Untitled – Un viaggio senza fine

Untitled – Un viaggio senza fine

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Untitled. È senza titolo, almeno all’apparenza, il film postumo di Michael Glawogger, portato a termine dalla collaboratrice di sempre, la montatrice Monika Willi. Un viaggio lirico e “reale” nel mondo, vissuto con una libertà sempre più rara da rintracciare nel panorama cinematografico mondiale.

Dov’è la libertà?

Untitled ci accompagna attraverso un viaggio tra Europa e Africa che ha l’imprevedibile e la curiosità come uniche regole. Un inno alla libertà e una ri-scoperta del mondo che si muove tra volti, colori, spiagge, palazzi e case nella foresta, danze e lotte. A raccontarlo per la versione italiana una voce narrante d’eccezione: la cantante Nada… [sinossi]

Untitled, senza titolo. Senza titolo, ma anche senza schema. Senza schema, ma anche senza limite. Senza fine, qualsiasi senso si voglia attribuire a questa parola. Fine. È la conclusione della vita di Michael Glawogger, questo viaggio a perdifiato nel mondo, ma non ha fine reale. Tutto è fittizio, a partire da quell’incipit che svela quale trucco si debba utilizzare per far volare gli stormi, e riprenderne la danza alata, quel volo ondulatorio, ammaliante, quasi sciamanico nel suo svolgersi. La morte, solo questo dettaglio poteva interrompere il flusso di Untitled, il film che Glawogger voleva fosse il più libero, il meno strutturato, il meno “ordinato” dei suoi studi sull’umano, sulla natura – non solo umana – e sulla gloriosa barbarie del mondo. E la morte è arrivata, solo quattro mesi dopo l’inizio delle riprese, in Liberia. Una febbre malarica particolarmente aggressiva, e Glawogger è morto, a soli cinquantatré anni compiuti da pochi mesi. Lì a Monrovia, nella penisola di Capo Mesurado, tra l’Oceano Atlantico e il fiume Mesurado, è finito il viaggio che sarebbe dovuto durare un anno. Un giro del mondo che ha fatto appena in tempo ad abbandonare l’Europa per raggiungere l’Africa. Sarebbe potuto rimanere questo arto reciso di netto, l’incompiuto e informe, a dare un senso da caos primordiale all’avventura autoriale del documentarista austriaco. Sì, poteva essere una soluzione. Un calderone di immagini, suoni, istanti di vita reale o ricostruita, zampillo idealmente privo di fine, a combattere una materiale fine corporea. Invece Monika Willi, la sodale di sempre, montatrice che era già al lavoro sul primo materiale grezzo speditole dalla troupe al lavoro, ha deciso di onorare la memoria del caduto regalandogli una struttura, una circolarità rassicurante, una conclusione.

Ha la duplice funzione di lavoro e di omaggio a un lavoratore del cinema, Untitled, ed è forse il suo punto di forza che irrompe sulla scena con maggior veemenza. Glawogger è il trait d’union, il punto d’incontro di un universo di perlustrazioni visive e visionarie, dall’Albania al deserto, dai bambini che lavorano nelle discariche a cielo aperto agli stormi che si alzano in volo. Sempre con la tensione ad andare oltre, più in là della linea dell’orizzonte, più in là di un limite che è posto, ma che il regista decide sempre di ignorare. Monika Willi fa sì che sia Glawogger, con il suo diario e la sua propensione poetica, a cucire insieme brandelli che forse erano stati pensati come corpi a sé stanti. O forse no.
L’aggettivo libero è fin troppo facile e risulterà sicuramente abusato, ma è anche quello che con maggiore precisione riesce a cogliere l’intimità profonda di questo oggetto che per molti potrebbe assumere le fattezze di un ufo, tanto è al di fuori del concetto abituale di documentario, sia di reportage che di creazione. Si muove in un limbo indistinto, Glawogger, e l’episodico smembrarsi delle parti, quel cucire insieme distanze di migliaia di chilometri in un taglio di montaggio, quei campi controcampo impossibili, impensabili, mai esistiti nella “verità”, non fa altro che acuire il senso di fascinazione di cui è inevitabile vittima lo spettatore.

Poco importa, davvero, che la voce recitante di Nada (in originale si può ascoltare quella di Birgit Minichmayr, che i più attenti ricorderanno almeno in Hotel di Jessica Hausner, Fallen di Barbara Albert, Alle anderen di Maren Ade e Il nastro bianco di Michael Haneke) si muova sulle frequenze della retorica, e poco importa anche che l’immagine si perda a tratti dentro l’innamoramento di sé, in un atto di onanismo che potrebbe apparire fuori luogo. Sono gli inevitabili intoppi di un percorso senza tappe preordinate, senza obblighi, senza una necessità narrativa che non sia quella di mostrare il mondo così come appare in quel momento, in quella data ora, in quell’inclinazione del sole. Un atto a suo modo politico, senza dubbio poetico, di un’espressività lacerata e rara.
Ci si può perdere, nel nitore delle inquadrature studiate da Glawogger insieme al suo direttore della fotografia Attila Boa, ma non bisognerebbe mai dimenticare che dietro anche la più ricamata delle immagini pulsa l’umano, il suo esistere, il suo muoversi nel fango per emergere alla luce. Anche quando quella nuce gli viene negata. Vagando per riconoscersi umano, Glawogger ha perso la vita. Ma non lo sguardo. E quello, prima che il tempo lo macerasse, l’ha recuperato Monika Willi, restituendolo a un rapporto diretto con il pubblico, in una dialettica che non ha mai fine. E non ha titolo. Ma resiste, e s’alza in volo un’altra volta, oltre il limite.

Info
Il trailer di Untitled.
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