Enamorada

Enamorada

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Enamorada di Emilio Fernández, presentato tra i “classics” al Festival di Cannes, conferma a oltre settant’anni dalla sua realizzazione tutta la potenza di un immaginario, quello del cosiddetto ‘Indio’ Fernández, in grado di coniugare l’epica hollywoodiana e il rigore. Splendido esempio di cinema che non teme il popolare e si segnala come una delle punte di diamante dell’âge d’or messicana.

Figli della rivoluzione

All’epoca della rivoluzione le truppe zapatiste del generale José Juan Reyes conquistano la tranquilla e conservatrice città di Cholula. Mentre confisca i beni dei ricchi possidenti locali, il generale si innamora della bella, ricca e indomabile Beatriz Peñafiel, figlia dell’uomo più potente di Cholula. Il disprezzo iniziale che muove i sentimenti di Beatriz verso il rivoluzionario lascia poco per volta il passo alla curiosità e, infine, a un profondo e autentico amorel… [sinossi]

Sono trascorsi oltre settant’anni da quando Enamorada venne proiettato per la prima volta. Settant’anni in cui la geografia del cinema è di fatto mutata, allargandosi ad aree del mondo allora sconosciute. Il cinema messicano ha alternato crisi e ripartenze, finendo perfino per conquistare l’impero yankee, con il trionfo anche agli Oscar di autori quali Alejandro González Iñárritu, Alfonso Cuarón e Guillermo Del Toro. Eppure si è trattato di un’emigrazione, un biglietto di sola andata per l’estero. I registi fuggono dal Messico e attraversano il confine che qualcuno vorrebbe trasformare in muro, e non si voltano più indietro. C’è stato un tempo in cui l’industria cinematografica messicana era viva e vegeta, e costruiva meravigliose creature immaginarie in grado di accalappiare lo sguardo degli spettatori. Erano gli anni a cavallo della Seconda Guerra Mondiale: mentre l’Europa bruciava sotto l’avanzata nazista e in Spagna il fronte repubblicano veniva schiacciato dall’esercito franchista, in Messico il presidente Lázaro Cárdenas del Río accoglieva gli esuli dai combattimenti in Catalogna e nazionalizzava il petrolio. Era il segno di rinascita economica della nazione, nel solco – un po’ slavato – dell’ideale rivoluzionario zapatista. La nuova ondata di registi mutò in maniera determinante l’ossatura della produzione cinematografica. Il primo segnale fu la fondazione dello STIC, il Sindicato de Trabajadores de la Industria Cinematográfica de la República Mexicana, cui sarebbe seguito alcuni anni più tardi anche il sindacato dei produttori; allo stesso tempo venne creato un istituto di credito (nel 1942) che garantisse il sostegno in liquidità agli operatori del settore. Fu l’inizio di una stagione dorata, durante la quale il Messico arrivò a produrre quasi cento film all’anno spaziando dalla commedia al melodramma, dal film storico – quasi sempre apologetico verso la Rivoluzione – al film musicale, che rinverdiva i fasti della canzone popolare. Anni in cui diedero il meglio di loro stessi grandi registi con troppa facilità oggi dimenticati (o forse solo completamente ignorati) come Roberto Gavaldón, Miguel Contreras Torres, Ismael Rodríguez, Julio Bracho, Alejandro Galindo, Miguel Zacarías. E ovviamente “El Indio”, vale a dire Emilio Fernández, maestro indiscusso e indiscutibile del cinema messicano, punto di riferimento artistico e culturale del cosiddetto “cinema nazionale”. Solo l’arrivo in Messico di Luis Buñuel, nel 1946, può offuscare vagamente la sua stella.

