Women Hell Song

Women Hell Song

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Tra i classici restaurati presentati al Far East Film Festival 20 non potevano mancare i pinku eiga. Women Hell Song appartiene alla fase d’oro del genere ed è opera di due storici specialisti quali il regista Mamoru Watanabe e lo sceneggiatore Atsushi Yamatoya, che ibridano il genere erotico softcore con il cappa e spada e i film di yakuza.

L’immorale signor Watanabe

Okayo è una fuorilegge in fuga per aver ucciso diversi yakuza. Mentre si dirige verso Shibukawa, viene arrestata da Honda, un detective corrotto che la consegna a un brutale gangster, Ginji la Vipera. Promettendole di scuoiarla viva per vendicarsi del fatto che ha ucciso il suo capo, Ginji la trascina in fondo a un buio pendio e si prepara a violentarla, ma un misterioso uomo con la pistola arriva giusto in tempo. [sinossi]

Una carriera cinematografica, quella di Mamoru Watanabe, che in quarant’anni lo ha portato a realizzare quasi duecento pinku, molti andati perduti, con punte anche nel cinema mainstream, carriera parallela a quella di un altro veterano come Koji Wakamatsu. Women Hell Song di Watanabe è stato presentato tra i classici restaurati del Far East Film Festival 20, nel trasferimento digitale di una copia in 16mm che il regista stesso aveva conservato gelosamente, salvaguardando così questo e altri film dall’oblio, come è successo purtroppo con una delle sue prime pellicole, Hussy, che è andata irrimediabilmente perduta e che avrebbe rifatto nel 1979 con il titolo Virgin Rope Makeover.

Nella storia dell'”eroduction” giapponese, l’epoca in cui è stato realizzato Women Hell Song coincide con l’immediata veglia dei Nikkatsu Roman Porno che diedero nuova linfa al genere con la loro estetica in technicolor anamorfico. Il film è ancora in bianco e nero, con inserti a colori, e sceneggiato da una figura chiave del genere pinku, Atsushi Yamatoya a lungo collaboratore anche di Koji Wakamatsu. Women Hell Song rientra in quella poetica del regista per la quale la sessualità malata dei pinku, il bondage, la violenza, la tortura, la caduta negli abissi dei sensi, diventano oggetto di ricerca estetica esaltando al contempo i paesaggi naturali che fanno da sfondo, i costumi e gli ambienti tradizionali. Così le scene di sesso sono delle esplosioni cromatiche, unici momenti a colori all’interno di una pellicola in bianco e nero, secondo uno schema messo in pratica, con diverse finalità, anche da Wakamatsu.

Women Hell Song appartiene al cinema di genere classico giapponese, laddove il pinku sembra quasi un pretesto per fare incrociare il cinema jidaigeki, quello di ambientazione storica, e lo yakuza eiga. Watanabe vi profonde tutta la sua cinefilia, che ha alimentato la sua infanzia – i genitori gestivano una sala proprio vicina agli studios della casa di produzione che sarebbe diventata la Daiei, nei quali il piccolo Watanabe si infilava per assistere alla lavorazione di film in costume –, mentre vuole la vulgata che fosse pure un grande collezionista di memorabilia della settima arte. Non è chiara la collocazione temporale del film, siamo in un Giappone rurale dove l’unico elemento di modernità tecnologica è rappresentato da una pistola, pur di un modello vetusto. Probabilmente questo potrebbe portarci all’epoca Meiji (a cavallo tra ‘800 e ‘900), il periodo dell’apertura del paese all’occidente, e, nel caso, il film non apparterrebbe al genere jidaigeki che non contempla quell’era tra quelle storiche. Ma in fondo poco importa. Nella parte finale del film abbiamo un lungo momento di puro chanbara – il sottogenere di cappa e spada dello jidaigeki che deve il nome proprio alla contrazione di un’onomatopea, “chan chan bara bara” che indica il clangore delle katana che si scontrano in un duello –, che vede impegnati un gran numero di spadaccini in una lotta all’ultimo sangue. Alcuni combattimenti acrobatici palesemente impossibili sembrano ripresi, anche per la tecnica del constructive editing, dai film wuxia di Hong Kong.

Women Hell Song compone, con il precedente Otoko-goroshi: Gokuaku benten (1969), un dittico incentrato sulla figura di un’eroina fuorilegge, Oyako detta Benten per via di quel grande tatuaggio sulla schiena che raffigura Benten, una delle sette dee della felicità, appartenente al pantheon buddhista giapponese. Il personaggio riprende quello interpretato in quegli anni da Junko Fuji nella serie della Giocatrice della peonia scarlatta di Tai Katō, e altri. Oyako-Benten è interpretata da Tamaki Katori, la protagonista del primo pinku mai realizzato, Flesh Market (1962).

Watanabe inserisce la vicenta del film all’interno di maestosi paesaggi naturali costellati da simbologie religiose. Arrivando a quella abbacinante scena di sesso tra Oyako e Seikaku, che pure porta lo stesso tatuaggio sulla schiena, in un tempio deserto, sotto una statua del Buddha. Vi è poi un uso ricorrente iconografico delle stampe erotiche giapponesi, diverse però dagli shunga di epoca Edo. La natura, i corsi d’acqua, le sorgenti termali dove le donne fanno il bagno, i riverberi luminosi sono esaltati nella concezione poetica del regista, avvicinandosi a quell’estetica di wilderness del cinema di Russ Meyer. Il momento poi in cui Oyako viene sequestrata nel fondo di un buio pendio roccioso sembra richiamare quell’imbuto sabbioso da cui non si può uscire di La donna di sabbia. Ancora nel perfetto inserimento del cinema erotico di Mamoru Watanabe nel contesto della cinematografia nipponica.

Info
La scheda di Women Hell Song sul sito del Far East.
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