Mountain

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Tra i film più spettacolari presentati al Trento Film Festival 2018, Mountain è il documentario della regista australiana Jennifer Peedom, che in chiave di sinfonia audiovisiva racconta le scalate delle montagne più impervie, le imprese impossibili di climber e altri acrobati delle vette più remote. Ma non lesina di suggerire anche gli aspetti controversi delle pratiche alpinistiche più estreme.

Sinfonia di pietra

Fino a tre secoli fa, le montagne erano luoghi di pericolo, non di bellezza. Quando a metà del XX secolo l’Everest venne conquistato, l’alpinismo era diventato una ricerca della perfezione e le montagne venivano viste come avversari da sconfiggere. Oggi le montagne sono diventate teatri di svago: gestite e mercificate come parchi giochi… [sinossi]

Le montagne, le catene montuose alte e impervie, sono il risultato di collisioni violente, di scontri tra placche tettoniche. Le vette più estreme rientrano in quelle parti di pianeta dove l’uomo non aveva mai messo piede, prima della stagione delle conquiste alpinistiche. Nel suo nuovo lavoro, Mountain, la documentarista australiana Jennifer Peedom torna sul tema delle esplorazioni estreme, che ha finora guidato la sua carriera: la sua filmografia comprende anche i film Solitary Endeavour on the Southern Ocean e Sherpa.
Con Mountain costruisce un film che funziona come una sinfonia di immagini e musica, una sequenza di scene di imprese mozzafiato, selezionate da un girato di 2000 ore di riprese in 15 paesi diversi, con la lettura di un testo dello scrittore inglese Robert Macfarlane a opera dell’attore Willem Dafoe. E con la partitura musicale, assai più che un accompagnamento, della Australian Chamber Orchestra eseguita nella Sydney Opera House, composta da Richard Tognetti, con in aggiunta brani di Vivaldi, Beethoven, Arvo Pärt. L’incipit di Mountain vede proprio i preamboli dell’orchestrazione e della lettura come un prologo in bianco e nero che dichiara subito trattarsi di immagini altre rispetto a quelle colorate, spettacolari del film. E sono diverse pure dai filmati di repertorio, pure in bianco e nero, ma di diverso formato e dalla consistenza della pellicola consunta. Un prologo che sembra rifarsi a quello del disneyano Fantasia, di cui condivide la concezione di flusso mesmerico di immagini e musica.

Mountain è una visione adrenalinica, un film che è come un ottovolante, fatto di vertiginosi strapiombi, dislivelli mozzafiato, sospensioni sul vuoto, orli di precipizio; riprese impossibili e estremamente spettacolari, da elicotteri o da telecamerine portate dagli stessi scalatori. Un puro spettacolo che evita le parti didascaliche, visto che non sappiamo quali siano le montagne scalate né chi siano gli scalatori. Sembra essere azzerata la legge di gravità, sembra un film di supereroi senza effetti speciali. Con uomini-ragno capaci di arrampicarsi su pareti montuose verticali assolutamente piane, con dei superman che volano in cielo planando, con la tuta alare, passando abilmente attraverso grandi montagne forate, con delle persone che passeggiano nel cielo, un funambolo che cammina su un cavo collegato a due altissimi pendii. E poi arriviamo anche a mountain bike e motociclette d’alta quota con paracadute.

Un’esaltazione spettacolare acritica delle grandi imprese? Non dovrebbe esserlo per la regista che in Solitary Endeavour on the Southern Ocean racconta di un impresa fallita, l’attraversamento in kayak di un tratto marino tra Australia e Nuova Zelanda, costata la vita al suo artefice; mentre in Sherpa narra delle difficili condizioni lavorative delle famose guide e portatori di alta quota nepalesi che rischiano la vita per la gloria degli scalatori occidentali che li ingaggiano. E in effetti alla fine di Mountain vediamo anche una vittima trasportata in una bara, il rovescio della medaglia rispetto a quanto mostrato fino a quel momento, mentre le immagini dei monaci himalayani, con i loro costumi antichi, nello loro case tradizionali, veri depositari della cultura di quelle vette, ci riportano alle tematiche di Sherpa. Ma il grande livello spettacolare del film, la potenza delle sue immagini predomina e rende tutto ambiguo, anche questi momenti di contraddizione e dissonanza.

La chiave dell’operazione di Jennifer Peedom sta in quelle scene di repertorio che documentano la storia delle scalate di alta quota e nella sequenza finale della lava, delle fiamme, della violenza materica che si stabilizzerà in roccia. Una sinfonia geologica, un’esaltazione poetica dell’orogenesi, nella reazione di queste entità imponenti e antiche che sono le montagne, dal cui fascino nessuno può dirsi immune. «Le montagne ridimensionano l’istinto dell’uomo, ci restituiscono il senso della meraviglia e mettono alla dura prova la nostra arroganza», dice la voce off di Willem Dafoe. Eppure pochi possono entrare in reale risonanza con il vero suono della montagna, come suggerisce la scritta iniziale: «Quelli che danzano sono considerati pazzi da chi non può sentire la musica».

Info
La scheda di Mountain sul sito del Trento Film Festival.
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