Night Bus

Night Bus

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Un pullman notturno viaggia nei territori della fantapolitica trasformando il suo tragitto in un progressivo e sempre più atroce inoltrarsi nell’orrore della guerra civile. Non contano gli schieramenti, non conta chi ha ragione e chi ha torto, contano solo gli effetti psicologici e sociali sul popolo, inerme e straziato spettatore dell’odio, unica vittima della reiterazione della violenza. Miglior film ai Citra indonesiani dello scorso anno, Night bus giunge con tutta la sua forza disturbante al ventesimo Far East di Udine.

I disperati di Sampar

Su un autobus notturno verso Sampar, città al centro di conflitti intestini, si trova un composito campionario di umanità. C’è una nonna con la nipote, c’è una giovane coppia in fuga, c’è un attivista in cerca dei suoi colleghi scomparsi, c’è un menestrello cieco e c’è un ricco e arrogante capovillaggio. Il viaggio diventerà un inferno a causa di incontri con l’esercito, con i guerriglieri e con i mercenari. Come in “Cuore di tenebra”, il viaggio nell’orrore si connota di significati metaforici pregni di umana disperazione… [sinossi]

Il Servo di Satana è uno spirito maligno e potente, che nasce dalla guerra per colpire i più deboli. Cinico e spietato, informe e sibillino, giunge ogni volta a togliere il sorriso ai bambini portando in dote tutto il suo dolore, tutti i suoi lutti, tutta la sua violenza, tutta la sua ancestrale paura. Può presentarsi come un urlo rabbioso o come un proiettile nella notte, come un coltello o come un fuoco, come un agguato o come la morte, pronto a colpire tutti, senza distinzioni, perché la guerra non sceglie mai le sue vittime, non le guarda in faccia, non si pone il problema della loro innocenza o della loro impotenza di fronte ai conflitti.
Non è dato sapere se Emil Heradi, regista del sorprendente e profondamente antibellico Night bus, abbia trovato traccia del Servo di Satana in una qualche leggenda indonesiana sfuggita nei secoli agli occhi curiosi dell’occidente o se, come più probabile, abbia plasmato personalmente, insieme allo sceneggiatore Rahabi Mandra, il mostro invisibile metafora così perfetta del viaggio nell’orrore intrapreso dal pullman notturno titolo della sua opera seconda. Così come, nella progressiva discesa agli inferi del Night bus, fra i posti di blocco delle varie parti in guerra e i soprusi sempre più atroci subiti dai civili, di certo non mancano simbologie d’ogni sorta e riferimenti più o meno precisi alla realtà non solo del sud-est asiatico, ma non è dato avere precise coordinate storiche o politiche, perché il punto del film di Heradi non è lo specifico, ma l’universale. Non si vuole ragionare su una guerra in particolare, quello che conta è puntare dritti all’essenza di ogni orrore bellico, al simbolo e alla cicatrice, alla contraddizione e all’astrazione, alla complessità e alla portata allegorica, all’abiezione e allo shock. Al trauma e alla psicologia di chi nella guerra perde tutto, gli amici, i figli, i nipoti, le speranze, il futuro, il morale e/o la morale, la dignità, la casa, il Paese, la vita.

Sampar, la città indonesiana «piena di risorse naturali» verso la quale è diretto il pullman con tutto il campionario umano ospitato a bordo per le previste 12 ore di viaggio, è un luogo immaginario, come pure è immaginario il conflitto per la sua indipendenza, con le sue truppe governative, con i suoi ribelli, con i suoi mercenari sciacalli per i quali la guerra è «un gioco», l’occasione da coltivare per arricchirsi e per esercitare il proprio cinismo, e ovviamente con i civili che, senza colore né appartenenza, subiscono tutto questo. Non si sa se alla base dei sanguinosi scontri separatisti ci siano motivazioni economiche o religiose, non si sa chi abbia iniziato, non si sa chi abbia ragione e chi torto, sempre ammesso che qualcuno possa aver ragione e qualcuno possa avere torto, e del resto nemmeno importa. Conta solo l’incertezza dell’hic et nunc, conta solo la paura, conta solo il pericolo, conta solo il restare inermi e alla deriva di fronte alla (fanta)politica e al fuoco incrociato che negano ogni tipo di umanità, accanendosi sempre sui più deboli e indifesi, sui più innocenti e impotenti.
Non sono i soldati impauriti e gli eroi civili del nolaniano Dunkirk, non sono le Vittime di guerra o i documenti Redacted di Brian De Palma, non sono i marines e i Viet-cong di Full Metal Jacket di Kubrick, e non sono nemmeno le incursioni belliche spielberghiane di soldati da salvare e di eroici cavalli in battaglia: Night bus, nel suo addentrarsi nei territori della fantapolitica, fa un lavoro diverso, che permette un’universalizzazione in un certo senso ancora maggiore rispetto alle vicende storiche, già di per sé paradigmatiche, dei più noti drammi cinematografici (anti)bellici.

