Ghost Stories

Ghost Stories

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Nato da una fortunata piéce teatrale, Ghost Stories recupera le suggestioni e l’impatto ludico dell’horror a episodi, risultando tuttavia interessante soprattutto se visto nella sua globalità.

Storie di fantasmi britannici

Phillip Goodman, docente di psicologia dedito allo smascheramento di presunti medium, viene contattato da un investigatore del paranormale che fu attivo negli anni ’70, da lui considerato il suo maestro. L’uomo, vecchio e malato, sottopone all’attenzione di Phillip tre casi a cui non è riuscito a trovare una spiegazione, che hanno minato la sua fiducia nella scienza e nella razionalità… [sinossi]

Proprio mentre in sala è presente (tuttora) un horror come A Quiet Place, che rilegge i meccanismi della paura attraverso un’ottica capace di ridosarli e rimescolarli, utilizzandone in modo innovativo uno degli elementi più abusati (quello del suono), un film come Ghost Stories potrebbe apparire, per certi versi, quasi come un’opera conservatrice, se non esplicitamente restauratrice. Per tutto il film di Andy Nyman e Jeremy Dyson, ispirato alla loro omonima e fortunata piéce teatrale, si avverte infatti una consapevole tendenza al recupero della classicità, un gusto per la paura come divertissement, la preferenza per l’effetto di senso immediato, per la contrazione estrema delle storie (e, entrando più a fondo in esse, delle singole sequenze) a scapito della costruzione di una narrazione articolata. Siamo nell’ambito di un sottogenere, quello del film a episodi, che vide la sua esplosione qualche decennio fa (vengono in mente classici come Le cinque chiavi del terrore, ma anche il più grandguignolesco e libero Delirious – tra i tanti diretti da Freddie Francis – oltre a un gioiellino televisivo come Trilogia del terrore di Dan Curtis) ma che continua a tutt’oggi a rappresentare l’essenza più pura di un certo modo, istintivo e poco poggiato sugli artifici narrativi, di intendere la paura sullo schermo.

La derivazione teatrale del film di Nyman e Dyson riporta in qualche modo al cinema un concept che proprio dal grande schermo era nato, dalla passione dei due autori per gli horror antologici degli anni ‘60 e ‘70 e dalla loro proposizione di adattarne le logiche (trucchi e interlocuzioni con lo spettatore compresi) alle esigenze del palcoscenico. E proprio il dialogo con lo spettatore, seppur in forma mediata, autoironica e non esplicita, non manca neanche in questa versione cinematografica di Ghost Stories, in una vicenda che mantiene in sé un importante carattere illusionistico (coerentemente col background di Nyman, qui anche protagonista); una vicenda che interroga, nelle tre sotto-storie come nel loro contenitore, le modalità percettive di chi guarda, la veridicità o meno di ciò che i sensi restituiscono, il rapporto con una realtà che è in parte risposta sensoriale immediata, in parte elaborazione (in)consapevole della mente. Scetticismo e credulità estremi (non solo nell’ambito del paranormale) sembrano trattati dai due autori con un analogo sorriso beffardo, come segni di tronfia ed effimera fiducia nei propri, esclusivi, strumenti percettivi. Una riflessione interessante e ironica sull’atto stesso del vedere, quindi (e sulla sua interazione con la memoria) che il film inserisce soprattutto nell’episodio-contenitore, qui ben integrato con le tre storie.

La differenza principale tra questo Ghost Stories e molte opere analoghe, in effetti, sta proprio nella maggior integrazione della storia atta a fare da filo conduttore (quella che vede protagonista lo scettico psicologo interpretato da Nyman) con le tre vicende narrate: in un’impostazione che, pur mantenendo la filosofia del brivido immediato, del raccontino autosufficiente, dell’orrore che non ha bisogno (se non per lo stretto necessario) di una cornice giustificativa e razionale per la sua azione, ricerca una maggiore armonia, tanto di atmosfere quanto di progressione del racconto, tra le singole storie. In quest’ottica, ha forse poco senso obiettare sulla sostanziale prevedibilità degli effetti-shock disseminati con generosità nei tre episodi (prevedibilità che comunque non ne inficia la godibilità), sul loro puntare su un armamentario orrorifico ben noto (se non abusato), su un’esilità interna per cui le tre storie avrebbero, in fondo, ben poca ragion d’essere se prese singolarmente. Nonostante la sua ricerca dell’immediatezza, il film di Nyman e Dyson risulta più interessante se preso nel suo complesso, come un contenitore di brividi e suggestioni che, se guardato olisticamente, riesce ad andare oltre il mero salto sulla sedia. In questo senso, è proprio la vicenda del protagonista/narratore a regalarci le suggestioni più interessanti, con sviluppi tematici e visivi che, per quanto non propriamente innovativi, colpiscono nel segno e invogliano a una seconda visione.

Proprio per questi motivi, nel suo approccio classico, apparentemente fuori tempo massimo, alla paura cinematografica, nella sua apparente ingenuità, nella sfacciataggine con cui colpisce lo spettatore con i suoi brividi di piccolo cabotaggio, Ghost Stories funziona e intrattiene con stile, stimolando anche qualche elemento di riflessione oltre il genere (pur nelle limitazioni, e nelle regole, di un prodotto che al genere stesso appartiene) oltre a favorire la produzione di adrenalina. Il ritorno delle sue suggestioni sul grande schermo (perché, in fondo, di un ritorno si è trattato) si può considerare, in questo senso, complessivamente positivo.

Info
Il trailer di Ghost Stories.
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