La ballata di Narayama

La ballata di Narayama

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Presentato nella sezione Destinazione… Giappone del Trento Film Festival 2018, il restauro in digitale del capolavoro di Shōhei Imamura, La ballata di Narayama, una delle sue cronache entomologiche sul Giappone più marginale, in questo caso sui villaggi impervi di montagna.

Il suono della montagna

In un piccolo villaggio di montagna, che ogni inverno resta completamente isolato nella neve, vive una vecchia donna, Orin, con la sua famiglia, i figli e i nipoti. Il prossimo inverno arriverà per lei il momento di andare sulla montagna di Narayama, e lì attendere la morte, come prevede la legge del povero villaggio, una volta compiuti i 70 anni, quando si è ormai improduttivi rappresentando solo un peso per la sopravvivenza della comunità. [sinossi]

Fresco di trasferimento digitale, presentato a Cannes Classics l’anno scorso e ora al Trento Film Festival 2018, nella sezione Destinazione… Giappone, La ballata di Narayama rappresenta un capolavoro del cinema nipponico, riconosciuto con la prima delle due Palme d’Oro assegnate al regista Shōhei Imamura; la seconda sarebbe stata per L’anguilla nel 1997.
La ballata di Narayama di Imamura è il terzo adattamento dal romanzo omonimo, Narayama bushiko, dopo quello del 1958 di Keisuke Kinoshita, e quello sudcoreano del 1963, sconosciuto ai più, Burying Old Alive (Goryeo jang) di Kim Ki-young. Il libro venne scritto nel 1956 da Shichirō Fukazawa, ispirato alla leggendaria antica usanza dell’Obasute, l’abbandonare un membro anziano, improduttivo, della famiglia in una località remota lasciandolo morire, perché non gravasse più sulla comunità, in un contesto di estrema penuria di cibo. Una pratica mitologica, mai dimostrata, ma che ha ispirato un certo numero di opere, dal teatro noh agli anime, e che, vuole la vulgata, avesse il suo centro nel monte Kamuriki, anche detto Obasute-yama, la montagna dove si abbandonano donne anziane, poi diventato Narayama nella finzione romanzesca. Per l’autore il senso dell’opera era quello di parlare a un Giappone uscito prostrato dalla guerra, a una società che stava passando una fase di stenti, esaltando quello spirito di sacrificio giapponese autentico, di fare un passo indietro per il bene superiore della comunità, incarnato nella figura della vecchia Orin che orgogliosamente segue la legge del villaggio nel farsi portare, scoccato il suo momento, a immolarsi al dio della montagna.

La versione di Keisuke Kinoshita, regista carico di quell’umanesimo comune alla sua generazione, quella di Kurosawa e Ichikawa, è una presa di distanza da quella concezione disumana aberrante, segnalata tanto da una forma teatrale con scenari palesemente dipinti, tanto da una piccola modifica finale consistente in un lamento del figlio di Orin a sottolineare l’assurdità di quella situazione. Per Imamura, che appartiene alla generazione successiva dei registi della Nūberu bāgu, è invece centrale quell’approccio antropologico culturale che ha sempre adottato in tutta la sua filmografia. Un approccio che deriva dalle teorie del grande etnologo giapponese Kunio Yanagita, che sosteneva come l’autentica cultura nativa giapponese appartenga al popolino, al Giappone sotterraneo, agli strati più bassi della popolazione, agli abitanti del mondo rurale e di montagna (i sanka, la gente di montagna, considerati il vero nucleo primordiale del Giappone). A quelli che Yanagita definiva jōmin (il popolo persistente o la gente eterna) che sono quei porci, geisha e marinai, gente dei bassifondi, coreani in Giappone, ragazze che bazzicano i bar o le basi militari americane, oggetto di tutto il cinema di Imamura, che si considerava lui stesso uno jōmin. Famosa è infatti la sua frase in cui si definiva contadino a differenza del samurai Oshima.

