Il tuttofare

Il tuttofare

di

Ne Il tuttofare, esordio al lungometraggio di Valerio Attanasio, lo sguardo è apprezzabilmente caustico, figlio delle stagioni migliori della nostra commedia: ma l’esilità della trama, insieme ad alcune cadute di tono, finiscono per annacquarne i risultati.

Cinico (post)moderno

Antonio Bonocore, giovane praticante in legge, sogna un contratto nel prestigioso studio del suo datore di lavoro, il noto giurista Salvatore Bellastella. Nella speranza di raggiungere il suo scopo, il ragazzo si fa in quattro per Bellastella, facendogli da assistente, portaborse, autista e cuoco personale. I problemi iniziano quando, come ulteriore segno di “fedeltà”, l’insigne avvocato chiede al giovane di fare un matrimonio di facciata con Isabel, sua amante argentina che vuole ottenere la cittadinanza italiana… [sinossi]

Nell’ottica di uno svecchiamento dell’attuale, consolatoria politica della commedia italiana, che punta a diventare anche recupero delle radici e sguardo verso il cinema dei maestri, un film come Il tuttofare vorrebbe trovare uno spazio capace di aprire, appunto, vie nuove. Che il regista Valerio Attanasio, che qui esordisce dietro la macchina da presa, sia stato sceneggiatore per un film come Smetto quando voglio di Sidney Sibilia, è in fondo abbastanza evidente: lo sguardo caustico su una realtà sociale complessa e disfunzionale, reso in forma di commedia, l’afflato dichiaratamente e scopertamente generazionale, il bozzetto sociale sopra le righe, derivano direttamente da quello stesso approccio, oltreché dalla medesima impostazione ideale. In fondo, un film come quello di Attanasio, proseguendo nel solco lasciato dalla fortunata serie di Sibilia, vuole guardare contemporaneamente al passato e al futuro (cercando di mettere in scena, se ci si passa la pedanteria, il presente): la caricaturizzazione dell’avvocato interpretato, con taglio istrionico, da Sergio Castellitto, vuole essere figlia delle maschere di Tognazzi, De Sica e Sordi, mentre l’approccio cinico alla realtà socio-economica italiana si rifà direttamente a quella stessa stagione del nostro cinema; ma il ritmo e la messa in scena sono tutti proiettati verso il pubblico italiano del 2018. Quello che vuole anche un po’ di novità, ma senza essere destabilizzato.

Dirigendo (e prima ancora scrivendo) un film come Il tuttofare, Attanasio non ha dovuto porsi il problema (quello che invece è stato di registi come Matteo Rovere e Gabriele Mainetti) di come riscoprire e far tornare vivo un genere, cercando la sua trattazione più adeguata a beneficio di un pubblico disabituato: la commedia, almeno sulla carta, resta una conditio sine qua non per il cinema italiano, una sorta di meta-genere irrinunciabile, pur nelle enormi modifiche (diremmo persino negli snaturamenti) che ha subito nel corso degli ultimi decenni. In questo senso, l’operazione tentata è semmai quella di inserire nei confini di un filone ormai asfittico, fine a se stesso, slegato proprio da quella realtà che, nei suoi anni migliori, si proponeva di portare sullo schermo, elementi che facciano riappropriare il pubblico di una dimensione realistica, divertita ma non consolatoria, caustica ma capace anche di accarezzare (magari dopo avergli dato un ceffone) i sensi e l’intelletto di chi guarda. In quest’ottica, questo Il tuttofare blandisce i suoi spettatori con un taglio, inizialmente, addirittura fumettistico, con una narrazione in flashback vagamente pulp, con un simpatico uso della voice over che a tratti (in modo invero un po’ – troppo – occasionale) diventa interlocuzione diretta con lo spettatore. I primi minuti del film di Attanasio, la sua corsa parallela a quelle dello spaesato protagonista (l’efficace Guglielmo Poggi), la confezione generalmente curata, sono in fondo di buon auspicio anche per gli spettatori più scettici.

Nel suo ritmo che resta sostenuto, e che vive principalmente (se non esclusivamente) dell’interazione e dell’affiatamento tra i suoi due protagonisti, il film di Attanasio scivola su qualche momento di facile retorica generazionale, non manca di semplificare un po’ troppo una realtà complessa e multiforme come quella del precariato giovanile, evitando (volutamente) di scollarsi da un bozzetto sopra le righe che presto mostra, con tutte le sue dichiarate buone intenzioni, il fiato corto. L’accumulo di disavventure a cui va incontro il giovane (e fin troppo sprovveduto) protagonista, contrapposto alla cialtrona dabbenaggine della sua controparte adulta, finisce per risultare talmente programmatico e reiterato da venire presto a noia; ciò accade specie per il susseguirsi di gag che, mancando di varietà e modulazione, nuocciono alla “credibilità” del tutto (nell’accezione in cui il termine può essere usato, per un contesto sopra le righe come quello del film). Uno degli ultimi (supposti) twist narrativi, culmine di un subplot atto ancora una volta a mettere in mostra il camaleontismo di Castellitto (e del suo personaggio) si rivela in realtà quanto di più prevedibile e risaputo; più in generale, l’articolazione narrativa della commedia, e la sua vaghissima e accennata componente “noir”, risultano complessivamente la parte più debole del film.