Il cinema di Fernández, ed Enamorada ne è un esempio cristallino, riesce ancora oggi a sorprendere per la sua naturale capacità di muoversi con intelligenza e delicatezza su quel crinale pericoloso in cui si agitano sia il rigore estetico che l’umoralità passionale, imprevedibile e difficile da contenere. Sostenuto da un uso gagliardo della dimensione spaziale in cui si devono muovere i personaggi, Fernández compone una commedia amorosa dominata da una serie pressoché infinita di conflitti, interiori e storico-sociali. L’amore che cresce in maniera sempre più deflagrante tra il generale zapatista interpretato da Pedro Armendáriz e la figlia del possidente incarnata da María Félix si muove attraverso il continuo superamento di contrapposizioni: il conflitto basico e ancestrale tra maschile e femminile, qui demitizzato nella costruzione di un carattere muliebre per niente addomesticabile, fino alla fine del film; il conflitto di classe, con la donna benestante – ma per eredità paterna – e l’uomo rivoluzionario; il conflitto politico, tra conservatorismo e spinta progressiva verso i diritti sociali; il conflitto perfino cromatico, con il bianco vestito di Beatriz che si “scontra” con la camicia inscurita anche dalla cartucciera che sfoggia Reyes.
Ma Enamorada risolve i suoi conflitti in un’ottica perennemente – e in parte anche ironicamente – rivoluzionaria, mettendo in crisi l’ordine costituito, sia esso materiale o psicologico. Così Beatriz vacilla quando inizia ad aprire gli occhi sull’iniquità del padre, e anche l’essenziale Reyes, che ha sempre rifuggito l’umano pur combattendo per la liberazione degli oppressi, inizia a muovere la propria fissità solo quando comprende e accetta il proprio sentimento per la donna. Non solo sentimento di conquista, ma di condivisione. Desiderio. Quel desiderio che in una delle sequenze più mirabili e coraggiose di Enamorada si materializza sullo sguardo di Rafael Sierra, il prete amico d’infanzia di Reyes che non solo scopre il potere della rivoluzione, ma vive negli occhi e sulla sua bocca il desiderio sessuale, verbalizzato in una sorta di confessione laica dal generale.

La regia di Fernández vive in quell’immaginaria linea di mezzeria che divide la pulsione popolare e l’epica di stampo anche hollywoodiano dalla concretezza di un cinema più rigoroso, e in questo spazio liminare riesce a trovare senso e a rafforzarsi. I dialoghi in interno spaziano così dal più metronomico dei campo-controcampo a scelte di montaggio più ardite, e le riprese all’aria aperta respirano con una forza arida e vitalissima allo stesso tempo. Il finale, sontuoso omaggio all’epos della rivoluzione che è messo in scena rifacendosi al finale di Morocco di Josef von Sternberg racchiude al suo interno la poetica umana e cinematografica di Fernández, ed è giustamente elogiato e portato ad esempio quando si studia e analizza l’intera epoca produttiva messicana, ma si farebbe un torto a fermarsi “solo” qui. Enamorada è un dramma sentimentale in cui ogni inquadratura sembra eplodere un impulso erotico impossibile da trattenere e che Fernández traduce in scelte di campo mai banali e soprattutto quasi mai ortodosse. Un’opera blasfema, febbrile, che si muove in un crescendo perpetuo che può trovare una chiusura solo su un campo lungo semi-desertico, e su un sol dell’avvenire sorgente.
Enamorada segnò il primo incontro lavorativo tra Fernández e María Félix: negli anni successivi arriveranno Il mostro di Rio Escondido, Feudalismo messicano e Reportaje. Nel 1963 Pedro Armendáriz si suicidò sparandosi un colpo al petto in ospedale a Los Angeles, dopo aver ricevuto la notizia sul cancro che lo stava portando alla morte; nel 1956 aveva preso parte alle riprese de Il conquistatore, prodotto da Howard Hughes e diretto da Dick Powell e chiamata da alcuni “la pellicola radioattiva”. Girato non lontano da un sito in Nevada che il governo statunitense aveva scelto per i test nucleari, Il conquistatore vide 91 delle 220 persone al lavoro sul set colpite da un tumore. 46 di queste morirono nel corso dei venti anni successivi alle riprese: tra loro John Wayne, Dick Powell, Susan Hayward, William Conrad e, per l’appunto, Armendáriz, che scelse la morte di proprio pugno.

Info
Una sequenza di Enamorada.
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