Gli indesiderati d’Europa

Gli indesiderati d’Europa

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Mettendo in scena la fuga in montagna di Walter Benjamin dalla Francia occupata dai nazisti, Fabrizio Ferraro in Gli indesiderati d’Europa allude all’eterno ritorno della figura del migrante, ieri come oggi.

Il nemico attuale è sempre ancora eguale

Catalogna. Pirenei Sud-orientali. Lungo la Route Lister, nel febbraio del 1939 avanzano lentamente i profughi della Guerra civile spagnola. L’anno successivo un altro gruppo di indesiderati attraversa il medesimo sentiero ma in direzione opposta. È la popolazione degli antifascisti europei, stranieri ed ebrei in fuga dalla Francia occupata e collaborazionista. Walter Benjamin è uno di questi… [sinossi]

In Gli indesiderati d’Europa, Fabrizio Ferraro sembra aver trovato quella misura, quell’equilibrio tra ambizioni autoriali e organicità del discorso, che in altre occasioni gli era forse mancato (facciamo riferimento, in particolare, a Quando dal cielo…). Il suo cinema ostinato e appartato, austero e rigoroso, trova felice espressione in questa messa in scena degli indesiderati d’Europa tra la fine della guerra civile spagnola e l’incubo del nazismo, spinti a seguire sentieri e mulattiere tra le montagne in modo simile a quanto sono costretti a fare i migranti di oggi. Ma il parallelismo tra le tragedie di ieri e quelle odierne viene semplicemente suggerito da Ferraro, lasciato al fuori campo e poi evocato in chiusura con l’unica inquadratura a colori di tutto il film, suggestione di un altro film che si potrebbe fare, un film di denuncia sul presente che però incapperebbe senz’altro in banalizzazioni estetico-discorsive.
Ed ecco cosa fa allora Ferraro in Gli indesiderati d’Europa: con un meccanismo che aveva già messo in opera in Je suis Simone – La condition ouvrière (2009), racconta il dramma e i conflitti del passato, gli ridà forma costruendovi intorno persino una ipnotica ieraticità e, al contempo, lavorando su questa dimensione estetica a-temporale, ci mostra come sfruttamento e guerre ed esodi e fughe da dittature siano – purtroppo – sempre presenti, siano un eterno presente della condizione umana. Ed è in questo che Gli indesiderati d’Europa si dimostra perfettamente à la Jean-Marie Straub: arcaico e, contemporaneamente, profetico.

Da un lato nel film vi sono tre militanti antifascisti che nel febbraio del 1939 attraversano i Pirenei in fuga dalla Spagna in cui Francisco Franco ha instaurato il suo regime, dall’altro vi è Walter Benjamin che, pochi mesi dopo, è costretto anche lui ad attraversare i Pirenei, ma in direzione opposta, in fuga dalla Francia occupata dai nazisti con l’obiettivo di imbarcarsi in Spagna su una nave diretta negli Stati Uniti. Assistiamo così a un va e vieni tra sentieri di montagna, in una natura bella e maestosa quanto inospitale, in un luogo in cui la civilizzazione – e, con essa, le guerre – sembra non essere arrivata, un limbo in cui forse sarebbe preferibile restare per evitare di essere arrestati. Ed è, per certi versi, la scelta che fa Benjamin, malato di cuore e quindi affaticato dalla scarpinata, nel momento in cui – in certo qual modo come lo Charlot di The Pilgrim che camminava sul confine tra Stati Uniti e Messico – decide di restare a dormire tra le montagne, non avendo le forze né per tornare indietro né per andare avanti.

E, proprio la scelta di mostrare questa doppia fuga, in avanti e all’indietro, oltre a sottolineare una condizione che non permetteva (e che non permette nemmeno oggi ai migranti) di stare tranquilli in nessun paese dell’Europa, fa sì anche a livello simbolico e narrativo che ci confonda su tempi e modalità; vale a dire che il limbo non è solamente geografico, ma soprattutto temporale: da queste montagne forse non si può più scappare, sono esse stesse un gigantesco labirinto e insieme un paradosso di natura quantistica. Non è un caso che Ferraro confonda volutamente i piani narrativi, mostrandoci di tanto in tanto sia il Benjamin che deve ancora partire, recluso in una stanzetta in una cittadina francese dove fuma quasi rassegnato alla morte, sia il Benjamin che è già partito, accompagnato da una guida e da una madre e un bambino, ma che in realtà non è ancora veramente in viaggio – e in fuga – perché quella camminata è solo una camminata di prova, utile a verificare il tragitto da fare. E allora tutto diventa inutile, ogni movimento è un falso movimento, ogni passo – il cui rumore cadenzato sentiamo sin dai titoli di testa del film – è un passo a vuoto, per un eterno ritorno dell’impossibilità della fuga.

Per chiudere, una nota di merito va senz’altro agli attori e, in particolare, a Euplemio Macrì, interprete teatrale, che incarna un Benjamin malinconico, misurato e dolente, e la cui vaga somiglianza con il Nietzsche de I giorni di Nietzsche a Torino ci suggerisce anche un richiamo al cinema di Julio Bressane. Come nel grande cineasta brasiliano e nei suoi film dedicati a figure storiche solitarie al cospetto dell’indecidibilità e dell’indecifrabilità del mondo (non solo Nietzsche, ma anche ad esempio il San Geronimo di São Jerônimo), anche in Gli indesiderati d’Europa abbiamo un intellettuale come Benjamin che riflette sull’uomo e sulla sua storia ma che non può più affrontare la brutalità della vita e il suo enigma.

Info
Il trailer di Gli indesiderati d’Europa.
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