella bassa non si mischiano così facilmente, c’è una forte divisione tra le due e sono pochi gli artisti che come me riescono a passare dall’una all’altra con disinvoltura o riescono a occuparsi di entrambe. Il motivo principale per me è anche perché ho degli interessi comuni con alcune persone. Si tratta semplicemente di incontri della vita che mi portano a determinati progetti. La mia connessione con la cultura alta, la letteratura, parte da un livello famigliare perché sono figlio di uno studioso dello scrittore Jun’ichirō Tanizaki, mentre mio zio era un compilatore di enciclopedie buddiste. Sono nato e cresciuto in questo ambiente, circondato dalla tradizione giapponese letteraria.

I tuoi lavori per il noh e il kabuki consistono semplicemente in un’attualizzazione scenografica con le tecnologie 3D, oppure c’è dell’altro? I testi rappresentati sono fedeli all’originale?

Shūtarō Oku: Sì, il mio lavoro per il kabuki e il noh consiste in un’attualizzazione scenografica con le tecnologie 3D, perché lo scopo è quello di garantire il maggior realismo possibile a una scena. Di fatto non cambio i movimenti, né le battute del testo però cerco di introdurre elementi realistici. Per esempio in un dramma noh che si chiama Hagoromo, dove ci sono delle luci che cadono dal cielo, filmando con le telecamere in 3D sono riuscito a creare questo effetto, e passando poi dal 3D agli oggetti di scena ho impresso un effetto realistico alla rappresentazione. Lavoro a servizio di un’arte teatrale che in Giappone è una delle poche a non aver subito grosse innovazioni rispetto al passato, ma in cui comunque non si possono inserire molti cambiamenti tecnologici perché altrimenti la si snaturerebbe. All’interno del noh ci sono degli elementi stereotipati, come scene di lotta, che sono statici ma che se fossero realistici sarebbero molto movimentati. È curioso e interessante per me riportare un po’ di dinamicità anche per il pubblico più giovane che si avvicina a questo teatro. Il noh è una rappresentazione teatrale molto statica rispetto a quello cui siamo abituati oggi e le mie integrazioni servono ad aiutare la comprensione del pubblico che non vi è più abituato. Anche le persone molto colte hanno la necessità di un supporto per comprendere questi testi. Il giapponese medio che va a teatro non capisce, anche perché la lingua è diversa e il gusto stilistico è diverso.

Nel teatro Kabuki gli attori maschi interpretavano anche i ruoli femminili, mentre il Takarazuka ribalta questa situazione. Nel tuo lavoro per entrambi cambia qualcosa?

Shūtarō Oku: Per quello che mi riguarda non c’è un cambio di atteggiamento e di approccio nei confronti degli attori tra il Takarazuka e il kabuki. Per me non è l’attore a essere importante quanto il raccontare una storia. In entrambi i casi si parla spesso di storie d’amore. Quello che cerco di fare, in questi spettacoli, è adeguare e aggiungere alcune caratteristiche che derivano dai manga o dagli anime per cercare di dare dinamismo e nuovi colori. Adeguandomi alle circostanze, cerco di fare in modo che si realizzi uno spettacolo da mostrare al pubblico perché possa goderlo. In entrambi i casi il pubblico è perlopiù femminile dalla mezza età in su, e bisogna tener presente che è abituato ai gusti contemporanei. Si tratta di modelli teatrali che derivano da un’estrazione feudale, da una tradizione molto antica. Anche il kabuki era nato come forma completamente al femminile e poi è diventato completamente maschile, quindi il Takarazuka sta ripercorrendo questa tradizione. Più che essere due forme oppositive sono due facce della stessa cosa. Quello che mi importa non è se l’attore è uomo o donna ma se il ruolo che interpreta è l’uno o l’altro.

Abbiamo visto qui dei frammenti del tuo prossimo film, Nigorie. Ci puoi parlare di questo progetto? In una scena si parla delle genesi di una maschera femminile del teatro noh. C’è poi una sequenza ambientata a Venezia in cui mostri un negozio di maschere veneziane. Sembra di capire che individui un parallelismo tra i due tipi di maschere. In qualche modo vuoi studiare la maschera come una funzione antropologica ancestrale che si esprime in culture così lontane?

