Intervista a Liv Ullmann

Intervista a Liv Ullmann

Musa di Ingmar Bergman, indimenticabile la sua presenza, il suo volto, in opere come Persona, Passione, L’immagine allo specchio, Sussurri e grida, Scene da un matrimonio. Liv Ullmann, di origine norvegese, ha lavorato con il Maestro svedese in dieci dei suoi film, ed è stata a sua volta regista di cinque lungometraggi profondamente bergmaniani. Ha lavorato anche con Terence Young, Buñuel, Bolognini e Monicelli. Liv Ullmann è stata la grande ospite dell’edizione 2018 del Bergamo Film Meeting, dove l’abbiamo incontrata.

Nel tuo film Conversazioni private, con la sceneggiatura di Bergman, si raccontano degli aspetti molto personali del grande regista. Come mai avete deciso che a dirigerlo dovessi essere tu e non lui?

Liv Ullmann: Lui non era molto bravo a raccontare se stesso. Poi in quel momento stava lavorando a teatro, era molto preso e mi chiese di farlo. «Tu sei l’unica persona che conosco che crede in Dio e questo deve essere fatto da qualcuno che crede in Dio». Lui lo scrisse. Perché mi ha chiesto di farlo? Ha sempre pensato che io sapessi qualcosa su di lui che non potevo esprimere intellettualmente, ma che sentivo fin dalla prima volta che ci siamo conosciuti. Questa è stata una storia davvero molto personale. Ed è stato uno dei più grandi errori che abbia mai fatto. Quando lui era giovane aveva un’amante che lasciò. Secondo me non era una cosa così terribile, ma il modo in cui lo fece lo faceva sentire molto in colpa e gli dava molto dolore e così era un argomento di cui non parlavamo molto. Mi disse di fare il film a modo mio e scrisse un monologo. Poi disse: «Non puoi cambiare nessuna parola ma io non voglio farlo come un monologo». Così lo piazzai in diversi punti, non come un monologo. Lui sapeva che lo avevo fatto anche se non veniva mai sul set e non vedeva mai il girato. Una volta lo chiamai e gli chiesi: «Riesci a perdonarti per quello che hai fatto? Perché non penso che sia così terribile. Quando pensi a quella donna, non puoi scrivere qualcosa del tipo: mi perdono?». «No! È imperdonabile», rispose. Ma poi mi permise di fare una cosa del genere. C’è l’attore che fa lui da giovane, mentre un altro più vecchio scrive la storia. Il primo interpreta quella scena, di quando si comportò male con quella donna. Nello script di Ingmar il giovane è seduto davanti allo specchio e dice: «Ho fatto questo e quest’altro, come ho fatto?». Un lungo monologo. Invece io ho fatto entrare il vecchio Ingmar, che stava scrivendo la storia, e ho fatto dire al giovane, rivolto al vecchio anziché allo specchio, «Ho fatto questo e quest’altro, come ho fatto?». Poi ho fatto avvicinare il vecchio Ingmar al giovane. Quindi lui si perdonava, ma non ho cambiato le parole. Ne ero molto orgogliosa e quando Ingmar vide il primo montaggio lo approvò. Non gli piaceva il mio finale con il vecchio uomo che va alla finestra, guarda fuori e vede se stesso camminare sulla spiaggia. A Ingmar non andava bene, voleva che lo tagliassi. Quindi tagliai via quella scena per mantenere la calma, poi quando si calmò mi disse che potevo mettere quella scena e così feci. E capii perché fece così, perché due anni dopo realizzò un documentario su se stesso, che diresse lui stesso. Era seduto alla scrivania, come nel mio film, e stava lavorando, poi andava alla finestra e guardando fuori, cosa vedeva? Se stesso che camminava sulla spiaggia. Me l’aveva rubato! Era una mia idea!

Che ricordo hai del grande direttore della fotografia Sven Nykvist, che ha lavorato anche per due dei tuoi film da regista, Kristin Lavransdatter e Conversazioni private, mentre tu sei stata interprete del suo film da regista Il bue?

Liv Ullmann: Era così divertente con gli attori, a volte scherzava, per esempio diceva loro che non aveva visto bene quello che facevano perché stava piangendo tanto. Non litigava mai con Ingmar, erano molto silenziosi quando lavoravano assieme e si capivano a vicenda tremendamente bene. Una volta avevano avuto una discussione su una luce. Ingmar disse: «Voglio quella luce là per lei», e Sven rispose: «No, non usarla, usa la luce che c’è già». Alla fine, in quanto direttore della fotografia, Sven l’ebbe vinta, quella luce non fu messa. Il giorno dopo, mentre guardavamo il girato, il risultato era terribile, troppo buio. Ingmar era arrabbiatissimo, e Sven non disse niente, stava solo seduto. La sera, andando verso quella lampada fece un urlo. Quello era Sven Nykvist. Tutti lo amavano, e aveva anche tante donne.

Puoi raccontarci di come avvenne il tuo primo incontro con Ingmar Bergman?

