The Running Actress

The Running Actress

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Fra crisi lavorative, nevrosi, isterie di mezza età e non banali riflessioni sul cinema, sulla recitazione, sulla regia e sull’industria, la diva coreana Moon So-ri si autoanalizza con acume e profonda ironia, cucendo nel suo primo lungo la trilogia di cortometraggi da lei e su di lei scritti, realizzati e interpretati fra il 2014 e il 2015. Il risultato è The Running Actress, presentato fra gli applausi del ventesimo Far East di Udine: una commedia amara, intima, grottesca, profondamente intelligente.

Essere Moon So-ri

Era il 2002 quando Oasis svelava al mondo il talento di Moon So-Ri. Oggi l’attrice si mette dietro alla macchina da presa per raccontare le difficoltà nell’affrontare un’età nella quale la sua vita si sta trasformando, come madre e come attrice. Diviso in tre episodi il film, assai lontano dall’autocelebrazione, è una riflessione agrodolce sul tempo, sul cinema e sull’umanità. Moon stessa dice: «Mi chiami attrice, giusto? Vieni a dare uno sguardo più da vicino all’attrice come persona». [sinossi]

Scriversi, dirigersi, interpretarsi. Analizzarsi, mettersi in scena, recitarsi sul limitare fra realtà e finzione, dove la persona e la sua immagine pubblica, la donna e il suo lavoro, il vivere quotidiano e l’interpretazione attoriale si sovrappongono fino quasi a confondersi. Era il 2014 quando Moon So-ri, attrice di straordinario talento lanciata da Lee Chang-dong prima con Peppermint Candy (1999) e poi con Oasis che le valse nel 2002 il premio Mastroianni a Venezia e diventata nel frattempo fra le muse preferite di Hong Sangsoo, esordiva alla regia con i diciotto minuti del cortometraggio The Actress, commedia agrodolce e dall’ironia pungente con la quale metteva in scena se stessa nell’intima percezione del suo sfiorire, nel suo sentirsi ormai brutta fra il viso non più liscio come un tempo e i primi fili bianchi fra i capelli, nel diradarsi delle proposte di lavoro per chi non può più interpretare una graziosa ventenne e nella superficialità dei fan che la ricordano solo per ruoli di quasi quindici anni prima, nelle nevrosi di chi attraversa la crisi di mezza età e nella completa mancanza di tatto da parte di chi le sta intorno e invece dovrebbe supportarla. Nel corso dell’anno successivo, The Actress si evolve in un altri due capitoli se possibile ancor più personali sull’attrice e donna Moon So-ri, prima acquisendo l’aggettivo “running”, che corre, di The Running Actress, e poi arricchendosi anche di The Best Director, terzo episodio di una trilogia di cortometraggi che, alle nevrosi lavorative e personali del primo lavoro, ha affiancato prima la famiglia e i problemi economici, e poi la paura della morte e la riflessione sul cinema, industria che solo di rado diventa arte e in cui «dirigere non è un lavoro per tutti». Solo nel corso dello scorso anno, nel 2017, i tre corti sono stati cuciti insieme per andare a comporre i tre atti di quello che è diventato il primo lungometraggio scritto, diretto e interpretato da Moon So-ri, sorta di curioso concept album pronto a prendere e rilanciare il titolo del capitolo centrale e a girare per il mondo fino a giungere alla ventesima edizione del Far East Film Festival di Udine. O forse sarebbe meglio dire che The Running Actress ha iniziato a correre per il mondo, come non può fare a meno di correre a bordo strada So-ri urlando a perdifiato la sua isteria liberatoria nella struttura circolare del secondo atto, quello forse più forte di significati e di spunti autobiografici fra la famiglia e lo stress che ogni problema porta, l’unico in cui anche la spazialità è differente, in un certo senso costretta dalle bande orizzontali che incorniciano nello schermo 1,85:1 il formato 2,40:1 ma al contempo slanciata proprio dal formato panoramico che, inevitabilmente e letteralmente, allarga gli orizzonti.