Shūtarō Oku: Nigorie è tratto da un romanzo breve del 1895 scritto da Ichiyō Higuchi. È la storia di una cortigiana, della sua vita, i suoi amori, le persone con cui viene a contatto. Il romanzo è scritto in modo tale che siano lasciate numerose lacune nel corso del racconto. Ho cercato di approfittare di questa struttura per riempire queste lacune. La maschera è una di queste, inserita con quello stratagemma poetico, è un elemento di raccordo e permette anche di aprire nuovi discorsi, utilizzarla come elemento per esplorare dei tabù, oppure per entrare in mondi sconosciuti. Nigorie è una storia che parla di prostitute, intese però come nel tema a me più caro, quello dell’outsider, dell’abbandonato dalla società, dell’altro. La prostituta racchiude anche al suo interno l’immagine della madre. È una sorta di donna alternativa perché non è la tipica donna sottomessa giapponese. La cortigiana era l’unica che poteva godere di un minimo di libertà. Mi piaceva esplorare questa forma di relativismo. L’outsider come figura potente. Ero interessato a una donna, da un lato come figura femminile e dall’altro come prostituta. Una forza sovversiva, che esprimeva tutti i soprusi della società, non solo quegli degli uomini verso le donne, ma anche delle donne verso se stesse, che accettavano la loro condizione, e anche la condizione personale dell’autrice stessa. Appena ho saputo che avrei girato parte del film a Venezia, mi è venuta in mente l’associazione tra le maschere del noh e quelle veneziane e questa è stata l’ispirazione per inserire questo elemento all’interno del film. La maschera è uno strumento per indagare l’oscuro, lo sconosciuto, l’altro, il diverso. Inoltre il titolo Nigorie significa letteralmente “acqua torbida” e questo è un riferimento ai canali e corsi d’acqua del Giappone. Le due capitali, la vecchia e la nuova, erano collegate da canali che poi sono stati prosciugati. E Nigorie è un riferimento anche ai legami personali, soprattutto amorosi che si sviluppano. Quindi, riferito a Tokyo e Venezia, costituisce un’altra similitudine. L’idea della maschera nel teatro giapponese deriva anzitutto dal noh, poi è passata al kabuki e anche al Takarazuka, ed è quella in base alla quale l’attore perde definitivamente la sua individualità e diventa il personaggio. Perché nella maschera c’è un’idea di divinità, di vita a sé stante. Interessante è anche notare che la maschera giapponese e quella veneziana sono nate più o meno nello stesso periodo. Però hanno ruoli diversi perché per il Giappone si tratta perlopiù di uno scopo rituale, mentre a Venezia si usava per il carnevale, ed è stata usata per la peste. Aveva uno scopo mondano. Volendo fare un volo pindarico, si potrebbe anche notare che poco dopo che Marco Polo è arrivato in Cina, è nata la maschera in Giappone. È una coincidenza storica interessante.

Puoi parlarmi del tuo adattamento teatrale di Ghost in the Shell? Come ci hai lavorato? Hai avuto la collaborazione o anche solo un parere di Mamoru Oshii?

Shūtarō Oku: Sono un grandissimo fan della serie Ghost in the Shell. Sono diventato amico con persone che ci hanno lavorato in prima persona, tra cui anche Mamoru Oshii. Sono persone che ammiro e stimo profondamente, perciò ho chiesto loro di aiutarmi con lo script e di darmi dei consigli nel momento in cui sono diventato regista della rappresentazione teatrale. Ghost in the Shell deriva da un manga di Masamune Shirow, dopo è stato trasformato in anime di Mamoru Oshii, ma anche in una serie d’animazione. Mi sono affidato all’aiuto dello sceneggiatore di quest’ultima, Junichi Fujisaku, per la direzione artistica del progetto 3D di Ghost in the Shell, mentre Oshii ha supervisionato il lavoro complessivo, non in prima persona ma si è assicurato che corrispondesse all’originale.

Info
Il sito del Ca’ Foscari Short Film Festival.

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