Semmai è in Apocalypse now di Francis Ford Coppola, per lo meno nella sua ispirazione dal Joseph Conrad di Cuore di tenebra e nel suo campo semantico di labirinti psicologici e di potere scaturiti dall’orrore, che il film di Emil Heradi, girato quasi interamente all’interno del “52 posti” fra l’orrore bellico e il road movie, può trovare un suo – molto lontano – apparentamento. È proprio nella sua assoluta astrazione che, senza alcun ossimoro o paradosso, Night bus giunge alla piena e più pura concretezza del dolore, delle lacrime, del sangue di ogni vittima di guerra. E della menzogna che, volenti o nolenti, con o senza malizia, entra in ogni parola e in ogni silenzio. È proprio con l’astrazione che, da un polveroso tragitto della notte indonesiana, Night bus trova la forza simbolica, allegorica e paradigmatica per globalizzarsi e rappresentare tutto il mondo, ogni patria in bilico, ogni lotta, ogni violenza, ogni instabilità, ogni conflitto, ogni atrocità della guerra. Ogni nuova nascita del Servo di Satana, entità così diversa da quei Satan’s slaves, assimilabili solo nel nome, che Night bus ha battuto quasi a sorpresa nella corsa al miglior film degli ultimi premi Citra, sorta di variante indonesiana degli Oscar dalla quale, lo scorso novembre, il lungometraggio di Emil Heradi è tornato a casa con sei meritate statuette.

Film pienamente autoriale e profondamente politico che emerge quasi a sorpresa dal respiro popolare e mainstream del 20esimo Far East con le sue stratificazioni e con i suoi tempi dilatati, con il suo strazio umanissimo al contempo poetico e necessariamente disturbante, con la sua inarrestabile spirale di violenza – mai esibita ma psicologicamente dilaniante – che, come un cappio, si stringe progressivamente intorno alle gole dei protagonisti, Night bus è un viaggio della (non) speranza nel quale a ogni drammatico squarcio sulla guerriglia corrisponde un nuovo e sempre più disturbante capitolo di orrore, messo in scena con una ripetitività che non è in alcun modo schematismo, ma si rivela come la necessaria reiterazione/escalation senza la quale non sarebbe possibile addentrarsi con le necessarie stratificazioni e con la necessaria equidistanza nei profondi significati introspettivi, esistenziali, umani e politici che si celano sotto i drammatici significanti della guerra civile. L’umanità a bordo del pullman è variegata, e altrettanto variegate sono le possibili psicologie e appartenenze sociali, dal ricco capovillaggio arrogante, corrotto e concusso, che anche di fronte a un ostacolo da spostare non riesce a fare altro che rimanere seduto pensando a come la sua vita valga più di quelle degli altri, fino al menestrello cieco, sorta di Omero contemporaneo, mendicante pieno di saggezza e di impudenza proprio perché conscio di non avere più nulla da perdere, che al contrario sarà sempre il primo a lanciarsi in avanti, a osare e a resistere con le parole e con i fatti, a cercare di far emergere l’uomo che ancora brucia sotto la cenere emotiva della bipede macchina da guerra.
Fra loro e con loro, imbarcati nello stesso viaggio caleidoscopico nell’atrocità, una giovane coppia alla ricerca di speranza, un’anziana con nipote al seguito diretta verso la (probabile) tomba del figlio guerrigliero, una donna già in passato «violentata a turno» e ora alla ricerca di una nuova vita che possa farle dimenticare i soprusi subiti, e poi un giornalista assetato di microstorie, un fotografo, un attivista senza più compagni, un bigliettaio salvato da un qualche bassofondo e ora per sempre grato al suo mentore, e ovviamente l’autista che semplicemente vuole ricominciare a lavorare e raggiungere la sua famiglia sfruttando la tregua, ma finirà per ritrovarsi con tutti i suoi passeggeri nel cuore degli scontri, del dolore, delle molestie, della follia fratricida dell’uomo. Di fronte al terrore, allo strazio e alla violenza che abbatte impietosa la sua scure, gli uomini e le donne sono tutti uguali, tutti indifesi, tutti nel mirino di un qualcosa di troppo grande e troppo folle, umanamente impossibile da maneggiare. Ma, nelle profonde differenze fra ogni individuo, c’è chi reagisce nascondendo qualcosa, c’è chi cerca un’insensata ribellione, c’è chi si blocca e piange, c’è chi vorrebbe scappare, c’è chi viene umiliato e vessato dai potenti e violenti di turno, c’è chi consapevolmente sfrutta l’esercito per dire addio al mondo. C’è chi avrà la sfortuna di scendere per primo, c’è chi cercherà di trattare, c’è chi si rifugerà in un terrorizzato silenzio. Perché tutti sono diversi, ma nessuno, nemmeno chi si crede intoccabile, può rimanere indifferente di fronte all’atroce.