Liv Ullmann: Recitavo già da qualche tempo, soprattutto a teatro ed ero molto amica di Bibi Andersson. Capitò che andai a trovarla, eravamo insieme a passeggio e incrociammo per strada Bergman, si fermò a parlare con noi. Lui mi conosceva già come attrice teatrale. Ha sempre detto che rimase molto colpito per la mia somiglianza con Bibi. Quindi mi chiese se mi sarebbe piaciuto lavorare con lui. Per me era un idolo assoluto, quindi dissi assolutamente di sì. Poco dopo lui fu ricoverato in ospedale, dove scrisse, durante la degenza, Persona, basato su di me e Bibi. Aveva deciso di strutturare su di noi il film proprio a seguito di quell’incontro che avevamo avuto, colpito dalla nostra somiglianza. Lui amava tantissimo le donne, e al di là dell’aspetto fisico, amava vedere dentro al cuore delle donne. Per cui era curioso di vedere questi due volti, che per lui erano molto simili, ma che, già da come ci conosceva e come poi avrebbe approfondito, avevano una parte interiore estremamente diversa. Ingmar aveva questo desiderio e curiosità assoluti di cercare di tirare fuori le diverse interiorità da due corpi simili. Nel momento del montaggio aveva messo di fianco le nostre immagini, con metà volto dell’una e dell’altra, ed eravamo talmente simili che ci confondevamo. «Ma quand’è che ho fatto quella scena lì», ci chiedevamo. Non riuscivamo noi stesse a riconoscere chi fossimo tra le due. La caratteristica che non avessi battute, che quasi non parlassi in Persona la attribuisco al fatto che io rappresentavo in scena il modo in cui si sentiva Bergman in quel momento. Lui era particolarmente introverso, chiuso in se stesso, teneva tutto dentro di sé. Il mio silenzio in Persona era quello. Nei primi film che ho fatto con Bergman, fino a L’ora del lupo, io incarnavo Bergman, ero il suo alter ego sullo schermo. Poi le cose sono cambiate e in Scene da un matrimonio finalmente ho incarnato me stessa. Quando abbiamo girato Persona sull’isola di Fårö, alla fine delle riprese facemmo una specie di festicciola attorno a un falò, e facemmo una specie di seduta spiritica, facendo disegni sulla sabbia. Veniva sempre fuori «Liv e Ingmar» e Bibi mi diceva: «Non ci badare, è lui che sta manovrando le cose». E io le dissi: «Ma io mi sto un po’ innamorando di lui». Per tutto il tempo in cui siamo stati sull’isola non ha mai fatto un approccio nei miei confronti, un tentativo di avvicinamento. Non mi ha mai toccata. L’ultimo giorno che eravamo lì, stavamo facendo una passeggiata sulla spiaggia, ci siamo seduti su delle pietre e a quel punto lui mi ha detto: «Ho fatto un sogno, ho sognato che io e te siamo legati dolorosamente». E da lì è iniziata la nostra storia.

Qual è l’importanza dell’isola di Fårö per il cinema di Bergman? Perché vi era così legato?

Liv Ullmann: Era il posto ideale per lui sia per fare film, per scrivere, che per vivere. Era un solitario, aveva bisogno di starsene per conto suo, non amava il contatto con gli altri. Era un isolano di carattere. Quando ci ho vissuto, mi sembrava una prigione. Ma forse me ne sono fatta una prigione io perché in quel momento avevo voglia di cose diverse. Avevo voglia di vedere amici, di stare insieme agli altri. Ho capito forse di più una volta che me ne sono andata per via dell’importanza che quel posto aveva per lui perché era proprio il suo mondo, mi trovavo nel suo mondo. Dopo ci sono tornata, in maniera molto più serena.

Hai sempre accarezzato l’idea di curare una regia teatrale da Casa di bambola di Ibsen, opera che hai interpretato a teatro e che vai a vedere, nel ruolo di Marianne, nel film Scene da un matrimonio. Perché questo progetto non è mai andato in porto?

Liv Ullmann: La prima volta doveva essere fatto con Cate Blanchett, la seconda con Kate Winslet e la terza con Anne Hathaway, però per una serie di motivi è sempre naufragato il progetto, una volta perché non c’erano fondi a sufficienza, una volta perché qualcuno voleva fare dei cambiamenti, una volta perché hanno bloccato la produzione. Questa però è stata in realtà l’occasione che mi ha portato a fare Un tram che si chiama desiderio, sempre con Cate Blanchett. Era quello che dovevamo fare e non Casa di bambola, perché è stato davvero emozionante, lei è entrata talmente bene nel personaggio. Io di base mi sono sempre più considerata un’attrice teatrale che non cinematografica e mi trovo a mio agio nella regia teatrale. Non farò più infatti regie cinematografiche. Amo molto portare a teatro i testi di Bergman perché lui ha sempre desiderato questa consacrazione come autore, anche se in vita è stato molto più valutato come regista. Anch’io mi sono resa conto che scriveva delle cose assolutamente incredibili, sia nei contenuti che nella qualità della scrittura. Ora sto portando in tournée la versione teatrale di Conversazioni private che sarà in scena anche in Italia, a Napoli.

Info
Il sito del Bergamo Film Meeting.

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