Non è però solo l’attrice Moon So-ri a correre. Prima di tutto a correre c’è il tempo, c’è l’orologio biologico che porta gli esseri umani a invecchiare, e accanto al tempo, forse ancor più indemoniato, scalpita il mondo del cinema, un mondo pronto a masticare e sputare chi non serve più, un mondo sotto al cui sfavillante luccicare non possono che nascondersi – anche quando si tratta di attorucoli semifalliti che fanno di tutto per apparire dei duri o di aspiranti attricette ingenue quanto arriviste, sufficientemente disinibite per aprire le gambe al momento opportuno e poi vigliacche nel negare l’evidenza di fronte a una vedova comprensibilmente incazzata – esseri umani con la loro altrettanto umana fragilità fisica ed emotiva, con i propri dubbi esistenziali, con i propri traumi, con le proprie difficoltà nel riuscire ad accettare il passare inesorabile di anni ormai non più possibili da dissimulare e una popolarità che, con il diminuire dei ruoli proposti, inevitabilmente inizia a venire meno. A correre, all’interno di The Running Actress, ci sono poi anche le acute e incessanti trovate di scrittura con le quali Moon So-ri, fra la commedia degli equivoci e le iperboli che ingigantiscono la realtà fino a renderla paradigma e intelligente autoparodia, si mette in scena. C’è chi si definisce fan sfegatato ma la ricorda solo come la «stupida spastica» di Oasis, le passerà al telefono una moglie pronta a esibirsi nella più spassosa/imbarazzante/immotivata delle scenate di gelosia e poi, non pago di tutto questo, definirà suo marito «bruttissimo» e si metterà a enumerare tutte le attrici più belle di So-ri, minando il suo già precario equilibrio e portandola sempre più verso la crisi isterica. Ci sono le amiche che, di fronte al suo sentirsi non più attraente, non trovano nulla di meglio da dirle che «anche Meryl Streep è brutta ma è una grandissima attrice». C’è una madre che la costringe a sfruttare la sua notorietà per chiedere sconti al dentista e c’è una suocera arteriosclerotica che, nelle pesanti difficoltà economiche di chi non riesce quasi più a trovare lavoro, nemmeno ricorda di avere un ricco conto in banca ma è convinta che pochi spiccioli valgano milioni. Così come c’è, nell’affastellarsi continuo di guizzi di sceneggiatura, la cerimoniosità coreana che anche a un funerale, dopo l’ennesimo bicchiere di soju che come molti dei dialoghi sembra quasi preso a prestito dal cinema dell’amico e mentore Hong Sangsoo, lascia il passo prima alla sincerità dell’ubriaca che stronca film e regista appena defunto incurante del dolore della famiglia che ancora lo piange oltre lo stipite della porta, e poi all’umano di chi, a fianco dell’orfano di chi fu brav’uomo ma autore cinematografico mai davvero stimato, scopre con un piccolo proiettore e l’infinita sorpresa di chi non se lo aspettava lo sguardo “privato” che si nascondeva sotto ai brutti film di un regista commerciale, di serie B, la cui vera e propria arte, fatta di natura e di momenti insieme, era riservata all’intimità di quei filmini di famiglia ora ultimo lascito per il figlio. Quello del cinema, del resto, è un mondo sorprendente e mendace quasi per definizione, fatto di pubbliche relazioni e di bugie, di agenti e di produttori, di ripetuti tradimenti e di sesso come trampolino e ricatto, di ipocrite cortesie e di sorrisi insinceri con i quali tutti sembrano cercare di ottenere qualcosa da So-ri senza essere disposti a restituirle una sola briciola. Il cinema è finzione che assurge a capacità di mentire, è una messa in scena il cui scopo primario è spesso proprio quello di riplasmare il reale, di renderlo una nuova “verità”. La recitazione, però, rende in un certo senso impossibile il reale: bisogna imparare a sbirciare dietro alle maschere, bisogna pensare alla persona che inevitabilmente si cela sotto ogni personaggio, bisogna scavare nel privato, nel sincero, nel familiare, nella psicologia e nell’esistenzialismo che albergano nell’anima di ogni essere umano, comprese ovviamente le star che in genere si nascondono, quasi come fossero entità monolitiche anziché persone, dietro ai premi e sui tappeti rossi.

