Parigi a piedi nudi

Parigi a piedi nudi

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Al loro quarto lungometraggio gli attori e autori teatrali Dominique Abel e Fiona Gordon realizzano una commedia clownesca fatta di un susseguirsi di sketch e dalla trama troppo esile. Parigi a piedi nudi è un racconto privo di nerbo su quanto siano poetiche e ricche di risorse la marginalità, la diversità e l’anticonformismo.

Saluti dal Lungosenna!

Dopo aver ricevuto una lettera dall’amata e vecchia zia, Fiona decide di lasciare il suo sperduto paesino innevato del Canada per andare a trovarla a Parigi. Fiona non è mai andata da nessuna parte e, fin dall’arrivo in Francia, palesa qualche in difficoltà. Oltre tutto la zia è scomparsa… [sinossi]

Al loro quarto lungometraggio, gli attori e autori teatrali Dominique Abel e Fiona Gordon lasciano a casa Bruno Romy, che li aveva accompagnati dietro la macchina da presa nei precedenti lavori, e realizzano a quattro occhi, anziché a sei, Parigi a piedi nudi. Una commedia clownesca consigliata a chi ha voglia di sketch, di tanta leggerezza da approdare all’inconsistenza, a chi ha voglia di vedere una storia scritta col pilota automatico ma impacchettata e infiocchettata con “sguardo poetico” così da far sentire tutti più intelligenti e culturalmente legittimati.
Il belga Abel e la canadese Gordon hanno d’altronde sempre confermato di trarre ispirazione dai grandi comici del passato come Keaton, Chaplin e soprattutto Tati (operazione assai più riuscita in Rumba) per realizzare i loro numeri slapstick e le loro macchinazioni sceniche con al centro personaggi inadeguati, gaffeurs seriali e tizi strambi. Il modo di portare in scena gli attori, a partire da loro stessi, si nutre senza dubbio di una decisa e ficcante fisicità e non manca certo la cura per i dettagli da cui scaturiscono le gag, dall’incontro/scontro con gli oggetti alla bizzarria del muoversi nello spazio ristretto di una grande città – tutto si svolge attorno all’isola dei Cigni, tra la Statua della Libertà versione parigina e la Torre Eiffel – e non trovare ugualmente ciò che si sta cercando. Che è l’unica intuizione interessante del film.
Curata è anche la messa in scena, i colori, le ricorsività e l’accumulo delle trovate ecc. ecc. Ma Parigi a piedi nudi è un guscio vuoto perché il racconto di quanto sia bella e poetica e ricca di risorse la marginalità, la diversità e l’anticonformismo degli anziani o dei barboni, è piatto e depresso come il Mar Morto.

Fiona (Fiona Gordon) è una spilungona timida che vive in un paesino canadese in cui nevica sempre e ti devi aggrappare ai mobili quando le porte si aprono, visto il temibile persistente e forse ritenuto divertente vento. Fiona decide di andare a trovare la zia ormai 90enne (interpretata da Emmanuelle Riva, al suo ultimo film prima della morte), che da quasi mezzo secolo se ne è andata dal paesino canadese per trovare la libertà e la gioia di vivere nella Ville Lumière, ma che ora rischia di vedersi privare proprio della libertà – che lei invece difende più di ogni cosa – perché i servizi sociali la vorrebbero mettere in una casa di riposo. La zia non ci sta! Si ribella e fugge perché… «a nous la liberté», come diceva qualcuno di decisamente più ispirato. Così Fiona non trova nessuno, arrivata a Parigi, e allora fa un giretto nei dintorni della Torre Eiffel ma, facendosi fare una foto da un passante, si sporge troppo da un ponte e cade nella Senna, dove smarrisce tutto ciò che ridicolmente aveva con sé (uno zaino gigante da campeggio con la bandierina del Canada) e dunque si mette nei guai. Ovviamente il barbone Dom (Dominique Abel), che è rude e parecchio affamato, ma anche pieno di poesia e sentimenti e amore e romanticismo e tanto altro, trova lo zaino. E poi Fiona e Dom si incontrano, scontrano e…incredibilmente si innamorano! E Fiona, un po’ alla volta, decide anche lei di essere libera come la zietta che tanto ammira.

Il tutto è raccontato con gag piene di leggiadria che però tra loro non creano nessun contrappunto, dunque producono tutte lo stesso effetto. Una paratassi assoluta. Tra una citazione di Ultimo tango a Parigi, le cui musiche vengono fischiettate e poi suonate, un richiamo fugace a René Clair, un occhiolino ad Amélie (ben più che a Tati…) e una spruzzatina iniziale di Wes Anderson, Parigi a piedi nudi imbastisce un elogio alla marginalità, dal senzatetto che si industria, agli anziani (fa capolino anche Pierre Richard, antico amore della zia) che non vogliono finire nelle case di riposo, alle sprovvedute di buon cuore che prendono coraggio, restituendo un’immagine zuccherosa. Tutto è ammansito, non c’è una scintilla, un graffio che non sia calcolato, ma soprattutto non c’è drammatizzazione tra le scene e le azioni comiche, per non parlare di un conflitto vero, di una lotta con il mondo, che era il vero centro di interesse di alcuni geni sopracitati. A questa marginalità buona e simpatica non si oppone infatti realmente nulla, neppure le autorità costituite che ogni tanto fanno capolino, perché tutto in fondo è carino e pieno di immarcescibile poesia e grazioso come un centrotavola. Il risultato è un film-cartolina tenuto in piedi da meccanismi narrativi usurati, stinti, privi di surrealismo, di grottesco, di nerbo e vitalità, una commedia degli equivoci rassicurante e ammaestrata.

Info
Il trailer di Parigi a piedi nudi.
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