Nel corso del tragitto, il pullman sarà fermato prima dall’esercito regolare, poi dai guerriglieri separatisti, e infine dai mercenari/pirati senza idee né bandiere ma con la crudeltà e l’interesse di chi vuole la guerra, ne ha bisogno e non si fa problemi ad alimentarla perpetrando le peggiori viltà, magari anche contro i bambini ai quali far sentire le urla di un uomo che muore. Fra l’ostinato mutismo scioccato della donna che (non) gestisce (più) la stazione di servizio, l’esercito che fredda gli uomini in fuga, i ribelli che non si dimostrano certo più teneri dei miliziani regolari governativi e il mito di un generale partigiano che non si sa più se sia vivo o morto, «il mondo è capovolto, tutto è artificiale, c’è solo la guerra. Le formiche vengono calpestate, il leone sta ruggendo, la volpe è affamata, il cane sta rubando», e non è affatto difficile leggere negli animali della preghiera che giungerà quasi alla fine del film, quando le fiamme hanno già avvolto buona parte dei corpi, quando la nonna dovrà seppellire anche la nipote vicino al figlio, quando i fardelli da portare per chi è sopravvissuto si saranno moltiplicati aumentando il loro peso e la loro umana insostenibilità, una metafora lucida e straziata degli uomini e degli schieramenti bellici, della ferocia e del dolore, del cinismo e della devastazione. Della complessità che sta sotto ogni situazione, perché non esistono buoni e cattivi, esistono solo esseri umani che soffrono, muoiono, ma anche e soprattutto pregano, forse perché, specialmente a chi è innocente, non è rimasto altro da fare che sperare in un qualcosa di superiore. Del resto, la religiosità è aspetto fondamentale di Night bus, presente come oppio dei popoli marxista e fra le possibili cause del conflitto per la sua divisività, ma anche come unico barlume di speranza, unico appiglio che ancora lascia la possibilità di pensare che alla fine del tunnel possa esserci la pace, il ritorno alla normalità, una sorta di nuova vita dopo la morte. L’occasione per ritrovarsi, per potersi di nuovo abbracciare, per potersi toccare rendendosi conto di esserci ancora, nonostante tutto. Con i propri traumi di amori perduti e di angherie, di lutti, di dolori e di lacrime, magari in una Sampar distrutta e fatta ormai di macerie e di tristi ricordi, ma ancora vivi, ancora interi, ancora umani in un mondo che ha scelto di tornare alla legge animale del più forte, del più feroce, del predatore.

In questo, fra psicologie umane, escalation di violenza e istanti di inusitata e straziante tenerezza, Night bus è un film doloroso e implacabile, toccante e atroce, accorato e necessariamente disturbante, preciso e rapido nelle pennellate che dipingono la sua fauna umana quanto acuto e riflessivo nel dilaniarla, permettendo l’emersione di tutto il dolore straziato dei suoi protagonisti. Sempre (più) duro ma mai eccessivo, lontano da qualsivoglia gratuità e anzi profondamente etico nella sua chiarezza di intenti e nello spessore psicologico dei suoi ritratti, il film di Heradi è un’immersione nella guerriglia e nelle sue vittime fatta di bambine impaurite, di madri addolorate, di figli che non torneranno, di paura, di dolorosa e inevitabile accettazione. Alle grida del conflitto, però, Emil Heradi preferisce i sussurri e i lamenti di chi soffre, al fragore delle bombe il silenzioso cadere delle lacrime, all’esplicito il fuori campo, o per lo meno il fuori fuoco, perché a volte la deontologia dell’immagine è l’unica difesa che ci è rimasta di fronte alle storture del mondo.
Night bus, nel suo addentrarsi in territori fantapolitici perfetta allegoria di ogni intromissione politica, è un viaggio nell’orrore bellico che, da ogni sua sfaccettatura, diventa paura e impotenza, fuoco e oppressione, crudeltà umana e morte degli innocenti, tradimenti per soldi e insostenibile strazio nell’altrui giocare. Non esiste possibile rivolta, non esiste colpa, non esiste cura, esistono solo le diverse possibili reazioni, tutte umane e al contempo tutte atroci, tutte straziate, tutte sincere eppure tutte false. Accanto alla più amara devastazione, però, ancora (r)esiste l’uomo, il popolo che fisicamente scende dal pullman a spostare a braccia gli ostacoli che ne impediscono la marcia, la madre che riesce a portare un messaggio al figlio guerrigliero e ancora vivo, il giovane che, anche dopo la morte dell’autista, riuscirà con gli occhi gonfi di lacrime a far giungere il Night bus a destinazione, in quella Sampar ormai distrutta eppure ancora viva, crepitante come il cuore di chi ancora crede, e per sempre crederà, a una pace che tarda ad arrivare, ma prima o poi inevitabilmente tornerà. E sarà una liberazione bellissima, vitale, necessaria. Come questo film, piccolo per budget quanto grande per idee e talento, al contempo umano e politico, atroce e sublime, sorprendente e inaspettato.

Info
La scheda di Night Bus sul sito del Far East.
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