Interruption

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Interruption arriva in sala con Tycoon a distanza di quasi tre anni dalla sua presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia. Per il suo esordio il greco Yorgos Zois guarda a Eschilo e all’Orestea per tentare una riflessione sul coro, sul pubblico attivo/passivo, sul concetto di messa in scena.

Lo spettacolo che non si interrompe

In un teatro di Atene è in scena una rappresentazione contemporanea de l’Orestea, ma una sera durante lo spettacolo accade qualcosa di strano: un’interruzione, dopo la quale sale sul palco il coro della tragedia che chiama a sé alcuni spettatori per prendere il posto dei personaggi… [sinossi]

L’Orestea è l’unica trilogia del teatro greco classico giunta fino a noi: nel suo svolgimento Eschilo racconta la fondazione della polis, della città, sul criterio di giustizia e sul superamento dell’arcaica visione della vendetta. L’Orestea è celebrazione della nascita della democrazia ateniese e ne è una delle sue testimonianze dirette. Il coro, vero protagonista di Interruption di Yorgos Zois, nella tragedia greca ha una funzione connettiva tra scena e spettatori: dialogando con gli attori, che interpretano le gesta dei principali protagonisti dell’epica, il coro commenta l’azione e guida chi guarda nella comprensione di ciò che accade. Col passare degli anni il coro subisce un deciso ridimensionamento, tanto che Artistotele “rimprovera” per questo Euripide, ma nell’ultima parte dell’Orestea, Le Eumenidi, il coro è addirittura posto al centro e si trasforma: il coro delle Erinni, divinità della vendetta, diviene alla fine coro delle Eumenidi, divinità della giustizia. Senza qualche riminiscenza sul valore politico della tragedia e delle sue strutture non è facile comprendere l’ambiziosa operazione messa in atto dal regista greco in Interruption, un film che pone continui enigmi allo spettatore portandolo metaforicamente in scena così come accade a una sparuta pattuglia di astanti durante la rappresentazione teatrale.

Presentato nel 2015 nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia, l’esordio nel lungometraggio di Zois trae, a detta del regista, ispirazione inoltre dalla vicenda del 2002 del teatro Dubrovka a Mosca, dove oltre 800 persone furono prese in ostaggio da una quarantina di terroristi: come riportarono anche i media, alcuni spettatori inizialmente non capirono quel che stava accadendo e pensarono che l’interruzione/irruzione facesse parte dello spettacolo. Zois riflette quindi sulla difficoltà di leggere la realtà in un contesto in cui non esistono più elementi di mediazione o “pedagogici” (la paidéia, di cui si fa anche carico il coro nel rapporto con il cittadino) e ciò che viene visto è sempre considerato un oggetto indicale. Nel suo densissimo Interruption vediamo così il coro arrivare dalla platea, prendere in ostaggio innanzitutto gli attori – che stavano recitando in un cubo di vetro, elemento così penetrabile dallo sguardo da esser destinato all’insignificanza – e chiamare alcuni spettatori dal pubblico per proseguire la narrazione. Il coro cerca di guidare persone comuni chiedendo loro se Oreste deve uccidere la madre che ha assassinato il padre e cercando di intervenire quindi sullo svolgimento stesso della tragedia. La parte restante degli spettatori resta sempre passiva, distante (fino a esser messa in galleria) e quando viene interpellata reagisce come di fronte a un televoto, per alzata di mano, deprivata di discussione e dialettica. In questo meccanismo sull’impossibilità del coro nella contemporaneità, sull’assenza di dialogo e di comunità, il regista si interroga su cosa significa vedere, sull’ambiguità inevitabile dei segni che si ritengono invece come immediatamente comprensibili. La volontà di disintermediare invocata da tanti partiti nel mondo occidentale tra cui Alba Dorata in Grecia (e ultima conseguenza di un progressivo svuotamento del simbolico quanto di una manipolazione del potere volta all’illusione della contiguità tra segno e interprete), comporta in realtà un’opacità del segno, una chiusura nel pregiudizio individuale e una netta divisione tra spettatori e “attori”, in cui i primi sono condannati più che mai ad assistere acriticamente alla messa in scena, convinti di capire o poter decidere qualcosa, laddove la loro decisione è in verità sempre priva di efficacia e la loro comprensione molto incerta. Incapaci di stabilire una piattaforma del discorso comune, un codice condiviso da cui partire per una discussione, gli spettatori chiamati in causa direttamente sul palco non possono che squadernare le loro singolarità come uniche posizioni, mentre quelli che rimarranno nella galleria non potranno che essere massa indistinta votata al plebiscito. In mezzo c’è il tentativo del coro, fallito in partenza, di porsi come regista di un’autocoscienza impraticabile, come tessitore tra piani distanti come non mai, ossia ciò che accade e chi guarda beato nel mero vedere perché ogni cosa è una possibilità nella linearità senza conflitti dello spettacolo. La funzione connettiva è oggi assente perché, nell’aver disintermediato tutto, nell’aver abdicato all’educazione, la dicotomia tra fenomeno e visione è più brutale che mai e la democrazia è un conteggio. Solo interrompendo la visione e abbandonando la platea per entrare nell’azione, qualche spettatore potrà – forse – chiedersi qualcosa su un oggetto che altrimenti non avrebbe minimamente messo in discussione perché la manifestazione di un atto è, in una società senza educatori, accettata come indiscussa e al massimo oggetto di un parere, di un’opinione, che è il contrario filosofico della verità. Ma non tutti entrano nella scena e la maggioranza degli spettatori resta massa, gente, “people” più che popolo. La catarsi, elemento invocato sul finale, è ugualmente impossibile, dunque l’arte stessa è debole e inefficace dal punto di vista emotivo e perciò politico.

Interruption è come il coro che racconta e non può certo porsi fuori del paradosso. Questo lo rende interessante ma pure compiaciuto del proprio acume, della propria rielaborazione intellettuale, cosa che ovviamente si ripercuote sulle algide scelte stilistiche e sulla precisa volontà di riportare alla ribalta la dimensione del simbolico in forme fin troppo esibite. Destinato ineluttabilmente a un pubblico preparato, magari anch’esso compiaciuto nell’opera di decrittazione del testo, l’ispirazione di Interruption è anche il suo limite. Il film vive di un’aporia: se il linguaggio è sempre affermativo anche quando nega, Interruption si pone al suo interno (e non può che farlo) con scelte antiempatiche, colte e per nulla popolari, destinate a un’esegesi fondata sul sapere individuale dello spettatore. Un esito che pare assai avulso dal bisogno di ricostruire una comunità di persone. Come il finale suggerisce, forse possiamo ritrovare un alfabeto condiviso solo ripercorrendo assieme e da capo gli elementi dell’azione, ricostruendone il senso originario e la funzione primaria. Ma per farlo dobbiamo lasciare la scena – e magari questo tipo di teatro e di cinema – o formare un nuovo coro, una nuova pedagogia. Cosa che, in epoca di social e politica-reality (quella in cui dietro a ogni personalità mediatica si può nascondere un potenziale ministro) pare un’impresa degna di una divinità almeno quanto la trasformazione delle Erinni.

Info
Il trailer di Interruption.
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