Blue Film Woman

Blue Film Woman

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Pinku eiga diretto dal maestro del genere Kan Mukai, Blue Film Woman mostra il volto più livido, incestuoso e deforme del Giappone ‘occidentalizzato’, teso verso il capitalismo più sfrenato. Un luogo in cui le famiglie vengono distrutte e le donne devono cedere al potere maschile, che è anche il potere del denaro.

Debito di carne

Dopo aver perso i propri investimenti in Borsa, un uomo si trova indebitato fino al collo con uno strozzino. Il quale, per prorogare la restituzione del denaro, pretende di avere un rapporto sessuale con la moglie del debitore. Non pago, la costringe poi a un rapporto con il figlio, mostruoso, ritardato e vergine. La donna resta sconvolta e, tornando a casa, viene travolta da una macchina. Il marito si suicida. La loro figlia, rimasta sola, cercherà un modo di vendicarsi dell’usuraio… [sinossi]

Blue Film Woman, presentato al Far East Film Festival di Udine in versione restaurata (per quanto il lavoro sulle immagini lasci qualche dubbio), è un pinku eiga del 1969, epoca fertile per un genere che compie i primi passi proprio alcuni anni prima. Questa forma di film erotico di breve durata, che mette in mostra elementi ai tempi considerati sconvolgenti e vergognosi (il pelo sotto le ascelle o il pelo pubico, ma non è questo il caso), dagli anni Sessanta si sviluppa fino ai giorni nostri, tanto che registi di pinku sono stati anche l’ormai riverito Kiyoshi Kurosawa o Ryuichi Hiroki (al Far East XX con Side Job.) e parecchi altri autori. Kan Mukai, il regista del film, si è dedicato ai pinku fino alla fine (è morto nel 2008) girando circa 200 titoli e venendo giudicato negli anni Sessanta l’unico vero rivale del maestro della materia, Kōji Wakamatsu. Peculiarità stilistica di Blue Film Woman è di essere uno dei primi pinku totalmente a colori: in genere il budget molto ridotto non permetteva l’uso del colore in tutte le scene, mentre qui il regista ne fa un uso espressivo sempre notevole, saturandolo poi nelle scene erotiche.

La trama racconta una storia di vendetta, perpetuata dalla figlia ormai orfana di una famiglia che ha perso tutto ed è stata devastata da un debitore crudele, avido, assatanato e morboso. L’incipit coinvolge, nella prima scena di sesso, la madre, milf ante litteram che – sotto gli occhi umiliati del marito – si dà per avere più tempo per il pagamento. I soldi saranno da lì in poi l’unico movente delle avventure erotiche: il sesso in Blue Film Woman, lungi dall’essere strumento di emancipazione femminile o liberatorio, può al massimo essere usato utilitaristicamente dalle donne, che non devono mai perdere il controllo neppure di fronte alle aberrazioni più sconcertanti e soprattutto mai far spazio ai sentimenti, che anzi devono essere assenti o negati. Perché, qualora presenti, sono pericolosi e portano alla morte. Il trionfo del denaro, il declino della famiglia e delle virtù domestiche sono i temi attorno cui si muove il film che, dopo i titoli di testa psichedelici (un corpo di donna fa da schermo per immagini di amplessi), esordisce con roteanti inquadrature sulla Borsa di Tokyo che via via diventano una girandola di caos e perdizione. Lo yen è crollato e gli investimenti famigliari sono andati in fumo. La struttura circolare del film conduce poi a un finale, fatale per la fanciulla senza genitori, scandito da una voce fuori campo che parla di azioni in salita e discesa mentre lei muore. La famiglia viene disintegrata sull’altare dell’accumulo e sull’illusione della ricchezza, e a poco servirà il piano ordito dall’orfana vergine per mettere in vendita la sua prima volta e crearsi un giro mirato a far fallire l’usuraio che gli ha strappato madre e padre.

Montaggio con tagli improvvisi e interruzioni frenetiche (e ovviamente maldestre), oltre ai ricorrenti riferimenti pop (musica, balli “sixty”, vestitini alla moda, unghie laccate, inquadrature sghembe) il film ha un momento imperdibile quando la giovane inizia a prostituirsi: il regista rimette in scena per quattro volte l’arrivo dei facoltosi clienti, girando esattamente le stesse inquadrature, facendo suonare esattamente lo stesso disco, mentre cambiano solo le sordide facce dei bavosi uomini d’affari. Un momento di ironia sublime. Dal punto di vista dell’esibizione erotica, Blue Film Woman è piuttosto pudico e mostra solo seni o interni coscia, oltre alla famelicità di laidi maschi di mezza età, tremendamente brutti. Insomma Blue Film Woman è ben poco erotico e, vista la sua posizione “morale” non c’è da stupirsene: il film racconta la degenerazione interna alla famiglia borghese, interessata più a far più soldi che ai figli, più ai conti che agli affetti.

Allora protagonista assoluto delle due scene fondamentali e cult è Hiroshi, il figlio deforme dell’usuraio. Hiroshi, che si presenta sbavante, con in un mano una macchinina e una bambola, vive in una soffitta, con topi e serpi (palesemente e ironicamente finti), chiuso in una gabbia. Sembra parente di alcuni bambini o adulti ritardati dei film horror (a venire), mostruosi negletti e costretti in segrete o loculi. Il padre vuole che Hiroshi abbia un’esperienza sessuale e per questo ricatta la moglie del suo debitore. In una scena che va dall’orrorifico al comico spudorato, Hiroshi scende dalla soffitta per mostrarsi in tutto il suo “splendore” e, prima di avventarsi sulla povera signora che non si riavrà più dall’esperienza, infilerà nella donna il serpente, il ratto e persino la bambola. Lo stacco sul viso della donna è un momento eccezionalmente trash. Ma il senso profondo di Hiroshi, vero “elemento” metaforico di quel che il film vuol dire, è nella seconda scena in cui abbiamo il piacere di rivederlo: qui, dopo aver finalmente conosciuto i piaceri della carne, il giovine ne vorrà ancora e, vedendo il padre aprirgli la gabbietta, si avventerà su di lui. L’uomo farà il terribile errore di dargli le spalle, regalando a noi una fantastica scena di incesto e a Hiroshi la sua soddisfazione. In Blue Film Woman sarà proprio l’orrendo Hiroshi a vendicare, di certo inconsapevolmente, la famiglia che il padre ha distrutto, perché in fondo i figli di una società mostruosa non possono che essere osceni e incoscienti. Una società ferale crea esseri abominevoli.

Quanto alla povera fanciulla, il suo destino è segnato proprio dal voler attuare una vendetta, cosa che sottende ancora riscatto, concezione dell’onore, sentimenti che vanno oltre il mero accumulo dei denari. Non potrà dunque che finir male, in questo pinku tragico, grottesco, ben poco erotico e a suo modo moraleggiante circa i destini tristi di una società in cui il piacere è raggiungibile solo come scambio di beni.

Info
Blue Film Woman sul sito del Far East.
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