Icaros – A Vision

Icaros – A Vision

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Un film dal sapore sciamanico e dal ritmo antico, Icaros – A Vision di Leonor Caraballo, argentina, e Matteo Norzi, italo-uruguaiano, che attraverso il dispositivo della malattia riflette in realtà, in maniera talvolta confusa ma sempre stimolante, sulla natura dell’immagine e del cinema come morte al lavoro.

La malattia come respiro sotterraneo del mondo

Alla ricerca di un miracolo, Angelina arriva in un centro di cura nella selva amazonica peruviana, dove sciamani somministrano ayahuasca a un gruppo di psiconauti stranieri alla scoperta di trascendenza, empatia e i segreti dell’esistenza. Trasformata per sempre dalle esperienze con la leggendaria pianta psichedelica, Angelina forgia un legame con Arturo, giovane sciamano indigeno che sta perdendo la vista. Nei loro viaggi allucinogeni, insieme raggiungono un diverso senso del loro destino. Angelina impara ad accettare le sue paure, mentre Arturo si rende conto che sarà in grado di vedere nell’oscurità intonando i mitici canti curativi, gli icaros… [sinossi]

Angelina ha un tumore e sta cercando un miracolo. Il tentativo di guarire l’ha portata in Amazzonia, alle soglie di un ricovero che potrà, forse, consentirle di risolvere il suo problema grazie all’ayahuasca, intruglio dai connotati psichedelici e allucinatori. Muove da quest’assunto esoterico e di enorme, disperata suggestione Icaros – A Vision, arrivato in sala grazie a Lab80 e presentato al Tribeca Film Festival, che fin dal sottotitolo suggerisce l’unilateralità e l’importanza di una visione che garantisca la vita di un’immagine ben oltre il suo nefasto destino, che dia peso e vigore anche a un corpo malato e probabilmente già spacciato.

È un film che azzera il rumore del mondo per trasformarlo in respiro antico e arcaico, quello della coppia Caraballo – Norzi, che si fa traghettatore di una speranza soltanto nel momento in cui accetta di perdersi nella natura, nei suoi echi lontani e nei suoi cicalecci profondi e ancestrali. Più che vederlo, Icaros – A Vision, in maniera quasi antitetica rispetto al titolo, lo si ascolta, nella maniera più vivida e corporea possibile. Con una sensorialità che trasforma le immagini della foresta amazzonica in polmoni che emettono un rantolo preciso, per quanto spesso straniante e catatonico, col quale è lecito e legittimo sintonizzarsi ed entrare in connessione.
Azzerando il battito del mondo per sondarlo in profondità e in maniera rabdomantica, in senso perfino etimologico (scavare sotto la superficie delle cose con un setaccio, alla ricerca di tesori e aperture più o meno preziosi e rivelatori), il film crea un impasto immaginifico e sonoro che poggia inevitabilmente anche sulla soavità, sul fascino della monotonia e su svariati elementi naturalistici. Un tutt’uno che nel finale non può che risuonare come una vera e propria chiamata alle armi, una presa di coscienza, un martellamento sintetico e attutito, che riscopre il proprio alito di vita nello scemare più che nell’affiorare, con un’idea di vertigine che scorre quasi sempre e quasi tutta sottotraccia. Certificando il cinema, ancora una volta, come morte al lavoro.

Quest’ultimo aspetto è forse un limite per tutta l’operazione ma anche il suo nervo più scoperto e vitale, perché anche nel legame con cui Angelina si congiunge ad Arturo, apprendista sciamano affetto a sua volta da un malanno degenerativo che si accinge a privarlo dalla vista entro poco tempo, c’è una componente psichedelica che tuttavia non è mai urlata ma sempre sfibrante, enigmatica nella misura in cui lavora sulla reticenza.
In maniera interlocutoria, forse, ma con una fusione di finzione e documentario che è magari irrisolta ma piena di deformazioni anche feroci: la sensazione, a tutti gli effetti, è quella di trovarsi di fronte a un’incatalogabile creatura mitologica, da osservare quasi sotto ipnosi, come un inconscio radioattivo e interattivo. Puntualmente paradossale e innegabilmente poetico, balbettante come il Leonardo interpretato da Filippo Timi, ma grondante di una spiritualità in cui l’automatismo del trip è tutt’altro che abbandonato a se stesso.

Un vero e proprio oggetto-Frankenstein, ispirato al percorso personale della regista argentina (affetta da un cancro al seno all’inizio delle riprese e purtroppo deceduta a gennaio del 2015, senza riuscire a vedere il film finito). Da scomporre e ricomporre nelle singole parti, alla ricerca di un senso che attinga dalla realtà ma trascenda anche nella magia, alla ricerca di orizzonti salvifici che non impongano una soluzione univoca ma continuino a sgomitare nelle zone d’ombra tra vero e falso, tra dato e artificio, tra linearità e molteplicità, tra ontologia del cinema e ricorso ad effetti speciali dal sapore strano e obliquo. Tra vita e morte, in fondo e non così banalmente.

Info
Il trailer di Icaros – A Vision.
La scheda di Icaros – A Vision sul sito della distribuzione Lab 80 Film.
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