La ballata di Narayama di Imamura rappresenta il coronamento di un sogno a lungo accarezzato dal regista, quello di fare un altro adattamento, ma realistico, del romanzo di Fukazawa. Anche in modo da comporre un dittico insieme al film Il profondo desiderio degli Dei, in un’ottica di cinema antropologico puro, nel seguire due coordinate ancestrali del Giappone, quella oceanica delle isole che si estendono nel Pacifico con la persistenza di un antico sciamanesimo, e quella delle popolazioni di alta montagna. Kinoshita, quando ebbe modo di vedere La ballata di Narayama di Imamura, definì questa versione come pornografica, per la crudezza, per mostrare tutto, anche gli aspetti più sgradevoli.
E in effetti Imamura non risparmia proprio nulla, e il film in più parti suona come un pugno allo stomaco rispetto alla nostra concezione di vita raffinata e benpensante, dal mangiare le larve, al neonato trovato morto nei campi, a Orin che si rompe i denti sbattendoli su un mortaio di pietra, alla scena di zoofilia. In generale il film comunica un senso di sudiciume. Soprattutto Imamura riesce a compiere il salto antropologico di far vedere la situazione dal di dentro, di farci passare dall’altra parte, di farci comprendere quelle regole morali, la legge del villaggio, che sarebbero aberranti in una società moderna, ma che tali non sono in un contesto di sussistenza. «La legge è legge», dice Orin, «non si può fare affidamento sulle emozioni». Siamo dalla parte di Orin e non di chi cerca di fuggire all’abbandono su Narayama. Qui si consuma il capovolgimento di Imamura verso Kinoshita, ma anche la sua distanza rispetto a chi tratta, sempre con distacco documentaristico, riti e leggi tribali come per esempio Idrissa Ouedraogo nel film Tilaï. Il computo cinico (sempre ai nostri occhi) delle bocche da sfamare in famiglia con un bilancio di entrate e uscite, morti, nati e mogli; il corpo del neonato di troppo gettato via, che genera proteste unicamente perché sporca mentre c’è chi fa notare che in fondo è un buon concime; e, apoteosi del relativismo etico, la famiglia che è scoperta rubare frutta e verdura alle altre famiglie, punita con una pena agghiacciante, seppellendone vivi tutti i componenti in una grande fossa comune. Ci sarebbero poi anche i matrimoni e gli accoppiamenti combinati.

Orin diventa la figura chiave, che Imamura carica di una nuova connotazione psicologica. Ligia e fervida credente della legge della montagna e del Dio di Narayama, è anche manipolatrice in una struttura matriarcale, che manovra dietro le quinte matrimoni e accoppiamenti, sistema la dinastia famigliare prima che sia giunta la sua ora. Imamura descrive una religiosità contadina che sembra un miscuglio confuso di varie credenze, dallo shintoismo del Dio della montagna agli antenati che compaiono come fantasmi in forma di vento; dalla donna che pensa che il marito si sia reincarnato in una farfalla, come nel buddhismo tibetano, fino ad arrivare ad archetipi come Orfeo ed Euridice: la regola di Narayama vuole che il figlio, una volta lasciato il genitore in quell’Ade, non debba mai voltarsi all’indietro durante il ritorno.

La ballata di Narayama di Imamura è pervasa da un senso di morte che aleggia ovunque. Tantissimi personaggi sono vedove o vedovi, ci sono poi dispersi, la madre che è caduta da un dirupo, il neonato morto, la famiglia sepolta viva fino ad arrivare all’ossario finale che pure è un privilegio: qualcuno morirà prima nel suo letto, oppure come l’anziano Mata, sarà buttato da un burrone dal figlio prima di giungere alla sommità. Eppure il film di Imamura è una ballata della natura e della civiltà rurale. Centrale è l’operosità degli abitanti, sempre visti intenti in lavori agricoli o domestici come al telaio. Seguendo l’alternarsi delle stagioni, come nel film L’isola nuda di Kaneto Shindō, che è la ciclicità stessa, della natura della nascita e della morte. Come anche rappresentato dagli animali, che sono metafora ricorrente nel cinema di Imamura. Le mantidi che si divorano tra di loro, il parto del serpente.
E, nella lavorazione stessa del film, Imamura, alla ricerca dell’estremo realismo anti-Kinoshita, ha girato tutto negli ambienti veri di un villaggio di montagna, senza alcuna ricostruzione, con un calendario di lavorazione che doveva seguire i ritmi della natura e delle stagioni. Senza forzatura alcuna: sarebbe stato facilissimo per esempio ricorrere alla neve artificiale per aver un maggior controllo dei tempi di ripresa. Nel suo abbracciare i cicli della natura, La ballata di Narayama di Imamura esprime così, in definitiva, un grande inno alla vita.

Info
La scheda di La ballata di Narayama sul sito del Trento Film Festival.
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  • La-ballata-di-Narayama-1983-Shohei-Imamura-002.jpg

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