Satan’s Slaves

Satan’s Slaves

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Joko Anwar, nome di punta del cinema indonesiano contemporaneo, firma il remake di Satan’s Slaves, classico dell’horror locale diretto nel 1982 da Sisworo Gautama Putra. Un’operazione interessante, che rinnova il genere e ha il coraggio di smitizzare alcuni elementi tipici. Al Far East Film Festival di Udine.

La progenie del diavolo

In una grande casa un po’ diroccata costruita a pochi metri da un cimitero un’ex cantante di successo, malata da anni, muore lasciando il marito, una nuora con cui aveva un pessimo rapporto e ben quattro figli, tre maschi e una femmina. Lasciati a loro volta soli dal padre che deve lavorare per cercare di ripianare i debiti contratti, i ragazzi si troveranno ad affrontare una paura ben peggiore dello sfratto… [sinossi]

Satan’s Slaves, presentato alla ventesima edizione del Far East Film Festival di Udine – unico film indonesiano insieme a My Generation di Upi e Night Bus di Emil Heradi – segna forse la definitiva consacrazione di Joko Anwar come uno dei nomi di maggior spicco della produzione a Jakarta e dintorni. Una sensazione che Anwar, che ha compiuto quarantadue anni lo scorso 3 gennaio, ha rilasciato fin dai suoi primissimi lavori: opere pur non prive di passaggi a vuoto come The Forbidden Door, proiettato sempre in Friuli nell’aprile del 2009, segnalavano la volontà del giovane regista e sceneggiatore di smarcarsi dalle trappole del genere per trovare una via personale, e donare nuova linfa vitale all’horror e al thriller. Questo percorso trova il suo naturale punto d’arrivo in Satan’s Slaves, che non a caso rappresenta anche il maggior successo commerciale di Anwar in patria. Per comprendere fino in fondo il senso e l’importanza di un’operazione simile è necessario però tornare indietro nel tempo, esattamente all’epoca in cui questo Satan’s Slaves è ambientato, vale a dire i primi anni Ottanta…

Nel 1982 uscì nelle sale indonesiane Satan’s Slaves, un horror spaventoso e particolarmente efferato per la prassi locale diretto da Sisworo Gautama Putra, vero e proprio guru del genere autore di pellicole destinate a solleticare cultori occidentali con titoli quali Revenge of the Child Haram e Sundelbolong, quest’ultimo interpretato dalla “scream queen” Suzzanna. Il successo di Satan’s Slaves, che si rifaceva a suggestione fantasmatiche hollywoodiane in voga in quegli anni, fu immediato e duraturo, trasformandosi quasi da subito in una pietra miliare del genere. È significativo dunque che trentacinque anni più tardi l’aspirante guru Anwar decida di rimettere mano al film, e di farlo in modo completamente libero e a suo modo “irriverente”.
Chi infatti abbia avuto modo di imbattersi nella prima versione di Pengabdi Setan si sorprenderà di fronte alle molteplici modifiche apportate da Anwar. Modifiche che vanno a intervenire sulla trama, ovvio, ma che in realtà nascondono soprattutto una differente visione del mondo, e del concetto stesso di paura.

Se Sisworo Gautama Putra puntava l’accento sull’assenza di fede dei protagonisti, facili prede – vista la loro miscredenza – dei demoni e degli zombi, Anwar ribalta completamente il discorso: anche in questo caso la famiglia protagonista non prega e non va in moschea, ma l’aiuto da parte dell’imam vicino di casa si rivela completamente inutile. Non è nella religione che per Anwar si può trovare risposta all’orrore, che è sempre e comunque un orrore creato dall’uomo e dall’uomo gestito nella sua totale malvagità. Il destino dei quattro fratelli – tutti nati a 6 anni di distanza l’uno dall’altro, un dettaglio che troverà nello sviluppo del film una sua motivazione – non è legato a chissà quale rituale sciamanico, come invece avveniva nel 1982, e forse non esiste neanche una reale via di fuga. Allo stesso modo la messa in scena dell’alta borghesia, altro tratto distintivo quasi quarant’anni fa, lascia posto a una famiglia che va incontro a una terribile crisi economica, e non sa come farsene carico. Lo slittamento di classe e censo è anche un modo per Anwar per tagliare il cordone ombelicale che lega parte dell’horror a una rappresentazione completamente innaturale della società. In questo modo la brutalità apparirà più credibile, o – meglio – più empatica.

Per quanto la professionalità artigianale di Anwar non venga mai meno, Satan’s Slaves non convince nella sua interezza: alcuni fraseggi fra immagine e sonoro appaiono quasi didascalici, o comunque troppo abusati e incardinati su una visionarietà già fruita e standardizzata, e un paio di personaggi – su tutti il giornalista amico della nonna dei ragazzi – sono lanciati nel bel mezzo della narrazione in modo affrettato, e con altrettanta rapidità abbandonati al loro destino. Anche la suggestiva scelta di creare una dialettica interna al film tra i due fratellini più piccoli, lo sfrontato Bondi e il sordomuto Ian (entrambi i personaggi sono creati ex novo da Anwar, dettaglio da non sottovalutare), non viene sempre gestita con l’equilibrio necessario, per quanto sia concesso a loro due di vivere la sequenza più angosciosa del film, grazie al più classico dei lenzuoli che prende vita. Se il successo commerciale oramai sembra arridere senza esitazioni a Joko Anwar si aspetta ancora la sua definitiva maturazione artistica, certi che sia possibile e perfino giusto pretendere di più da questo giovane regista dotato di un talento non comune.

Info
Il trailer di Satan’s Slaves.
Satan’s Slaves sul sito del Far East.
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