Costantemente sospeso fra un'(auto)ironia tagliente e a tratti quasi crudele nella violenza che emerge fra le righe dei dialoghi, una comicità fatta di iperboli che mai sconfinano nell’assurdo ma sempre rimangono concentrate sulle tematiche messe in scena, una struttura intrisa di contrasti e di indelicatezze fuori luogo che si alternano ai profondi istanti di una poetica umana sincera e commossa ma sempre trattenuta, mai platealmente esibita, ben lontana da qualsivoglia ricatto emotivo, The Running Actress è l’autoritratto nemmeno troppo astratto di una donna e attrice alle prese con un mondo-cinema in cui conta ormai molto più la bellezza che la capacità attoriale, con una famiglia fatta di anziani che perdono colpi e di figlie che iniziano a rifiutare l’autorità materna, con una notorietà che sembra andare progressivamente in frantumi anno dopo anno e bicchiere dopo bicchiere, con la necessità di (ri)mettersi in discussione proprio con il cinema, mezzo che dà e prende, con la sua narrazione fatta di metafore e crudeltà verbali assortite e non certo in ultimo con la recitazione, perché spesso anche la vita è recitare, basta ricordarsi di essere credibili e soprattutto ricordare quando serve smettere, quando tornare sinceri, quando tornare umani, quando abbandonare l’immagine pubblica dell’attrice Moon e tornare So-ri, l’amica, la madre, la figlia, la nuora, la donna. Tutto o quasi, in The Running Actress nasce da spunti autobiografici, dal vero marito che si vede di spalle all’auto con la quale abitualmente Soon Mo-ri si sposta, dalle giornate di trekking con le amiche ai ricoveri ospedalieri di genitori e suoceri ormai anziani, dai primi conflitti generazionali con la figlia che sta crescendo alla consapevolezza che il tempo sta davvero passando, e che l’eterna ragazza è ormai diventata una donna ancora bella ma non più giovanissima. Anche le difficoltà economiche, nel momento in cui sono oggettivamente meno le sceneggiature che vengono annualmente recapitate all’attrice come proposta di lavoro, potrebbero con ogni probabilità essere state sì esasperate per ragioni narrative e significanti, ma non totalmente inventate. Ogni spunto carpito dalla quotidianità della regista, interprete di se stessa e oggetto d’indagine, viene portato sino al punto di ebollizione dalla macchina cinema, viene destrutturato, innalzato, ricontestualizzato e reso (nuova) situazione, dialogo e tematica. Tutto viene drammatizzato, scritto e recitato in modo da assurgere a proiezione di un lato della vita, di una parte di quell’intimità su cui la persona/personaggio/sceneggiatrice/regista Moon So-ri, con sincerità e acume, dischiude l’occhio della sua macchina da presa in attesa del successivo tassello del mosaico di una personalità. Non interessa sapere cosa sia vero e cosa sia falso in The Running Actress, non importa. Anzi, al di là delle risate e delle tante riflessioni, forse il principale fascino del film è proprio la nebulosità del confine fra la verità e la sua rielaborazione, fra il reale e la finzione, fra la sincerità e la recitazione. È in questa zona d’ombra, dove tutto si accavalla, che sta il vero cuore del progetto pluriennale di Moon Ri-so, l’attrice che corre riflettendo sul suo passato e sul suo futuro, la donna che si analizza attraverso quello stesso mezzo cinema che dopo averne sfruttato la giovinezza ora sembra quasi rifiutarla, la regista che si racconta attraverso tre episodi di (quasi) vita, fra la crisi personale e la rinascita, se non dalle proprie ceneri, per lo meno dalla propria consapevolezza. A volte è semplicemente necessario prendersi una pausa, chiedere all’autista di accostare la macchina, scendere a piedi e mettersi a correre verso l’infinito. Serve sfogarsi, serve riflettere su se stessi, serve imparare a capirsi, a conoscersi e ad accettarsi. Serve aprire la propria intimità e le proprie nevrosi al pubblico, serve esporsi per potersi comprendere, serve recitarsi per annullare finalmente le falsità della recitazione, consci che al contempo ragionare sulla realtà non potrà che renderla, necessariamente, finzione. Alimentando il paradosso, o forse dandogli finalmente un senso dal quale ripartire. Sempre di corsa, ovviamente, ma finalmente liberi.

Info
Il trailer di The Running Actress.
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