Quanto basta

Quanto basta

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Francesco Falaschi, senza perdersi dietro facili ambizioni (che dieci anni fa per esempio resero indigeribile Si può fare di Giulio Manfredonia), dimostra con Quanto basta come sia possibile dirigere una commedia sulla disabilità – nel caso specifico la sindrome di Asperger – evitando il bozzettismo e la semplificazione.

Ricette sperimentali

Arturo è uno chef talentuoso ma non più di successo, con una forte tendenza alla critica e alla polemica che hanno finito per emarginarlo. I suoi problemi di controllo dell’aggressività lo hanno addirittura fatto finire dentro per rissa e ora deve scontare la pena ai servizi sociali tenendo un corso di cucina in un centro per ragazzi autistici dove lavora Anna. Tra i ragazzi di cui si deve occupare Arturo c’è Guido, un giovane che ha la sindrome di Asperger e una grande passione per la cucina. Arturo tratta Guido senza filtri, senza pietismo e in modo istintivo, alla pari, talvolta sbagliando. Ma di fronte alla “neurodiversità”, che non è inferiorità, del ragazzo, Arturo tende a poco a poco a mutare il proprio comportamento e a ridefinirsi come persona. Quando le circostanze lo obbligano ad accompagnare Guido a un talent culinario – manifestazione che Arturo odia – si crea un rapporto di amicizia e di fratellanza che cambierà la vita di Arturo e i destini di entrambi… [sinossi]

Quanto basta a passare dall’altra parte della linea, superando il confine che separa il lecito dall’illecito, il drammatico dal patetico? Si potrebbe partire da qui per affrontare il quarto lungometraggio da regista di Francesco Falaschi, che arriva in sala a distanza di sette anni dal precedente Questo mondo è per te; può finalmente una commedia italiana affrontare il tema della disabilità scrollandosi di dosso tutto quell’armamentario di falsità, facilonerie e vie di fuga che rappresentano la prassi produttiva del nostro paese? La risposta, ed era difficile prospettarlo alla vigilia della visione, pare essere sì. Si prenda per un confronto diretto Si può fare di Giulio Manfredonia, che dieci anni fa si lanciava nella messa in scena dei “matti” facendo ricorso a tutti i birignao possibili e immaginabili, sulle ali della banalissima tagline “Da vicino nessuno è normale”. Da principio Quanto basta, con l’arrivo dello chef di successo (ma decaduto a causa di un caratteraccio violento che l’ha anche portato a sperimentare le patrie galere) Vinicio Marchioni nella struttura per ragazzi autistici in cui deve prestare servizio civile, sembra correre il rischio di ricalcare quei fasti, utilizzando la sindrome di Asperger come un bozzetto su cui costruire delle gag comiche.
In realtà è ben presto evidente come l’intenzione di Falaschi, anche tra gli sceneggiatori insieme a Federico Sperindei, Filippo Bologna, e a Ugo Chiti, si muova in tutt’altra direzione: non una commedia con il tema dell’Asperger a fare da collante, ma semmai un film in cui uno dei protagonisti, e uno dei più strutturati da un punto di vista narrativo, è affetto dalla sindrome. Può sembrare una differenza capziosa, ma in realtà modifica in maniera pressoché totale l’umore e l’incedere del film.

Nel momento in cui la sceneggiatura inizia a costruirsi e avvilupparsi attorno al personaggio di Guido, aspirante chef dotato di quello che Arturo definisce come “il naso assoluto”, il film di Falaschi sale di livello, svicolando dalle pastoie cui si faceva riferimento in precedenza e muovendosi con leggerezza, in un road-movie bizzarro e allo stesso tempo mai alla ricerca del bizzarro fine a se stesso. Si avverte una sincerità nella nascente amicizia tra Arturo e Guido che è salvifica, e che non ha nulla di artefatto, di semplicistico, di ovvio. Non si vede il meccanismo – pur esistente – alla base del tutto, e si segue un adulto che, grazie a un adolescente Asperger, ritrova il proprio posto nel mondo. Un posto che non è nel microcosmo stellato che va tanto di moda, tra Masterchef e ricette tutte uguali, rivisitazioni infinite di classici che andrebbero benissimo così come sono, ma è insieme a chi non ha voce, è visto come “inferiore”. Ecco, Quanto basta, così come Arturo, non tratta mai i ragazzi diversamente abili che mette in scena, guardandoli con pietistica sufficienza dall’alto verso il basso: anche sequenze rischiose come quella in cui Guido sente di doversi dichiarare alla ragazza di cui si è innamorato – anche se l’ha vista solo un paio di volte e per pochi minuti – interpretata da Benedetta Porcaroli, già vista in Perfetti sconosciuti e Sconnessi, sono in realtà risolte con una certa grazia. Non si ride mai di Guido, grazie anche all’ottimo lavoro di Luigi Fedele (era in Piuma di Roan Johnson), e questo è un punto da non sottostimare.

Certo, non mancano passaggi a vuoto, e tutta la sottotrama che vede Arturo invischiato nell’apertura di un nuovo ristorante di lusso a Milano serve solo a spingere il film verso l’ora e mezza, visto che da un punto di vista strettamente narrativo viene poi risolta in quattro e quattr’otto e senza alcun evento climatico; anche il personaggio interpretato da Mirko Frezza – sempre a suo agio in certe vesti, come aveva ampiamente dimostrato ne Il più grande sogno di Michele Vannucci – appare sprecato, sfibrato da un utilizzo non solo troppo parco, ma anche episodico e privo di una reale motivazione. Ma sono difetti che offuscano solo in maniera parziale una commedia che, al di là di tutto, appare tra le più piacevoli sorprese di questo inizio 2018 italiano.

Info
Il trailer di Quanto basta.
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