Loro 1

In attesa del secondo capitolo, Loro 1 di Paolo Sorrentino si configura soprattutto come l’estenuante e prolissa introduzione – costruita intorno a escort e papponi – di un racconto che prende veramente forma solo nell’ultima parte, quando finalmente si palesa il Servillo/Berlusconi.

Lui non c’è

Siamo nel 2006. Berlusconi è all’opposizione, il Milan non vince più, ma allo stesso tempo un nutrito gruppo di persone continua ad ambire a lui, a quest’uomo ancora così potente. In particolare, una coppia di pugliesi arraffoni, Sergio e Tamara, imbastisce una serie di traffici, di coca e di mignotte per attirare l’attenzione del Cavaliere. Tanto da riuscire a insediarsi nella villa di fronte a quella del Biscione in Sardegna. Lui, però, è alle prese con la moglie Veronica che vuole lasciarlo e con il tradimento di un suo fedelissimo. Nulla comunque può scalfire il suo gusto per la barzelletta e per lo stornello… [sinossi]

Tutto documentato, tutto arbitrario. Comincia con questa citazione da Giorgio Manganelli il film-monstre di Paolo Sorrentino, già diviso in due parti, Loro 1 e Loro 2, e già pronto – considerando anche l’esclusione a sorpresa dal Festival di Cannes – a diventare il suo film-maudit. Tutto ciò che vediamo è contemporaneamente documentato e arbitrario, dunque. Questa dissociazione, quest’ossimoro, ci dice già molto del film, o almeno della prima parte, Loro 1 per l’appunto, in attesa di vedere la seconda in uscita tra un paio di settimane. Ci dice di un film che lavora sulla schizofrenia e che ricostruisce una serie di personaggi reali, la corte dei miracoli di Berlusconi, o il suo cerchio magico – da Sandro Bondi a Lele Mora, passando per Gianpaolo Tarantini e per Noemi Letizia – mescolandone arbitrariamente le caratteristiche, tutte in ogni caso ben documentate. E diventa forse questo per lunghi tratti l’unico gioco veramente interessante di Loro 1: riconoscere quali aspetti dell’uno e dell’altro personaggio abbiano scelto di raggrumare Sorrentino e Umberto Contarello in sede di sceneggiatura, attingendo dalla realtà. Un gioco alla Indovina chi?, insomma, che è per sua natura ozioso e decisamente poco utile. Questo perché quello che avrebbe dovuto essere l’autentico protagonista del film, e cioè Toni Servillo nei panni di Silvio Berlusconi, appare solo negli ultimi venticinque minuti. E perciò noi spettatori, come loro, siamo orfani del centro, del motore immobile – insieme centripeto e centrifugo – che sfugge ai nostri sguardi e tarda davvero troppo a mostrarsi in carne ossa e cerone.

Quest’assenza più forte presenza la si sarebbe potuta considerare un’ottima trovata per costruire l’attesa intorno a un personaggio così tanto potente e così tanto ubiquo. D’altronde la storia del cinema è piena di figure divenute leggendarie anche grazie al fatto di aver protratto il più possibile la loro entrata in scena, basti pensare al Kurtz/Marlon Brando di Apocalypse Now o all’Harry Lime/Welles de Il terzo uomo. Ma, stavolta, non è così. Perché Sorrentino dilata all’inverosimile l’attesa, fino a farci perdere ogni interesse. Vediamo dunque una coppia di pugliesi, Sergio e Tamara, che pippano cocaina in casa mentre i figli sono davanti alla TV e che architettano un piano per arrivare a LUI.
Il piano è ambizioso, ma in fin dei conti semplice: racimolare più coca possibile, reclutare le migliori puttane sulla piazza, ghermire alcuni personaggi fidati e deboli legati al Berlusca (in particolare il Sandro Bondi interpretato da Bentivoglio), allo scopo di accerchiare il Biscione e di titillare il suo interesse. Nel momento in cui i due riescono addirittura a prendere possesso di una villa in Sardegna adiacente a quella del leader di Forza Italia, il gioco sembra fatto. Il problema però è che, per arrivare a questo, il film è già quasi finito e abbiamo dovuto assistere alla consueta – e inerte – sequela di trovate a effetto sorrentiniane, oziosamente digressive, in cui per di più una marea di personaggi si raddoppiano tra di loro: ben tre reclutatori di escort che si fanno la guerra per arrivare a Silvio, altri super-potenti che si moltiplicano in maniera incontrollata e che non sono Berlusconi (c’è persino un personaggio che viene soprannominato Dio e di cui ci viene tenuta segreta l’identità), un numero imprecisato di ragazze che vogliono prostituirsi e che sembrano diventare personaggi per poi restare sempre e solamente macchiette (c’è all’inizio la ragazza-atleta che poi sparisce, c’è la ragazza-studentessa-timida che poi si dà, c’è quella che dominava il campo nel passato e c’è quella che lo domina nel presente, e così via).