Resta apprezzabile, di questo Il tuttofare, l’approccio poco consolatorio, così come il tentativo di slegarsi, una volta per tutte, dagli ambienti borghesi che hanno rappresentato il territorio di elezione del genere nell’ultimo (almeno) ventennio: ambienti che lasciano qui il posto a un “conflitto di classe” postmoderno, a una polarizzazione sociale prima che generazionale (anche l’immigrazione, e le problematiche che porta con sé, fanno parte del quadro) che tuttavia necessitavano maggior sostanza e approfondimento. L’esilità del racconto carica il peso del film esclusivamente (o quasi) sui due protagonisti: e alla fine anche la morale apprezzabilmente cinica e caustica finisce per risultarne, in parte, annacquata.

Info
Il trailer di Il tuttofare.
  • il-tuttofare-2018-Valerio-Attanasio-002.jpg
  • il-tuttofare-2018-Valerio-Attanasio-003.jpg
  • il-tuttofare-2018-Valerio-Attanasio-004.jpg
  • il-tuttofare-2018-Valerio-Attanasio-008.jpg
  • il-tuttofare-2018-Valerio-Attanasio-012.jpg
  • il-tuttofare-2018-Valerio-Attanasio-014.jpg
  • il-tuttofare-2018-Valerio-Attanasio-017.jpg
  • il-tuttofare-2018-Valerio-Attanasio-020.jpg
  • il-tuttofare-2018-Valerio-Attanasio-022.jpg
  • il-tuttofare-2018-Valerio-Attanasio-024.jpg
  • il-tuttofare-2018-Valerio-Attanasio-025.jpg
  • il-tuttofare-2018-Valerio-Attanasio-027.jpg
  • il-tuttofare-2018-Valerio-Attanasio-034.jpg
  • il-tuttofare-2018-Valerio-Attanasio-035.jpg
  • il-tuttofare-2018-Valerio-Attanasio-037.jpg
  • il-tuttofare-2018-Valerio-Attanasio-042.jpg
  • il-tuttofare-2018-Valerio-Attanasio-043.jpg
  • il-tuttofare-2018-Valerio-Attanasio-045.jpg

Articoli correlati

  • Archivio

    Io c'è RecensioneIo c’è

    di Dopo i toni stralunati e minimali di Orecchie Alessandro Aronadio si trova a dover maneggiare con Io c'è una commedia mainstream, con un cast di prim'ordine e una produzione esigente; il risultato è un Frankenstein scombinato, che si agita tra atteggiamenti iconoclastici e scelte fin troppo banali e prevedibili.
  • In sala

    Contromano RecensioneContromano

    di Commedia malinconica firmata e interpretata da Antonio Albanese, Contromano sfoggia una brillante idea di partenza, ma la declina con scarso acume.
  • In sala

    Metti la nonna in freezer RecensioneMetti la nonna in freezer

    di , Se si riesce a superare l'impatto con la prima mezz'ora a dir poco claudicante e dalla scarsa brillantezza, Metti la nonna in freezer di Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi si dimostra una commedia non priva di ritmo e di soluzioni intelligenti, condotta in porto dall'inedita coppia Leone/De Luigi.
  • In sala

    Come un gatto in tangenziale RecensioneCome un gatto in tangenziale

    di Ottimamente interpretato da Antonio Albanese e Paola Cortellesi, Come un gatto in tangenziale mette in piedi una vicenda semplice e banale, ma lo fa in modo convincente e senza perdere quasi mai il ritmo comico.
  • In Sala

    Smetto quando voglio Ad honorem RecensioneSmetto quando voglio – Ad honorem

    di La trilogia diretta da Sydney Sibilia si chiude con Smetto quando voglio - Ad honorem: la scalcinata banda di ricercatori universitari capitanata da Edoardo Leo dovrà trovare il modo di evadere da Rebibbia per impedire una strage ordita da colui che ha sintetizzato il Sopox: Walter Mercurio.
  • Archivio

    Moglie e marito RecensioneMoglie e marito

    di Pur partendo da un canovaccio esile e molto frequentato dal cinema come lo scambio di corpi, Moglie e marito inanella una buona serie di gag, ponendosi al di sopra della media nazionale delle commedie.
  • Archivio

    Smetto quando voglio - Masterclass RecensioneSmetto quando voglio – Masterclass

    di Torna la banda dei ricercatori in Smetto quando voglio - Masterclass, e stavolta lavora per la polizia... Una commedia ben scritta e diretta con professionalità da Sydney Sibilia, per un prodotto che cerca di trovare nuove soluzioni alla produzione nazionale.
  • Archivio

    Smetto quando voglio RecensioneSmetto quando voglio

    di L'esordio alla regia di Sydney Sibilia è una divertente commedia sul precariato il cui spunto iniziale - ripreso dalla serie TV Breaking Bad - regge grazie a una scrittura inventiva e a un buon cast di attori.
  • In sala

    Bentornato Presidente RecensioneBentornato Presidente

    di , A sei anni dal film diretto da Riccardo Milani, torna Bisio nei panni dell'uomo qualunque che entra nelle stanze del potere: Bentornato Presidente è un sequel che guadagna dal cambio di regia e che, grazie a un po' di satira politica, riesce a dirci qualcosa sul nostro schizofrenico presente.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento