Donbass

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Film d’apertura della sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2018, Donbass di Sergei Loznitsa è la rigorosa quanto grottesca cronaca di un mondo alla rovescia, della fine di qualsiasi illusione e utopia, della (ennesima) sconfitta di un paese ex-comunista. Macchina a mano o quadri fissi, con piani sequenza che si dilatano, restituendoci alla fine un mosaico completo. Lucidissimo e avvilente. Spietato e sincero.

Lo sguardo

Nella regione orientale del Donbass, una guerra mescola conflitti armati, crimini e saccheggi perpetrati da bande separatiste. Nel Donbas la guerra è chiamata pace, la propaganda è eretta a verità e l’odio pretende di essere amore. Un viaggio attraverso il Donbass, una serie di avventure folli in cui il grottesco e il tragico si confondono come la vita e la morte. Non si tratta di una storia di una regione, di un paese o di un sistema politico, ma di un mondo perduto nella realtà post-verità e nelle false identità. Riguarda ognuno di noi… [sinossi]

Russia, 1942. Fronte occidentale. Non è solo un’altra epoca, è proprio un’altra dimensione, distante anni luce. Quella luce che adesso fatichiamo a trovare. Alla fine ha vinto la nebbia, ha avvolto tutto, si è portata via Sushenya. Dalla Russia di Anime della nebbia all’Ucraina di Donbass il passo è lunghissimo. Il mondo si è capovolto, il caos ha dilagato. Un caos grottesco, crudele, privo di speranza. Un caos che Sergei Loznitsa osserva come sempre da una certa distanza, quella (apparentemente) giusta. La stessa distanza dei documentari più recenti: Maidan, The Event, Victory Day e Austerlitz. Ecco, proprio Austerlitz, forse l’ago della bilancia della filmografia pre- e post-, l’opera spartiacque che può spiegarci la distanza etica e morale tra Anime della nebbia e Donbass. Tra la Russia del 1942 e l’Ucraina di oggi. Tra la resistenza del singolo e la resa di un popolo.

Non ci sono più eroi in Donbass. Non c’è nemmeno l’eroina di A Gentle Creature, vittima sacrificale di un nulla che già avanzava. Adesso il nulla è esibito, paradossalmente replicato dalle immagini digitali, dai tablet, dai cellulari, dagli schermi delle televisioni – emblematica la sequenza iniziale, ma altrettanto emblematiche l’immagine col tavolo pieno di telefoni e tablet confiscati e la ripresa col cellulare del violento pestaggio del nazionalista ucraino. Loznitsa non può che soffermarsi sul capovolgimento della realtà, sulla menzogna costruita ad arte: ancora una volta è la durata dello sguardo (il suo, quello della macchina da presa, il nostro) a permetterci di svelare il dietro le quinte (della messa in scena televisiva, della messa in scena teatrale nello studio medico).

Donbass è un film di menzogne e porte chiuse, pareti, passaggi a livello, posti di blocco. Fratture, separazioni, momenti di stallo. È la frammentazione dell’Ucraina, del Donbass, la moltiplicazione delle forze in campo, dalla milizia popolare all’armata ortodossa, dai cosacchi ai paramilitari ceceni, dalle forze armate ucraine alla guardia nazionale. Una frammentazione che diventa inevitabilmente caos; un caos che diventa inevitabilmente il nucleo narrativo di Donbass, il centro gravitazionale. A (ri)dare un senso e una lettura a questa frammentazione è il rigore geometrico di Loznitsa, la persistenza della sua messa in scena: si veda, ad esempio, la sequenza del secondo bombardamento e dell’agguato notturno, quando oramai combattenti e posti di blocco ci sembrano intercambiabili e sovrapponibili. I mezzi corazzati, le macchine e le tute mimetiche ci restituiscono un magmatico esercito in lotta con se stesso, in uno spaventoso brulicare di fascismi e fascisti – consapevoli o inconsapevoli.

Tragico. Grottesco. Lucidissimo. Ma soprattutto spietato. Il cinema di Sergei Loznitsa, sempre rigoroso nella messa in scena e nella stratificata scrittura, sembra essere (un po’) cambiato dopo Austerlitz. Non nella grammatica, ma nello sguardo. Sono cambiati i suoi personaggi, oramai lontanissimi dall’innocenza di Sushenya (Anime della nebbia). In questo senso, Donbass segna un passo ulteriore rispetto al precedente A Gentle Creature, una resa, una discesa negli inferi di un cambiamento impossibile. Macchina a mano o quadri fissi, con piani sequenza che si dilatano, restituendoci alla fine un mosaico completo e avvilente. E la distanza cercata, trovata e scelta da Loznitsa ci sembra davvero quella giusta, forse l’unica possibile. Forse è la distanza di Sushenya. Lo sguardo di Sushenya.

Info
La scheda di Donbass sul sito del Festival di Cannes 2018.
Una clip sottotitolata tratta da Donbass.
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