Sorrentino mette tutto il possibile in Loro 1, ma o mette troppo poco – e il film allora, per focalizzare le figure che si affollano sulla scena, sarebbe potuto diventare una serie TV, come Young Pope – o mette troppo – e allora, togliendo tutto il versante dei Tarantini e delle Noemi che aspirano a diventare i loro del titolo, avremmo potuto benissimo assistere a un film solo. E quel troppo, quella depravazione promossa e organizzata da personaggi simil-Tarantini e simil-Lele Mora, non è nemmeno così tanto personale: infatti, da un lato Sorrentino rievoca il solito Fellini (e fa atteggiare Tarantini/Scamarcio a novello Sceicco bianco), dall’altro – in particolare nell’infinita sequenza della festa in piscina – occhieggia all’Harmony Korine di Spring Breakers e allo Scorsese di The Wolf of Wall Street, senza minimamente avvicinarsi alla descrizione della demenza dell’edonismo contemporaneo che è il tratto fondante di quei due film. Anzi, questi momenti in Sorrentino appaiono semplicemente trash, incapaci di giocare – come fanno Scorsese e Korine – sul doppio livello dell’adesione e, insieme, del distanziamento ironico-sadico (e anche tenero) nei confronti dell’ottusa (e astuta) ludicità dei suoi personaggi. E dunque, l’immagine televisivo-berlusconiana, in assenza di Berlusconi, non è rielaborata e appare tautologica, così com’è, tale e quale, nella sua oscenità dello sguardo, a metà tra il videoclip e la televendita.

Perciò, quando finalmente appare Servillo/Berlusconi, si è autorizzati a tirare un sospiro di sollievo: Loro 1, dopo più di un’ora, entra una buona volta nel vivo. E allora si riconosce l’intento, prevedibile ma in fin dei conti ben architettato, di Sorrentino: il Berlusconi showman e performer accanito, il Berlusconi che scherza su tutto fino a diventare patetico, il Berlusconi che non acciacca la merda anche quando la acciacca, perché lui è come lo Scarface di Pacino/De Palma e dice sempre la verità anche quando dice le bugie. Il Berlusconi contemporaneamente re e giullare, il cui unico paragone possibile che viene in mente è Trump, capace anche di crudeltà inaudite, come quella di silenziare letteralmente Mike Bongiorno e come quella di umiliare il Bondi/Bentivoglio, ma con sempre un libro fresco di stampa con nuove barzellette da imparare e con sempre il fidato Apicella a seguirlo per un nuovo stornello da propinare alla annoiata Veronica Lario, la moglie che legge Saramago, che probabilmente lo lascerà nel prossimo episodio e che pare aver capito perfettamente il suo gioco. E, comunque, anche qui va detto che il tutto si chiude con una gag, l’apparizione di un cantante, che era stata già sperimentata da Massimiliano Bruno in Nessuno mi può giudicare, e che a sua volta era stata già rielaborata da Fausto Brizzi in Poveri ma ricchi.

Sembra in ogni caso inevitabile domandarsi perché Loro 1 soffra di quella stessa schizofrenia che viene denunciata all’inizio, una schizofrenia che – sia pur voluta e pensata – appare comunque autolesionista. Se Sorrentino avesse voluto fare un film su chi aspira al berlusconismo come modello di vita e su chi si adopra per raggiungere questo obiettivo, allora non avrebbe dovuto far vedere Berlusconi, o avrebbe dovuto solamente evocarlo e mostrarlo giusto in chiusura. Se invece l’autore de La grande bellezza avesse voluto fare un film sul potere dell’immagine berlusconiana, sulla sua capacità di farsi perdonare ogni misfatto, allora non avrebbe dovuto privarci per quasi tutto il tempo del suo protagonista. Certo, si tratta, in fondo, di perplessità che restano per ora sospese, in attesa della seconda parte di Loro, ma che per ora ci fanno concludere che la divisione in due tronconi sembra al momento nuocere a questa nuova prova della smisurata ambizione di Paolo Sorrentino.

Note
È stata volutamente scelta per l’immagine di copertina dell’articolo una inquadratura – e una scena – che nel film non c’è, per alludere alla quasi-assenza del protagonista di Loro in questo primo capitolo.
Info
Il trailer di Loro 1.
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