Border

Border

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Il regista danese di origine iraniana Ali Abbasi porta sullo schermo Border, tratto da un romanzo di John Ajvide Lindqvist, già noto per Lasciami entrare. Qui la bizzarria di una storia d’amore tra troll nella Svezia odierna non riesce ad allargarsi davvero a discorso sul diverso e sul concetto di umano. A Cannes in Un certain regard.

Il fiuto di Tina

Tina, doganiera dall’efficacia formidabile, è conosciuta per il suo olfatto fuori dall’ordinario. È come se riuscisse a fiutare la colpevolezza di un individuo. Quando Vore, un uomo all’apparenza sospetto, le passa davanti, le sue capacità sono messe alla prova per la prima volta. Tina sente che Vore nasconde qualche cosa, ma non riesce a comprendere “cosa”. Peggio ancora, sente una strana attrazione verso di lui. Quando inizia una relazione con Vore scopre anche la propria vera identità: entrambi non appartengono al mondo umano… [sinossi]

Border (titolo che traduce alla lettera l’originale svedese Gräns) è l’opera seconda di Ali Abbasi, danese di origini iraniane, tratta da una novella di John Ajvide Lindqvist, cinquantenne romanziere svedese noto anche nel microcosmo cinefilo per essere l’autore di Lasciami entrare, da cui trassero un film dapprima Tomas Alfredson – con la sceneggiatura affidata proprio allo scrittore – e quindi Matt Reeves. La TNT ha provato nei mesi scorsi a tradurre il romanzo anche in una serie televisiva, ma si è fermata al pilot. Per quanto Abbasi si sia fatto notare un paio di anni fa con l’horror Shelley, presentato nella sezione Panorama della Berlinale, è evidente che tutta l’attenzione per Border sia concentrata sulla narrazione. In effetti il film mostra da subito come la poetica di Lindqvist sia espressivamente molto forte e netta. La storia di Tina, ufficiale di dogana che grazie al suo fiuto fuori dal comune (e dalla logica, visto che sa odorare la paura e il senso di colpa) riesce a sgominare gran parte del traffico illegale che passa per il piccolo porto nel quale lavora, si tinge da subito di alcuni dei tratti distintivi delle opere di Lindqvist: il rapporto perso e da ritrovare tra umano e naturale, il bullismo e il disprezzo della borghesia e del cittadino medio nei confronti del “diverso”, il fantastico che prende piede nel quotidiano senza apparenti soluzioni di continuità. Sì, perché anche Border, come già Lasciami entrare e L’estate dei morti viventi – sul cui adattamento per il grande schermo è al lavoro Kristian Petri – si muove a cavallo tra reale e immaginario, per abbandonare ben presto il primo e allargare a dismisura lo sguardo sul secondo. Senza per questo dimenticare un umanesimo doloroso e mai riconciliato, altro topos narrativo.

Tina è una donna brutta, molto brutta. Ha una relazione abbastanza incomprensibile con un debosciato che la tradisce e si occupa più dei suoi pitbull che di lei. Ha un padre colpito da demenza senile che la riconosce solo a tratti ed è confinato in una casa di cura. Non ha nessuno, se non il suo lavoro e le uniche libertà che si concede sono passeggiate nella natura, dove può permettersi – lusso rarissimo – di accarezzare un alce o di farsi avvicinare da una volpe. È ancora in grado di essere un animale, Tina, facoltà che gli esseri umani hanno dimenticato da tempo. Per di più la donna non è neanche un essere umano, ma un troll, e lo scopre solo nell’incontro con Vore, che “a naso” sa essere colpevole, ma non riesce a capire di cosa. Qui Border dirazza verso una storia d’amore che non manca d’erotismo – con una sequenza scult, quella del rapporto sessuale in cui è Tina a far fuoriuscire un sottile pene dalla sua vagina per penetrare il compagno – e sembra voler indirizzare il film dalle parti di una riscoperta di sé e del proprio mondo.
Ma in realtà Tina non appartiene più al mondo dei troll, del quale non era nemmeno a conoscenza, e non riesce più a sentirsi a suo agio in quello umano, che ha massacrato i suoi genitori e i suoi simili. Però come si può accettare un terrorismo selvaggio come quello perpetrato da Vore, che ruba i neonati per sostituirli con esseri che non crescono e non si sviluppano, ma non possono fare altro che mangiare e dormire?

Border è un lavoro senza dubbio ricco d’interesse, in particolar modo per la volontà di disquisire del concetto di limite, di confine tra gli esseri, di giustizia e ancor più di quale valore attribuire all’aggettivo “umano”. L’unica umana del film non è forse Tina, il troll? La sceneggiatura di Lindqvist in realtà convince solo parzialmente, e le digressioni – in particolar modo quella che riguarda la gang di pedofili sgominata dalla polizia anche grazie all’aiuto indispensabile delle capacità olfattive della donna/troll – non fanno altro che appesantire una narrazione che avrebbe dovuto procedere dritta per la sua strada, senza deviazioni di sorta poco in grado di restituire la potenza della pagina scritta. Anche la regia di Abbasi si ferma al minimo sindacale, limitandosi a una messa in scena non priva di rigore e ben adagiata sulla qualità compositiva della fotografia di Nadim Carlsen – il verde delle foglie e dell’erba, il marrone della terra, tutti i colori naturali si fanno vivi e pulsanti – ma a ben vedere scolastica e poco ispirata.
Ne viene fuori un racconto fantastico non privo di bizzarrie e scorrevole, ma che rischia di abbandonare la memoria dello spettatore in fretta. Ottima, in ogni caso, la coppia di troll incarnata da Eva Melander (vista tra gli altri ne L’ipnotista di Lasse Hallström) ed Eero Milonoff (The Happiest Day in the Life of Olli Mäki di Juho Kuosmanen).

Info
Una clip di Border.
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